Come il cervello codifica ciò che ascolta
Ciascuno di noi ha una sua ideale e personale percezione del mondo. Nella comunicazione interpersonale, quando si comunica, o per meglio dire ci si parla, il nostro cervello codifica il significato della frase pronunciata dall’emittente sulla base:
- del suono, in qualità di tono e volume, delle parole emesse (come viene detto = fonetica);
- del significato interpretativo personale delle parole emesse (cosa viene detto = semantica);
- della punteggiatura e dei nessi grammaticali utilizzati (puntualizzazione su ciò che è detto = sintassi);
- della nostra conoscenza sul e del mondo (inserimento dei processi descritti all’interno della realtà empirica e personale = pragmatica).
A questo punto, i nostri processi neurali entrano in gioco e tra i quattro (4) e gli undici (11) secondi dall’evento comunicativo viene emessa una risposta.
Vale la pena fermarsi su questi quattro livelli, perché mostrano quanto poco la comunicazione somigli a un travaso di informazioni. Le stesse identiche parole, pronunciate con un tono diverso, cambiano di senso; e anche a parità di tono, il significato che assumono dipende dall’interpretazione personale di chi ascolta e dalla conoscenza del mondo che quella persona si porta dietro. Il messaggio che arriva non è mai esattamente quello che è partito.
Walter Mischel e la scoperta del “Se… Allora”
Lo studioso Walter Mischel ha stabilito, grazie ad esperimenti e ricerche effettuate su primati e soggetti volontari umani, che gli stati comportamentali sono determinati dalle situazioni e non, come si credeva, costituzionalmente acquisiti.
Egli afferma che un comportamento è prevedibile nella misura in cui, entrando in empatia con l’emittente, si viene a conoscenza delle sue motivazioni e delle sue emozioni, in quanto il nostro cervello elabora le risposte comportamentali in base a due soli elementi risultanti dalla somma percettiva della fonetica, della semantica, della sintassi e della pragmatica: il “Se… Allora“.
Esempio: “Se” ci si trova in una situazione A “Allora” si farà X, ma “Se” si è in una nuova situazione B, “Allora” si farà Y. Quindi tutto, come possiamo vedere, è stabilito non tanto da tratti costituenti la personalità ma dalla somma di innumerevoli piccoli profili comportamentali acquisiti con l’esperienza, del tipo “Se… Allora faccio”.
Perché è una tesi importante
Il ribaltamento è notevole. Se il comportamento fosse un tratto costituzionale, sarebbe una specie di destino: si è timidi, aggressivi o generosi come si è alti o mancini, e non resta che prenderne atto. Se invece è una collezione di regole “Se… Allora” apprese nel tempo, allora la persona non è mai un tipo unico ma un repertorio di risposte legate a situazioni. La stessa persona può essere sicura in un contesto e insicura in un altro senza alcuna contraddizione: sta semplicemente applicando due regole diverse.
Ne discende anche il modo di prevedere il comportamento altrui. Non serve etichettare il carattere di qualcuno: serve entrare in empatia, capire quali motivazioni ed emozioni lo muovono, e quindi riconoscere quale “Se” quella persona sta leggendo nella situazione.
Dai copioni appresi alle idee bloccanti
Questi livelli di percezione legati ai “Se… Allora” sono alla base di ogni risposta sia comunicativa che comportamentale. Riconoscere un determinato “Se” all’interno di una situazione specifica, “Allora” può farci ricalcare modelli comportamentali di protezione appresi in passato.
Il ripetere i copioni acquisiti per difendere il proprio schema mentale è prassi ormai comune ai più. Ecco perché gli elementi cosiddetti disturbanti, quali i cambiamenti improvvisi e le sorprese poco gradite, vengono percepiti come un pericolo. Da qui la nascita di idee bloccanti: le preoccupazioni.
Il meccanismo è comprensibile: una regola “Se… Allora” ha valore proprio perché fa risparmiare tempo, e i quattro-undici secondi entro cui rispondiamo non lasciano spazio a lunghe analisi. Il prezzo è che la regola viene applicata anche quando la situazione è cambiata. Il copione protegge lo schema mentale, non la persona.
Lo schema delle idee bloccanti
Lo schema delle idee bloccanti ormai universalmente accettato è il seguente:
- 25% idee bloccanti riguardanti il passato;
- 20% idee bloccanti riguardanti il futuro;
- 30% idee bloccanti su fatti che potrebbero accadere sui quali siamo del tutto impotenti;
- 20% idee bloccanti sulla natura dei nostri bisogni di affermazione e riconoscimento;
- 10% idee bloccanti sull’obbligatorietà che gli altri compiano azioni che a noi piacciano;
- 05% idee bloccanti dal sapore motivazionale, in quanto stimoli alla reazione positiva.
Al di là delle proporzioni, il dato che salta all’occhio è quanto poco spazio resti alle idee che spingono all’azione: una quota minima, contro una massa di preoccupazioni rivolte a un passato che non si può modificare, a un futuro che non è ancora accaduto e, soprattutto, a fatti rispetto ai quali siamo del tutto impotenti. Gran parte dell’energia mentale viene spesa su ciò su cui non possiamo intervenire.
Giocare al cambiamento
Come abbiamo visto, il nostro comportamento è lontano dall’essere costituzionalmente acquisito. Cambiare i profili comportamentali riconoscendo l’autoinganno prodotto dalla nostra vecchia idea è possibile.
Da quanto si evince sopra, il nostro cervello agisce, autoingannandosi, in base a schemi e modelli comportamentali creduti veri ma, in realtà, falsi e bloccanti. Giochiamo al cambiamento e aumenteremo la relazione con noi stessi, ricordandosi che la danza delle strategie acquisite è la tomba per colui che desidera crescere, liberando in se stesso i propri talenti e le proprie reali capacità sia personalmente che professionalmente.
Domande frequenti
Su quali elementi il cervello codifica una frase?
Su quattro: il suono, cioè tono e volume, ovvero come viene detto (fonetica); il significato interpretativo personale delle parole, cioè cosa viene detto (semantica); la punteggiatura e i nessi grammaticali, cioè la puntualizzazione (sintassi); la nostra conoscenza del mondo, che inserisce tutto nella realtà empirica e personale (pragmatica). Dalla loro somma nasce la risposta, tra i quattro e gli undici secondi.
Che cosa ha dimostrato Walter Mischel?
Che gli stati comportamentali sono determinati dalle situazioni e non, come si credeva, costituzionalmente acquisiti. Il comportamento è prevedibile nella misura in cui, entrando in empatia con l’emittente, si conoscono le sue motivazioni e le sue emozioni, perché il cervello elabora le risposte in base a un solo tipo di regola: il “Se… Allora”.
Che cosa sono le idee bloccanti?
Sono le preoccupazioni che nascono quando un elemento disturbante, come un cambiamento improvviso o una sorpresa poco gradita, viene percepito come un pericolo e fa scattare un copione di protezione appreso in passato. Nello schema riportato la quota maggiore riguarda fatti che potrebbero accadere e rispetto ai quali siamo del tutto impotenti.
È possibile cambiare i propri profili comportamentali?
Sì, ed è proprio la conseguenza della tesi di Mischel: se il comportamento non è costituzionalmente acquisito ma appreso, si può modificare. La strada indicata è riconoscere l’autoinganno prodotto dalla vecchia idea, cioè accorgersi che si sta agendo in base a schemi creduti veri ma in realtà falsi e bloccanti.
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