Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

Vita da Coach: una Giornata con Francine

Chi fa il coach viene spesso immaginato come qualcuno che ha sempre saputo dove andare, lungo un percorso lineare. La testimonianza di Francine Denise Ward (avvocata, scrittrice e coach) smonta questa immagine e racconta invece una storia di resilienza costruita un passo alla volta. Questa testimonianza tocca temi delicati: dipendenza da alcol e sostanze, autolesionismo, […]

Psicolab — Vita da Coach: una Giornata con Francine
Chi fa il coach viene spesso immaginato come qualcuno che ha sempre saputo dove andare, lungo un percorso lineare. La testimonianza di Francine Denise Ward (avvocata, scrittrice e coach) smonta questa immagine e racconta invece una storia di resilienza costruita un passo alla volta.
Questa testimonianza tocca temi delicati: dipendenza da alcol e sostanze, autolesionismo, pensieri di morte, sfruttamento. Sono riportati per il loro valore di percorso di ripresa, senza dettagli. Se stai attraversando una situazione simile, esistono servizi che possono aiutarti: i Servizi per le Dipendenze delle ASL, i gruppi di auto-mutuo-aiuto e, per il sostegno emotivo, Telefono Amico (02 2327 2327).

L’immagine e la storia

Si presenta in aula con eleganza impeccabile e si muove con la sicurezza delle persone di successo. Sorride a tutti: non un sorriso distante, ma quello di chi ha visto molto, e non in senso geografico.

Alle etichette che la società oggi le riconosce (avvocata, scrittrice, coach, consulente) l’immagine corrisponde perfettamente. Poi comincia a raccontare, e la premessa è disarmante: avverte con ironia che si commuoverà. E si commuove.

È un dettaglio che dice molto: si possono cambiare gli abiti, le abitudini, il modo di presentarsi, ma alcune ferite non cicatrizzano mai del tutto. Riconoscerlo pubblicamente, invece di nasconderlo dietro la nuova identità, è già di per sé una posizione.

Il punto di partenza

Nasce in una famiglia povera in Georgia e cresce a New York, nel Bronx. Come dice lei stessa, in sé riassumeva tutto ciò che detestava: essere povera, nera, femmina, con un accento del Sud.

I primi tentativi di cambiare sono goffi e dolorosi: prova a schiarire la propria pelle, ferendosi. L’osservazione che accompagna il racconto è amara e psicologicamente precisa, a volte farsi male fuori serve a sentire meno il dolore dentro.

L’angoscia è profonda al punto che desidera non svegliarsi il mattino seguente. È un quadro che oggi verrebbe riconosciuto come depressione grave in età evolutiva, di origine largamente ambientale. Ma nessun aiuto professionale era disponibile.

La strada di fuga

C’è un’immagine che merita di essere isolata: a volte si imbocca una strada per fuggire dal dolore, senza sapere che quella strada porta dove non si vuole davvero andare.

A quattordici anni inizia a bere, scivolando nell’alcolismo e successivamente nella dipendenza da sostanze: condizione che la porta a essere sfruttata sessualmente per sostenerla. Per dodici anni la situazione non cambia.

Vale la pena sottolineare come questa parte della storia illustri un meccanismo ben documentato: la dipendenza raramente nasce dalla ricerca di piacere. Nasce molto più spesso dal tentativo di anestetizzare una sofferenza che non trova altro linguaggio.

La svolta

Il punto di rottura arriva attraverso un incidente grave, che la lascia con fratture multiple e con la prognosi di non poter più camminare.

Immobilizzata, si trova per la prima volta nell’impossibilità di fuggire da ciò che aveva cercato di annientare per anni. Con il corpo fermo e i pensieri interamente presenti, decide di credere a un’amica che le diceva che in lei c’era del buono.

La decisione è duplice e va letta con attenzione. La prima parte è smettere di considerarsi vittima di eventi ritenuti ineluttabili. La seconda è convincersi di avere la possibilità di scegliere che cosa essere.

Con un’aggiunta importante: il momento migliore per farlo è sempre il presente. Rimandare è la forma più comune di rinuncia.

La ricostruzione

I primi passi della ripresa coincidono letteralmente con i primi passi fuori dall’ospedale:

  • smette di bere ed entra in un gruppo di auto-mutuo-aiuto;
  • interrompe l’uso di sostanze;
  • torna a scuola e ottiene il diploma che non aveva conseguito;
  • si iscrive all’università, scegliendo il percorso che le sembrava più difficile.

La scelta del gruppo di sostegno merita una nota: nessuna delle svolte descritte avviene in solitudine. È un elemento che le retoriche sull’autodeterminazione tendono a rimuovere.

Nulla di tutto questo è facile. L’inversione di tendenza è la fase che richiede più energia in assoluto: bisogna convincere gli altri di poter essere una persona diversa e, prima ancora, convincersene.

La scoperta decisiva riguarda proprio questo punto: l’ostacolo più grande al cambiamento era stata lei stessa, con le proprie convinzioni limitanti. E il colore della pelle, comprende, ha poco a che vedere con ciò che sta sotto, forza, determinazione, intelligenza, costanza, umiltà.

Nessuna magia

È una storia affascinante e interamente reale: non un mito né una favola. Non c’è alcun intervento provvidenziale, nessun salvatore, nessun aiuto magico. Tutti i cambiamenti sono stati pensati, voluti, faticati e mantenuti.

La dimostrazione che porta è che si può arrivare lontano anche senza il sostegno dell’ambiente e senza un percorso scolastico brillante. Sono le scelte, e la disponibilità a superare ostacoli, a fare la differenza.

Il metodo, e i suoi limiti

Alla domanda su come si realizzi un cambiamento di questa portata, la risposta è semplice: un piccolissimo passo alla volta.

L’approccio si articola in cinque punti:

  • focalizzarsi su azioni positive;
  • definire con precisione l’obiettivo;
  • costruire un piano per raggiungerlo;
  • non lasciarsi bloccare dagli ostacoli;
  • chiedere aiuto lungo la strada.

Ma la parte più onesta della testimonianza è la precisazione che segue: volere non è potere. Voleva correre una maratona in tre ore e ce ne sono volute sei; ha smesso di contare quante volte è stata respinta all’esame di abilitazione professionale.

Ciò che ha fatto la differenza non è stata l’assenza di fallimenti, ma il non arrendersi e insieme l’accettazione dei limiti oggettivi. Ha corso la maratona (dopo che le era stato detto che non avrebbe più camminato) e ha ottenuto l’abilitazione in due stati diversi.

Perché la storia diventa una risorsa professionale

La sua vicenda è probabilmente la sua risorsa maggiore come coach. Conosce dall’interno la paura di cambiare, il disprezzo altrui, la fatica dell’inversione di tendenza.

E soprattutto non si nasconde dietro l’identità raggiunta. Come dice lei stessa: se anche una sola persona può crescere attraverso le sue parole, vale la pena metterle a disposizione.

Domande frequenti

Qual è il messaggio centrale di questa testimonianza?

Che il cambiamento avviene un piccolissimo passo alla volta, e che l’ostacolo maggiore sono spesso le proprie convinzioni limitanti. Nessuna delle svolte descritte, però, avviene in solitudine.

Perché la dipendenza viene descritta come una “strada di fuga”?

Perché nasce raramente dalla ricerca di piacere: molto più spesso è un tentativo di anestetizzare una sofferenza che non trova altro linguaggio. È un meccanismo ben documentato dalla ricerca sulle dipendenze.

Volere è potere?

No, e la testimonianza è esplicita: obiettivi mancati, tempi molto più lunghi del previsto, ripetuti insuccessi in un esame professionale. La differenza l’ha fatta il non arrendersi unito all’accettazione dei limiti oggettivi.

Cosa rende efficace un percorso di ripresa?

Nel racconto emergono tre elementi: la decisione di non considerarsi vittima degli eventi, l’inizio immediato anziché rimandato, e il ricorso a un sostegno esterno, nel caso specifico un gruppo di auto-mutuo-aiuto.

La testimonianza di Francine Denise Ward smonta l’immagine del coach dal percorso lineare. Cresciuta in povertà e attraversata da un’infanzia segnata da discriminazione e sofferenza profonda, ha imboccato dipendenza e sfruttamento come strade di fuga dal dolore: un meccanismo ben documentato, in cui la sostanza serve ad anestetizzare, non a procurare piacere. La svolta arriva con un incidente grave che le impedisce di continuare a fuggire: da lì la decisione di non considerarsi vittima e di iniziare subito. La ricostruzione passa da gruppi di sostegno, diploma e università, un passo alla volta. Con un’onestà rara: volere non è potere, la differenza l’ha fatta il non arrendersi unito all’accettazione dei limiti reali.
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