Psicologia Clinica e Psicopatologia

Come superare il "muro" del Maratoneta

Il «muro» del maratoneta ha una causa fisiologica precisa, e nessuna tecnica mentale la annulla. Ma esistono strategie psicologiche con effetti misurati sulla resistenza, e la distinzione fra i due piani è ciò che le rende utilizzabili. Articolo divulgativo, non indicazione medica o nutrizionale. Prima di affrontare una gara di lunga distanza è opportuna una […]

Psicolab — Come superare il "muro" del Maratoneta
Il «muro» del maratoneta ha una causa fisiologica precisa, e nessuna tecnica mentale la annulla. Ma esistono strategie psicologiche con effetti misurati sulla resistenza, e la distinzione fra i due piani è ciò che le rende utilizzabili.
Articolo divulgativo, non indicazione medica o nutrizionale. Prima di affrontare una gara di lunga distanza è opportuna una valutazione medico-sportiva.

Cos’è il muro

Il fenomeno corrisponde in gran parte all’esaurimento delle scorte di glicogeno, la riserva di carboidrati muscolare ed epatica.

Quelle scorte sono limitate e sufficienti a coprire una distanza inferiore a quella della maratona: quando si riducono, l’organismo deve ricorrere prevalentemente ai grassi, che forniscono energia più lentamente. Il risultato è un calo brusco del ritmo sostenibile, di norma nella parte finale.

Ne segue la conseguenza principale, che il testo originale non affronta: si tratta di un problema di rifornimento e di ritmo, e le contromisure primarie sono l’assunzione di carboidrati durante la gara, l’allenamento a utilizzarli in corsa, e una gestione del passo che non anticipi il consumo.

Le tecniche mentali intervengono su quanto quel calo viene percepito e su cosa si fa quando arriva. Non sostituiscono le prime.

Il modello della fatica

Un elemento utile a inquadrare il resto.

La fatica percepita non è una lettura diretta dello stato dei muscoli: è una costruzione che integra segnali interni, aspettative, distanza rimanente e obiettivo.

Lo mostra un’osservazione ordinaria: la percezione di sforzo cambia se la distanza attesa cambia, a parità di condizione fisica. E lo mostra lo scatto finale, possibile proprio quando la fatica sarebbe massima.

È questo margine (reale ma limitato) su cui le strategie psicologiche agiscono.

Cosa ha riscontro

Alcune tecniche hanno prove sperimentali negli sport di resistenza.

Il dialogo interno strutturato: frasi brevi preparate in anticipo, ripetute nei momenti critici. È l’intervento con il supporto migliore, con miglioramenti misurati della prestazione e riduzione dello sforzo percepito. Funzionano meglio le formule istruttive (indicano cosa fare) di quelle puramente motivazionali.

La suddivisione dell’obiettivo: concentrarsi sul tratto successivo anziché sulla distanza rimanente riduce lo sforzo percepito.

Le intenzioni di attuazione: decidere in anticipo cosa fare in una situazione specifica (al chilometro trenta, se il ritmo cala, faccio questo) anziché deciderlo quando le risorse sono minime.

Il controllo dell’attenzione: distogliere l’attenzione dalle sensazioni corporee riduce lo sforzo percepito a intensità basse e medie, mentre alle intensità elevate diventa inefficace e può compromettere il ritmo. Ai livelli alti gli atleti esperti usano un’attenzione rivolta ai parametri della prestazione, non alla distrazione.

Sulla meditazione

La proposta del testo originale ha un fondamento e va precisata.

Le pratiche di consapevolezza aumentano la tolleranza del disagio: osservare una sensazione spiacevole senza reagirvi riduce la reattività, e questo è documentato in ambito clinico sul dolore.

Il limite è che richiedono addestramento prolungato: non sono una tecnica applicabile per la prima volta durante una gara, come il testo stesso riconosce.

E va segnalato che le pratiche di rilassamento profondo producono in una minoranza di persone effetti indesiderati, e che ridurre l’attivazione non è utile in ogni fase di una prestazione.

Un’avvertenza

Va detta perché riguarda la sicurezza.

Alcune sensazioni non vanno osservate senza reagire: dolore acuto e localizzato, vertigini, confusione, alterazioni della vista, assenza di sudorazione con temperatura elevata, dolore toracico.

Sono segnali che richiedono di fermarsi, e la capacità di distinguerli dalla fatica ordinaria è la competenza più importante di un atleta di resistenza.

Le tecniche che aumentano la tolleranza del disagio hanno qui il loro rischio specifico: rendono più facile ignorare ciò che andrebbe ascoltato.

Domande frequenti

Cos’è il muro?

Corrisponde in gran parte all’esaurimento delle scorte di glicogeno, che sono inferiori al fabbisogno della distanza: da lì il ricorso ai grassi e il calo del ritmo sostenibile.

Si può superare con la testa?

Le contromisure primarie sono nutrizionali e di gestione del passo. Le tecniche mentali agiscono sul margine fra fatica percepita e prestazione, che è reale ma limitato.

Quale tecnica ha più prove?

Il dialogo interno strutturato, con frasi brevi preparate prima. Funzionano meglio le formule che indicano cosa fare rispetto a quelle solo motivazionali.

Distrarsi aiuta?

A intensità basse e medie sì; a intensità elevate diventa inefficace e può compromettere il ritmo. Gli esperti a quei livelli si concentrano sui parametri della prestazione.

Il muro è un problema di rifornimento e di ritmo, e le contromisure principali sono nutrizionali. Le tecniche mentali agiscono su un margine reale ma limitato: quello fra fatica percepita e prestazione possibile. Fra queste, il dialogo interno strutturato ha le prove migliori, e le formule che indicano cosa fare battono quelle motivazionali. La distrazione funziona solo a intensità moderate. E resta un’avvertenza: aumentare la tolleranza del disagio rende più facile ignorare i segnali che imporrebbero di fermarsi.
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