Psicodiagnostica e Test

Cos´è il test di Rorschach?

Il test di Rorschach è un test proiettivo ideato dallo psichiatra svizzero H. Rorschach nel 1921: indaga le caratteristiche fondamentali di personalità raccogliendo e interpretando le verbalizzazioni prodotte davanti a stimoli volutamente ambigui. Dieci tavole, quattro fasi di lavoro e un secolo di revisioni ne hanno fatto uno degli strumenti più noti e più discussi […]

Psicolab — Cos´è il test di Rorschach?
Il test di Rorschach è un test proiettivo ideato dallo psichiatra svizzero H. Rorschach nel 1921: indaga le caratteristiche fondamentali di personalità raccogliendo e interpretando le verbalizzazioni prodotte davanti a stimoli volutamente ambigui. Dieci tavole, quattro fasi di lavoro e un secolo di revisioni ne hanno fatto uno degli strumenti più noti e più discussi della psicologia clinica.

Che cos’è e a che cosa serve

Il test di Rorschach ha la funzione di indagare le fondamentali caratteristiche di personalità di un soggetto, attraverso la raccolta e l’interpretazione delle verbalizzazioni a stimoli volutamente ambigui.

Il principio su cui si regge merita di essere esplicitato, perché spiega la scelta di stimoli ambigui. Una domanda diretta ottiene una risposta costruita: chi risponde sa che cosa gli si chiede e può, anche senza volerlo, presentare di sé l’immagine che preferisce. Una macchia d’inchiostro non chiede nulla di preciso, e proprio per questo obbliga chi guarda a metterci del proprio. Quel che emerge non è tanto ciò che la persona pensa di sé, quanto il modo in cui organizza un materiale che di per sé non ha ordine.

Le dieci tavole

Gli stimoli sono costituiti da 10 tavole su cui sono riprodotte delle macchie d’inchiostro con alcune parti simmetriche. Cinque di queste tavole sono in scalature grigio nere, due grigio rosse, tre sono policrome.

Le macchie su ogni tavola non sono completamente casuali: in alcuni casi sono modificate e ritoccate per aggiungere ambiguità e stimolare maggiormente la produzione verbale del soggetto sottoposto al test.

È un dettaglio che vale la pena sottolineare, perché smentisce l’idea diffusa che si tratti di macchie fatte a caso. Sono materiale costruito: l’ambiguità è stata dosata deliberatamente, e la distribuzione fra tavole in bianco e nero, tavole con il rosso e tavole policrome non è casuale, dato che il colore ha nell’interpretazione un ruolo preciso.

Perché ha avuto fortuna

La fortuna del test di Rorschach è dovuta alla snellezza e alla facilità di somministrazione, che forniscono in breve tempo un profilo della struttura caratterologica dell’individuo, oltre ad alcune indicazioni sulla personalità e sul livello di sviluppo dell’intelligenza.

Il rapporto fra costo e resa, insomma, è favorevole: poco materiale, tempi contenuti, molte informazioni. Va però letto insieme a ciò che segue, perché la facilità riguarda la somministrazione, non l’interpretazione: le fasi successive richiedono competenza specifica e sono la parte in cui il test si gioca davvero.

Le quattro fasi del test

Tecnicamente il test prevede quattro fasi.

1. La raccolta delle informazioni: il protocollo

Relativamente a questo momento vi sono precise indicazioni da seguire circa le modalità di presentazione delle tavole, quanto tempo lasciarle in mano al soggetto, in quale senso orientarle, che consegna dare nel momento in cui il soggetto riceve la tavola.

La rigidità di queste indicazioni non è formalismo. Se ogni esaminatore presentasse le tavole a modo proprio, le differenze fra un protocollo e l’altro potrebbero dipendere dall’esaminatore invece che da chi è esaminato, e i dati normativi perderebbero senso. La standardizzazione è ciò che rende confrontabili risposte raccolte da persone diverse in luoghi diversi.

2. L’inchiesta

Consiste nel riprendere ognuna delle tavole e chiedere delucidazioni sulle risposte fornite.

È una fase spesso trascurata dai racconti divulgativi, ma è decisiva: senza di essa non si saprebbe quale parte della macchia la persona stava guardando né che cosa, esattamente, l’ha portata a vedere quello che ha visto. Sapere che qualcuno ha detto pipistrello serve a poco; sapere se lo ha visto nell’intera tavola o in un dettaglio marginale, e se a suggerirlo è stata la forma o qualcos’altro, cambia completamente la lettura.

3. La siglatura

Consiste nel tradurre in un codice convenzionale la serie di risposte verbali prodotte dal soggetto a ogni tavola. “Mi sembra un pipistrello” avrà un suo codice relativamente al tipo (animale), alla forma (tutto il disegno) e all’originalità della risposta (banale). Si annotano anche le manifestazioni non verbali, per esempio “(ride)”, “(si tocca il naso)”.

Sono tre le macroaree che si prendono in considerazione durante la siglatura:

  • l’area in cui si è riconosciuto l’elemento, cioè se la figura è guardata nel suo particolare o nella globalità;
  • il contenuto: umano, animale, anatomico, geografico e così via;
  • i fattori determinanti che hanno innescato la percezione, quindi il movimento, la forma della macchia, il colore.

Durante la siglatura si decidono anche la banalità o l’originalità delle risposte.

Qui sta il passaggio concettualmente più interessante di tutto il test: una frase detta a voce diventa un dato codificato. È questa traduzione che permette di trattare statisticamente materiale nato come discorso libero, ed è anche il punto in cui si concentrano le critiche storiche allo strumento, perché la qualità del risultato dipende da quanto la codifica è affidabile e ripetibile fra esaminatori diversi.

4. Lo spoglio

È il momento in cui, in base alla quantità e alla qualità delle risposte fornite e all’atteggiamento dimostrato durante il protocollo, si costruisce un profilo che permette di individuare le capacità e le potenzialità del soggetto.

Si correlano alcune caratteristiche delle risposte con specifiche aree psichiche:

  • le risposte relative alla localizzazione afferiscono alle attività cognitive;
  • quelle relative alla forma evidenziano le capacità di strutturazione;
  • le risposte di movimento riguardano la creatività;
  • le risposte-colore afferiscono all’area dell’emotività.

Questa tabella di corrispondenze spiega anche perché la composizione delle tavole non sia indifferente. Se il colore chiama in causa l’emotività, il fatto che cinque tavole siano acromatiche, due introducano il rosso e tre siano policrome significa che il test alterna deliberatamente momenti in cui l’emotività è meno sollecitata e momenti in cui lo è molto: le reazioni al passaggio sono esse stesse un dato.

Un secolo di revisioni: il Sistema Comprensivo

Dal 1921 a oggi il test di Rorschach ha subito numerose revisioni ed è stato più volte riveduto il suo sistema di siglatura, somministrazione e codifica.

Attualmente il sistema più usato al mondo per la pratica clinica è quello standardizzato da Exner e denominato Sistema Comprensivo, elaborato attorno alla fine degli anni Sessanta. È anche il sistema che dà le migliori garanzie dal punto di vista psicometrico.

Il campione normativo

Questo sistema si basa su valori ottenuti in un campione ampio e stratificato per sesso, età e provenienza, costituito da 1500 soggetti adulti, 1400 bambini e adolescenti fra 5 e 16 anni e 1500 pazienti con diverse diagnosi psichiatriche, fra cui schizofrenia, depressione e disturbi di personalità.

La presenza di tre gruppi distinti è la chiave della sua utilità clinica: senza sapere che cosa rispondono le persone senza diagnosi, non ci sarebbe modo di dire se una risposta è insolita, e senza il gruppo dei pazienti non si potrebbe dire a quali quadri quelle risposte insolite somiglino. Un protocollo, da solo, non significa nulla: significa qualcosa solo se confrontato.

Da proiezione a problem solving

Il Sistema Comprensivo ha avuto il grande merito di allargare la visione del processo mentale che sta alla base della produzione mentale di fronte allo stimolo: non si considera più solo un’attività proiettiva rispetto allo stimolo visivo, ma si presuppone un complesso processo decisionale che usa modalità percettive e cognitive dello stesso tipo del classico problem solving.

È il cambiamento più profondo che il test abbia attraversato, e ridefinisce che cosa si stia osservando. Nella lettura classica la macchia è uno schermo su cui si proietta il proprio mondo interno; nella lettura di Exner è invece un problema da risolvere: uno stimolo mal definito che la persona deve classificare, scartando molte alternative possibili e scegliendone alcune. Non conta solo che cosa vede, ma come arriva a decidere che cosa vede. È anche il motivo per cui il test ha potuto reggere alla verifica psicometrica: un processo decisionale si può misurare, un’intuizione sull’inconscio molto meno.

Domande frequenti

Quante tavole ha il test di Rorschach e come sono fatte?

Dieci, con macchie d’inchiostro che presentano alcune parti simmetriche: cinque in scalature grigio nere, due grigio rosse e tre policrome. Le macchie non sono del tutto casuali, ma in alcuni casi sono state modificate e ritoccate per aggiungere ambiguità e stimolare la produzione verbale.

In che cosa consiste la siglatura?

Nel tradurre le risposte verbali in un codice convenzionale, considerando tre macroaree: l’area in cui l’elemento è stato riconosciuto, cioè dettaglio o globalità; il contenuto, per esempio umano, animale, anatomico o geografico; i fattori determinanti che hanno innescato la percezione, cioè movimento, forma e colore. Si registrano anche le manifestazioni non verbali e si stabilisce se la risposta è banale o originale.

Che cosa indicano le risposte-colore?

Afferiscono all’area dell’emotività. Nello spoglio le caratteristiche delle risposte vengono correlate ad aree psichiche specifiche: la localizzazione alle attività cognitive, la forma alle capacità di strutturazione, il movimento alla creatività e il colore all’emotività.

Che cos’è il Sistema Comprensivo di Exner?

Il sistema di somministrazione e codifica più usato al mondo nella pratica clinica, elaborato verso la fine degli anni Sessanta, e quello che offre le migliori garanzie psicometriche. Si fonda su un campione ampio e stratificato per sesso, età e provenienza: 1500 adulti, 1400 fra bambini e adolescenti dai 5 ai 16 anni e 1500 pazienti con diagnosi psichiatriche diverse.

Il Rorschach è meno misterioso e più tecnico di quanto la sua fama suggerisca: dieci tavole costruite con ambiguità dosata, quattro fasi rigorose e un codice che trasforma frasi in dati confrontabili. La facilità riguarda la somministrazione, non l’interpretazione, ed è nella siglatura e nello spoglio che il test si gioca davvero. Il passaggio più importante del suo secolo di storia è il Sistema Comprensivo di Exner, che ha cambiato l’oggetto stesso dell’osservazione: la macchia non è più solo uno schermo su cui proiettare il proprio mondo interno, ma un problema mal definito da risolvere, affrontato con gli stessi processi percettivi e cognitivi del problem solving. È anche la ragione per cui il test ha potuto reggere la verifica psicometrica, cosa che un’intuizione sull’inconscio, da sola, non avrebbe permesso.
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