Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

Il Copione di Vita: Modello Chiuso o Storia ancora Aperta ?

Riconoscere lo schema in cui si è intrappolati non basta a uscirne, e chi lo scopre reagisce spesso facendo l’opposto di ciò che faceva. È precisamente lì che lo schema si conferma. Articolo divulgativo. I concetti discussi appartengono all’analisi transazionale, un modello descrittivo che non dispone di validazione empirica paragonabile ad altri approcci: il testo […]

Psicolab — Il Copione di Vita: Modello Chiuso o Storia ancora Aperta ?
Riconoscere lo schema in cui si è intrappolati non basta a uscirne, e chi lo scopre reagisce spesso facendo l’opposto di ciò che faceva. È precisamente lì che lo schema si conferma.
Articolo divulgativo. I concetti discussi appartengono all’analisi transazionale, un modello descrittivo che non dispone di validazione empirica paragonabile ad altri approcci: il testo ne discute l’utilità pratica senza attribuirgli valore diagnostico.

Di cosa si parla

Il concetto di copione di vita, formulato in ambito analitico-transazionale, indica uno schema di risposta formatosi precocemente sulla base di una decisione, rinforzato da decisioni successive, e a cui si ricorre nelle situazioni di difficoltà.

Il testo elenca le caratteristiche che ne derivano: la risposta copionale è generalmente inadeguata alla situazione presente; è in gran parte inconsapevole; e produce comunque per la persona un vantaggio, per quanto costoso.

L’elemento che regge

Al di là della cornice teorica, il nucleo corrisponde a osservazioni condivise da approcci molto diversi.

Le persone ripetono modalità di risposta apprese, le applicano a situazioni che non le richiedono, e continuano a farlo pur riconoscendone l’inefficacia.

La ragione è che quelle risposte hanno funzionato in origine: sono state adattive in un contesto in cui rappresentavano la soluzione disponibile.

Il vantaggio persistente di cui parla il testo va inteso così: uno schema che produce esiti insoddisfacenti fornisce comunque qualcosa, prevedibilità, evitamento di un rischio maggiore, conferma di ciò che ci si aspetta.

E ciò che fornisce è spesso più immediato di ciò che costa.

Il problema centrale

Il testo pone la domanda giusta: perché riconoscere lo schema non consente di uscirne.

È l’esperienza più frustrante di chiunque abbia intrapreso una riflessione su di sé: sapere esattamente cosa si sta facendo e continuare a farlo.

La reazione sbagliata

L’osservazione più acuta riguarda ciò che accade quando alla frustrazione si risponde con una reazione uguale e contraria.

Chi si accorge di cedere sempre comincia a rifiutare sistematicamente; chi si accorge di rimandare si impone di decidere immediatamente; chi si accorge di dipendere dagli altri smette di chiedere qualunque cosa.

Il testo lo chiama controcopione, e osserva che si tratta di un rinforzo dello schema stesso.

La ragione è comprensibile: l’opposto di un comportamento automatico resta determinato da quel comportamento. Chi rifiuta sempre non è più libero di chi cede sempre, è vincolato alla stessa regola, applicata al contrario.

Il criterio per riconoscerlo è semplice: se la nuova condotta è altrettanto rigida della precedente, non è un cambiamento.

La proposta del testo

La parte più utile è la distinzione tra due modi di intendere quello schema.

Inteso come struttura chiusa e definitiva, produce il tentativo di romperlo: con l’esito appena descritto.

Inteso come una storia ancora in corso, consente qualcosa di diverso: non sostituire comportamenti sbagliati con comportamenti giusti, ma aggiungere comportamenti.

Perché la differenza è sostanziale

Vale la pena esplicitarla, perché è il punto operativamente più prezioso del testo.

La sostituzione richiede di eliminare una risposta consolidata, e ciò si scontra con un fatto: le risposte apprese non si cancellano. Restano disponibili, e riemergono nelle condizioni di stress, che sono precisamente quelle in cui si vorrebbe non usarle.

L’aggiunta funziona diversamente. Non elimina nulla: amplia il repertorio. La risposta abituale resta possibile, ma smette di essere l’unica.

È coerente con ciò che si osserva nell’apprendimento: un comportamento appreso non viene disimparato, viene affiancato da alternative che con la pratica diventano più accessibili.

E ha un vantaggio sul piano dell’esperienza: chi tenta di eliminare una propria modalità la vive come un difetto da correggere; chi ne aggiunge un’altra non deve giudicare sé stesso per averla.

Il valore della cornice narrativa

Il testo insiste sull’aspetto narrativo, e ha ragione: una storia ha un inizio, uno svolgimento e una conclusione, e finché la conclusione non è scritta resta modificabile.

È più di una metafora consolatoria.

La ricerca sull’identità narrativa indica che il modo in cui una persona racconta la propria vita è associato al suo funzionamento: chi organizza gli eventi difficili come episodi che hanno prodotto un cambiamento mostra indicatori migliori rispetto a chi li racconta come conferme di una condizione immutabile.

La direzione della relazione non è stabilita, ma un elemento è documentato: quei racconti si possono modificare, e la modifica si accompagna a cambiamenti misurabili.

Ne discende che considerare la propria storia ancora aperta non è un atto di ottimismo: è una condizione perché il cambiamento sia praticabile.

Una precisazione sui limiti

Il testo indica in questa seconda accezione lo spazio dell’intervento del counselor.

Va precisato, come già altrove: il counseling in Italia non è professione ordinistica, e il lavoro su obiettivi personali in assenza di quadri clinici è cosa distinta dal trattamento di un disturbo, riservato per legge a psicologi e psicoterapeuti iscritti all’albo.

Va aggiunto che, quando lo schema ripetuto produce sofferenza significativa o compromette il funzionamento, la riflessione narrativa non basta e serve una valutazione professionale.

Domande frequenti

Perché riconoscere uno schema non basta a cambiarlo?

Perché le risposte apprese non si cancellano: restano disponibili e riemergono nelle condizioni di stress, che sono proprio quelle in cui si vorrebbe non usarle.

Cosa succede se si fa l’opposto?

Si resta vincolati alla stessa regola applicata al contrario. Il criterio per riconoscerlo è semplice: se la nuova condotta è altrettanto rigida della precedente, non è un cambiamento.

Cosa funziona meglio della sostituzione?

L’aggiunta. Non elimina la risposta abituale ma amplia il repertorio, così che smetta di essere l’unica disponibile, ed evita di dover giudicare sé stessi per averla.

Perché conta come si racconta la propria storia?

Chi organizza gli eventi difficili come episodi che hanno prodotto un cambiamento mostra indicatori migliori di chi li racconta come conferme di una condizione immutabile. E quei racconti si possono modificare.

L’osservazione decisiva riguarda ciò che accade dopo aver riconosciuto uno schema: la reazione più comune è farne l’opposto, e l’opposto resta determinato dallo schema, se la nuova condotta è rigida quanto la precedente, non è cambiamento. La proposta alternativa è più praticabile: non sostituire ma aggiungere, perché le risposte apprese non si cancellano e riemergono proprio sotto stress, mentre un repertorio più ampio le rende semplicemente non più uniche. E considerare la propria storia ancora aperta non è ottimismo: è la condizione perché il cambiamento sia possibile.
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