Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

Counseling Artistico e Sviluppo Professionale: il Teatro Gestaltico

In un mercato imprevedibile, la capacità di adattamento è una competenza chiave, soprattutto per manager e dirigenti. Ma come si allena? Una strada sorprendente è il teatro gestaltico: uno spazio in cui, attraverso l’improvvisazione e il gioco, si impara a riconoscere sé stessi, a usare griglie interpretative diverse e a vivere il cambiamento nel qui […]

Psicolab — Counseling Artistico e Sviluppo Professionale: il Teatro Gestaltico
In un mercato imprevedibile, la capacità di adattamento è una competenza chiave, soprattutto per manager e dirigenti. Ma come si allena? Una strada sorprendente è il teatro gestaltico: uno spazio in cui, attraverso l’improvvisazione e il gioco, si impara a riconoscere sé stessi, a usare griglie interpretative diverse e a vivere il cambiamento nel qui e ora. Un modo creativo di sviluppare consapevolezza e libertà di scelta.

Adattamento: un atteggiamento, non un’abitudine

Le organizzazioni sono continuamente sottoposte a cambiamenti che richiedono alte competenze. Per non perdere il controllo, il manager deve imparare a gestire stress e cambiamento con rapidità, creatività ed equilibrio. Una delle abilità più importanti è proprio la capacità di adattamento.

Questa capacità è innata in quasi tutti noi: è grazie a essa che impariamo a vivere in una determinata situazione e a superare le crisi. Nella nostra epoca, però, i cambiamenti sono così rapidi e improvvisi che spesso non ci si accorge nemmeno che sono in atto. Per questo l’adattamento va inteso come un atteggiamento, attivo e sempre pronto, e non come un comportamento abitudinario. Ed è qui che il teatro gestaltico diventa una palestra preziosa.

La mappa non è il territorio

Ciascuno di noi usa una propria mappa personale per decodificare i messaggi che riceve. Il counselor è allenato a ricordare che “la mappa non è il territorio”: la propria interpretazione non è unica né universale, ma solo una delle possibili. Il suo compito non è trasferire la propria mappa all’altro, ma aiutarlo a decodificare la sua e a riconoscere le proprie risorse. Può condividere parte della propria griglia interpretativa raccontandosi, per mostrare che esistono più sfaccettature, senza però pretendere che l’altro la adotti.

La costruzione della realtà, del resto, avviene sulla base delle “fantasie” che ciascuno di noi crea. Crescendo, il bambino sperimenta la vita e si fa un’idea di ciò che vive: queste idee diventano le sue griglie interpretative, la mappa con cui decodifica il mondo. Un processo che non si arresta mai. Poiché la fantasia di ognuno non combacia con la realtà, non esiste una realtà assoluta e oggettiva, ma solo una realtà soggettiva concordata e condivisa in parte da una comunità. È vero che la Terra gira intorno al Sole; ma se pensiamo a un gatto, ciascuno lo immaginerà con sfumature diverse: bello o brutto, furbo o affettuoso, di un grigio chiaro o scuro. La verità di base è condivisa, ma la percezione è personale.

La creatività come porta d’accesso a sé

Il counselor, in questo senso, è come una guida che non “fa il tifo” per una scelta o per l’altra del cliente, ma semplicemente lo accompagna, mostrandogli ciò che da solo non riesce a vedere perché non è abituato a quella particolare sfumatura. Ed è la creatività a permetterci di reinventarci e di entrare in contatto con il nostro intimo.

Rinunciare alla creatività significa scegliere di non pensare, diventando metodici o addirittura rigidi. La creatività è innata: senza di essa il bambino non potrebbe sopravvivere. Con il tempo, però, imparando come comportarci per vivere, ce ne allontaniamo, anche perché ci mostra ciò che non vogliamo vedere, fino a perderla. La buona notizia è che si può recuperare, attraverso lo sviluppo della fantasia e del gioco. Con la creatività la consapevolezza non è un concetto intellettuale controllato dalla ragione, ma un fluire presente di emozioni che non subiscono la censura dell'”io”: vengono vissute, ascoltate, e poi si sceglie se liberarle, canalizzarle o, a volte, trattenerle.

Come funziona il teatro gestaltico

Il teatro è un mezzo attraverso cui ci si sperimenta e ci si conosce, migliorando le proprie abilità e acquisendone di nuove. Nel teatro gestaltico si lavora su un copione che è un pretesto scritto dallo stesso attore, a metà tra realtà e fantasia: un fatto reale, così come l’ho percepito personalmente, che trasformo in ciò che potrebbe essere.

Nella condivisione con gli altri si sviluppano molte competenze. Si migliorano le qualità di lavoro in team e di coordinamento; ci si sperimenta nell’abilità interpretativa, creativa, espressiva e di ascolto. Osservando gli altri che stravolgono e ripropongono il proprio lavoro, si impara a “indossare più occhiali”, a cogliere più sfumature, ad affidarsi al gruppo. E ascoltando le reazioni finali degli altri, si impara ad accettare complimenti e critiche, e ad accorgersi della differenza tra ciò che si voleva esprimere e ciò che gli altri hanno percepito, tra ciò che pensiamo di rappresentare e ciò che rappresentiamo per gli altri.

I livelli della consapevolezza

In questo tipo di teatro la consapevolezza si sperimenta lungo i diversi livelli del sé delineati da Petrūska Clarkson: si lavora su un piano fisico, emotivo, narrativo, normativo, oggettivo, storico e spirituale, per costruire una consapevolezza personale e professionale sempre attiva e presente.

Il principio guida è il lavoro sul presente: il passato è la nostra esperienza, ciò che ci ha portato dove siamo ed è maestro di noi stessi; il futuro è speranza, sono i nostri sogni e obiettivi; ma si può intervenire solo sul presente. Attraverso il teatro gestaltico si arriva così alla consapevolezza del cambiamento. L’esperienza è il modo più sicuro di apprendere, e il teatro è una palestra dove praticare le diverse e creative possibilità della vita, allenando un’abilità indispensabile soprattutto per chi, come manager e dirigenti, deve gestire non solo il proprio stress ma anche quello del gruppo.

L’incontro con l’altro e la responsabilità

La Gestalt si occupa dell’esistere, di ciò che c’è in quanto lo sperimento. Nel teatro gestaltico si lavora con l’improvvisazione, che permette di vivere più esperienze di cambiamento. Centrale è l’incontro tra me e l’altro, sia esso una persona, un oggetto o una parte di me stesso: la relazione io-tu e la decodifica che applico all’emozione che vivo in quell’istante.

L’altro è un’occasione per identificare un proprio sé: non bisogna mai dimenticare che, in ogni caso, ci si sta occupando di sé stessi. A teatro ci si può sperimentare attraverso il confronto con “l’altro me”, il personaggio: l’attore agisce il ruolo insieme ad altri attori, altri personaggi e il pubblico.

Il counselor, e così dovrebbe fare il manager, entra nel mondo dell’altro attraverso l’empatia, per capire, non per provare le emozioni altrui. Grande attenzione va posta alle generalizzazioni che nascono dal mondo delle credenze. È normale avere delle credenze, ma è salutare riconoscerne l’arbitrarietà: sono credenze, non verità assolute. Ogni credenza, in un certo senso, è allo stesso tempo vera e falsa. Attraverso il teatro è possibile avvicinarsi alle credenze altrui e rinunciare alle proprie generalizzazioni. Lo stesso vale per i valori: ciò che ha valore per una persona può non averlo per un’altra. Persino un valore “universale” come la libertà assume un significato e un peso diversi per ognuno.

“E se tu fossi… come faresti?”

È con domande come questa, formulate al condizionale e, con cautela, all’indicativo, che si costruisce un rapporto di responsabilità, fino a raggiungere un momento cruciale, quasi paradossale, una “soglia” che permette il passaggio al cambiamento. Per essere responsabili occorre essere consapevoli di sé, del proprio corpo, del proprio pensiero e delle proprie emozioni. In scena si impara esattamente questo: a essere consapevoli e responsabili di ciò che si mostra e si trasmette. Un bravo attore ricorda sempre che il passato è un ricordo e il futuro un sogno: a teatro sei tu, nella tua realtà scenica, responsabile e presente, nel qui e ora. E sta accadendo davvero.

Domande frequenti

Cos’è il teatro gestaltico?

È un percorso che usa il teatro e l’improvvisazione come strumento di conoscenza di sé e di sviluppo. Si lavora su un copione a metà tra realtà e fantasia, sperimentando abilità espressive, di ascolto e di lavoro in gruppo, per accrescere consapevolezza e capacità di adattamento.

Perché è utile ai manager?

Perché allena la capacità di adattamento, intesa come atteggiamento attivo e non abitudine, indispensabile in un mercato imprevedibile. Aiuta a gestire stress e cambiamento con creatività, a superare le generalizzazioni e a usare griglie interpretative diverse.

Cosa significa “la mappa non è il territorio”?

Che la nostra interpretazione della realtà non è l’unica né universale: ciascuno ha una mappa personale con cui decodifica il mondo. Riconoscerlo permette di rinunciare alle generalizzazioni e di aprirsi a più sfumature e punti di vista.

Perché si lavora sul presente?

Perché il passato è esperienza da cui imparare e il futuro è speranza, ma si può intervenire solo sul presente. Il teatro gestaltico, come la Gestalt, valorizza il qui e ora: è nel momento presente che si sperimenta il cambiamento e si diventa responsabili di sé.

Il teatro gestaltico è una palestra creativa per sviluppare la capacità di adattamento, competenza chiave per manager e dirigenti in un mercato imprevedibile. Attraverso l’improvvisazione si impara a riconoscere che “la mappa non è il territorio”, a usare più griglie interpretative e a rinunciare alle generalizzazioni delle proprie credenze. Recuperando la creatività e lavorando sui diversi livelli del sé, si costruisce una consapevolezza sempre presente. Il principio guida è il qui e ora: solo sul presente si può intervenire, ed è lì che si diventa davvero responsabili di sé e del cambiamento.
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