Due parole, due pratiche vicine
Coaching e counseling sono due termini inglesi molto diffusi e dal significato simile. Il primo deriva da “coach”, che qui significa insegnante privato, allenatore, facilitatore; il secondo si riferisce alla pratica del “dare consiglio” attraverso la promozione di atteggiamenti e comportamenti funzionali al miglioramento della sfera personale e lavorativa. La pratica del coaching richiama il significato di supporto tramite formazione e affiancamento, allo scopo di facilitare il compito da svolgere e spingere i risultati verso le più alte performance possibili nel tempo, inclusa la gestione dello stress e la promozione del benessere sul posto di lavoro.
La pratica del counseling ha invece l’obiettivo di formare, sempre sul piano delle prestazioni e degli affetti, ma in modo più indiretto, attraverso dialoghi di tipo maieutico: nel counseling, a differenza del coaching, non è previsto l’affiancamento operativo. In entrambi i casi si tratta di uno “stare assieme semplice e complesso”, volto all’attivazione di energie e allo sviluppo di competenze necessarie per trasformare le potenzialità latenti in realizzazioni obiettivamente valutabili e spendibili in una vasta gamma di contesti.
L’essere umano non è una macchina
L’essere umano è ben più complesso di una macchina da lavoro: ogni giorno esprimiamo moltitudini di bisogni e desideri sempre diversi e in continua evoluzione. Se cerchiamo di comprendere a fondo ciò che accade dentro e fuori di noi, ci accorgiamo presto che non è facile stare al passo con i flussi di informazioni che la vita ci costringe a elaborare. Questi dati si trasformano rapidamente in dinamiche, cioè in movimenti molto potenti verso persone o cose, e tendono a produrre al tempo stesso difficoltà e occasioni di crescita.
Le difficoltà della vita personale e lavorativa si intrecciano di continuo, e le energie che dobbiamo utilizzare per farvi fronte non sempre vengono convogliate nella giusta direzione: spesso si perdono in infiniti rivoli. Per non parlare dei cambiamenti improvvisi e degli eventuali traumi, che possono rendere la situazione ancora più difficile da gestire. È qui che coaching e counseling trovano il loro spazio: aiutare la persona a non disperdere le proprie risorse e a orientarle verso obiettivi chiari.
Pensare, sentire, volere
Lavorare sulla triade del pensare, del sentire e del volere diventa una necessità ineluttabile. Con il pensare possiamo fare luce sui contenuti inconsci e pre-consci, abituandoci alla riflessione. Con il sentire possiamo affinare la percezione di ciò che avviene fuori e dentro di noi, smettendo di subire l’emotività. Con il volere possiamo scegliere quale direzione dare alle nostre energie. Questi tre livelli, integrati, permettono alla persona di diventare protagonista della propria vita anziché spettatore dei propri automatismi.
Talvolta può essere prioritaria la gestione di situazioni conflittuali potenzialmente esplosive. Si pensi ai danni economici che possono derivare dalla mancanza di competenze comunicative nella sfera privata, come nei divorzi, e in quella lavorativa, come nei risarcimenti per mobbing. In questa prospettiva, i denari spesi per le consulenze non rientrano nella voce “costi”, ma in quella “investimenti”.
Dalla dipendenza all’interdipendenza
Attraverso un buon counseling è possibile individuare i punti deboli della persona o del gruppo e promuoverne la trasformazione in occasioni di crescita anziché di frustrazione. L’obiettivo dell’esperto è promuovere l’acquisizione di competenze, in modo che le caratteristiche personali che generano sofferenza, come la dipendenza affettiva (“non posso vivere senza di te”), possano lasciare spazio a relazioni fondate sul benessere e sull’interdipendenza (“preferisco stare insieme a te”).
Si acquisiscono così capacità fondamentali come la fiducia in se stessi e negli altri; si definiscono di volta in volta nuovi obiettivi, lavorando con metodo e utilizzando dati ed esempi concreti; soprattutto, ci si concentra sulle risorse e non sugli aspetti negativi che hanno generato eventuali blocchi cognitivi e affettivi. In altre parole, coaching e counseling hanno l’obiettivo di promuovere in noi la giusta quantità di verità su noi stessi e sugli altri, lavorando ai confini dei nostri limiti con strumenti sempre più raffinati. Agendo sui livelli di consapevolezza è possibile raggiungere anche le leve della motivazione, strettamente connesse al retto utilizzo della volontà: il soggetto diventa così sempre più il protagonista che esprime se stesso con risultato, nonostante gli eventuali condizionamenti familiari e culturali.
Domande frequenti
Che differenza c’è tra coaching e counseling?
Il coaching prevede supporto e affiancamento operativo per migliorare le performance e gestire lo stress; il counseling agisce in modo più indiretto, attraverso il dialogo maieutico, senza affiancamento. Entrambi mirano ad attivare le energie e sviluppare competenze.
A cosa servono coaching e counseling?
A trasformare le potenzialità latenti in risultati concreti, nella vita personale e lavorativa. Aiutano a non disperdere le proprie energie, a definire obiettivi chiari, a gestire conflitti e stress e a concentrarsi sulle risorse anziché sui limiti.
Cosa significa lavorare su “pensare, sentire e volere”?
Significa integrare tre livelli: il pensare per fare luce sui contenuti inconsci, il sentire per affinare la percezione delle emozioni senza subirle, il volere per scegliere la direzione delle proprie energie. È la base per diventare protagonisti della propria vita.
Perché la consulenza è un investimento e non un costo?
Perché prevenire e gestire conflitti, migliorare la comunicazione e sviluppare competenze relazionali evita danni concreti, anche economici, come quelli legati a divorzi o a fenomeni come il mobbing. Il valore prodotto supera la spesa sostenuta.
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