Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

Il Coaching Generativo

Esiste una differenza tra aiutare qualcuno a raggiungere un obiettivo e aiutarlo a produrre qualcosa che prima non esisteva. Il coaching generativo si colloca deliberatamente sul secondo versante, e proprio per questo funziona diversamente da come si immagina il coaching. Precisazione necessaria: il coaching generativo si inserisce nel quadro della programmazione neuro-linguistica, che non è […]

Psicolab — Il Coaching Generativo
Esiste una differenza tra aiutare qualcuno a raggiungere un obiettivo e aiutarlo a produrre qualcosa che prima non esisteva. Il coaching generativo si colloca deliberatamente sul secondo versante, e proprio per questo funziona diversamente da come si immagina il coaching.
Precisazione necessaria: il coaching generativo si inserisce nel quadro della programmazione neuro-linguistica, che non è una disciplina scientificamente validata. I concetti qui esposti (in particolare quello delle «tre menti») sono costrutti di quel modello, non nozioni di psicologia o neuroscienze. Il coaching non è una psicoterapia e non è indicato per una sofferenza psicologica: in quel caso il riferimento è uno psicologo o psicoterapeuta abilitato. Articolo divulgativo.

L’origine del termine

L’espressione è stata coniata da Stephen Gilligan e Robert Dilts per indicare l’approccio che meglio esprimerebbe la cosiddetta PNL di terza generazione, orientata allo sviluppo della creatività.

La differenza rispetto ad altri approcci

La finalità generale del coaching è accompagnare la persona da uno stato attuale a uno stato desiderato. Questo vale anche qui, ma con uno spostamento di accento.

Mentre gli approcci più comportamentali puntano allo sviluppo di competenze specifiche, il coaching generativo si orienta verso la piena espressione del sé potenziale: verso la generazione di qualcosa di nuovo, che magari prima non esisteva.

Il presupposto dichiarato è che ciascuno abbia già dentro di sé le risorse necessarie.

Una nota su questo presupposto

Vale la pena esaminarlo, perché è ricorrente in tutto questo ambito.

Nella sua versione utile, significa che il compito di chi accompagna non è fornire soluzioni dall’esterno ma creare le condizioni perché la persona trovi le proprie: un’impostazione ragionevole, che evita la dipendenza dal consulente.

Nella sua versione letterale è però insostenibile: non tutte le risorse necessarie sono già disponibili, e alcune situazioni richiedono competenze da acquisire, sostegno concreto o interventi di altra natura. Preso alla lettera, il presupposto rischia di attribuire alla persona la responsabilità di un risultato che non dipende solo da lei.

Il modello delle tre menti

L’impianto teorico distingue tre livelli:

  • la mente cognitiva, cui si devono autoconsapevolezza, linguaggio, logica e ragionamento;
  • la mente somatica, legata all’intelligenza corporea non consapevole;
  • la mente di campo, che nascerebbe dalla connessione con ciò che ci circonda.

Si tratta di categorie del modello, non di strutture riconosciute dalle neuroscienze: la terza in particolare non ha alcun corrispettivo empirico.

Cosa c’è di utilizzabile

L’affermazione che se la dimensione somatica è bloccata si blocchi anche quella cognitiva (impedendo il formarsi di idee e intuizioni) è formulata in termini non verificabili.

Sotto c’è però un’osservazione fondata: lo stato fisiologico incide sulle prestazioni cognitive. Tensione muscolare, respirazione alterata, attivazione elevata riducono la flessibilità del pensiero e la capacità di considerare alternative. Lavorare sul corpo per modificare lo stato mentale non è un’idea esoterica: è la base di qualunque tecnica di rilassamento.

La gestione dello stato

Il punto operativo centrale è la creazione di uno stato generativo, ottenuto attraverso una centratura che allinea i tre livelli.

La precisazione fatta dall’autore è interessante e va sottolineata: non si tratta di sostituire uno stato poco funzionale con uno più funzionale all’obiettivo, ma di stabilizzarsi in una condizione di apertura e flusso, in cui sia possibile attingere alle proprie risorse.

La differenza non è sottile. Nel primo caso lo stato è uno strumento al servizio di un risultato già definito; nel secondo è la condizione in cui possono emergere possibilità non ancora previste.

Il compito di chi accompagna

Ne discende l’indicazione più preziosa del testo: il coach deve aiutare la persona a restare in quello stato, senza spingerla verso soluzioni facili, lasciandola libera di esplorare.

È un principio che vale ben oltre questo ambito specifico. La pressione verso una soluzione rapida (esercitata da sé stessi o da chi ci ascolta) è ciò che tipicamente chiude prematuramente lo spazio in cui un’idea diversa potrebbe formarsi. Tollerare il non-ancora-risolto è una competenza, e trattenersi dal risolvere al posto dell’altro lo è ancora di più.

Sull’analogia con il genio

Il testo si chiude osservando che lo stato descritto sarebbe quello dei geni nel momento in cui producono le loro opere, e notando la radice comune tra «genio» e «generativo».

L’osservazione etimologica è corretta: entrambe rimandano al latino gignere, generare. La conclusione che ne verrebbe tratta, però, è una suggestione: la condivisione di una radice linguistica non dimostra nulla sulla natura dei processi creativi.

Domande frequenti

Cos’è il coaching generativo?

Un approccio, coniato nell’ambito della PNL, orientato non allo sviluppo di competenze specifiche ma alla generazione di qualcosa di nuovo, attraverso il raggiungimento di uno stato di apertura definito generativo.

Il modello delle tre menti ha basi scientifiche?

No. Cognitiva, somatica e di campo sono categorie interne al modello, non strutture riconosciute dalle neuroscienze. La terza in particolare non ha corrispettivo empirico.

Cosa c’è di valido nel lavoro sul corpo?

Che lo stato fisiologico incide realmente sulle prestazioni cognitive: tensione e attivazione elevata riducono flessibilità di pensiero e capacità di considerare alternative. Su questo si fonda qualunque tecnica di rilassamento.

Qual è l’indicazione più utile di questo approccio?

Non spingere verso soluzioni rapide. La pressione a risolvere chiude prematuramente lo spazio in cui un’idea diversa potrebbe formarsi: tollerare il non ancora risolto è una competenza.

Il coaching generativo si distingue dagli approcci comportamentali perché non punta a sviluppare competenze definite ma a far emergere qualcosa di nuovo. Il suo impianto teorico (le tre menti cognitiva, somatica e di campo) appartiene al modello della PNL e non ha validazione scientifica, ma contiene un’osservazione fondata: lo stato fisiologico incide sulla flessibilità del pensiero, e lavorare sul corpo per modificare lo stato mentale è la base di qualunque tecnica di rilassamento. L’indicazione operativa più preziosa è un’altra: non spingere verso soluzioni facili, perché è la pressione a risolvere che chiude lo spazio in cui un’idea diversa potrebbe nascere.
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