La distinzione utile
La conoscenza esplicita può essere formulata: procedure, dati, documenti. È trasmissibile su supporto.
La conoscenza tacita è incorporata nell’azione: riconoscere che qualcosa non va, sapere quando fare un’eccezione, capire come si sta orientando una conversazione.
La sua caratteristica decisiva non è che sia segreta: è che chi la possiede non riesce a formularla, perché le procedure automatizzate non sono accessibili all’introspezione.
Chiedere a un esperto come fa qualcosa produce di norma una ricostruzione plausibile e incompleta: non per reticenza, ma perché quella è l’informazione disponibile.
Il modello e la sua critica
Il modello proposto dagli autori citati descrive un ciclo in quattro passaggi: dalla conoscenza tacita alla tacita attraverso la condivisione dell’esperienza, dalla tacita all’esplicita attraverso la formulazione, dall’esplicita all’esplicita attraverso la combinazione, e dall’esplicita alla tacita attraverso la pratica.
È una descrizione ordinata e ha avuto grande fortuna. Va però riportata la critica più consistente, che è di natura concettuale.
Nella formulazione originale del concetto di conoscenza tacita, la sua caratteristica è di essere non completamente esplicitabile: non «non ancora esplicitata». Il modello, trasformandola in una fase convertibile, ne modifica la definizione.
Ne segue una conseguenza pratica: se si assume che basti il metodo giusto per estrarre ciò che gli esperti sanno, si investe in documentazione anziché in trasmissione, ed è precisamente la ragione per cui la maggior parte dei sistemi aziendali di gestione della conoscenza produce archivi che nessuno usa.
Cosa resta valido
Il primo passaggio del modello è quello con più supporto: la conoscenza tacita si trasmette attraverso l’esperienza condivisa.
Affiancamento, osservazione diretta, esecuzione con supervisione, discussione di casi concreti. Sono i canali attraverso cui passa ciò che non si può dire, e nessuno è sostituibile con un documento.
È il modello dell’apprendistato, che precede di secoli qualunque teoria del management e continua a funzionare per le stesse ragioni.
Come si acquisisce
Dal versante dell’apprendimento individuale la ricerca ha risultati precisi.
Ciò che sviluppa competenza non è l’esperienza in sé ma la pratica deliberata: attività scelte per lavorare sui punti deboli, con obiettivi definiti, riscontro immediato e ripetizione con correzione.
Va precisato che la sua entità è oggetto di dibattito: le stime iniziali sul peso della pratica sono state ridimensionate, e la quota di variabilità spiegata differisce molto fra ambiti, è elevata nei domini con regole stabili, bassa in quelli poco strutturati.
Un secondo elemento è la qualità del riscontro: nei campi in cui l’esito arriva tardi, è ambiguo o dipende da molti fattori, la sola esperienza produce poco apprendimento, e la fiducia degli esperti aumenta senza che aumenti l’accuratezza.
Il criterio utile
Ne discende una domanda applicabile a qualunque professione: quanto è rapido e chiaro il riscontro?
Dove è immediato e non ambiguo, l’esperienza produce competenza reale. Dove è differito e confuso, produce sicurezza soggettiva: che è un’altra cosa, e va trattata come tale.
Domande frequenti
Cos’è la conoscenza tacita?
Ciò che si sa fare senza saperlo dire, perché le procedure automatizzate non sono accessibili all’introspezione. Chiedere a un esperto come fa produce ricostruzioni plausibili e incomplete.
Si può convertire in conoscenza esplicita?
Solo in parte. La critica principale al modello di conversione è che la conoscenza tacita è per definizione non completamente esplicitabile, non semplicemente non ancora esplicitata.
Come si trasmette allora?
Attraverso esperienza condivisa: affiancamento, osservazione, esecuzione con supervisione, discussione di casi. Nessuno di questi canali è sostituibile con un documento.
L’esperienza produce competenza?
Dipende dal riscontro. Dove è rapido e chiaro sì; dove è differito e ambiguo produce sicurezza soggettiva senza aumento dell’accuratezza.