Psicoterapia e Psicoanalisi

Cenni Storici della Terapia Breve Evoluta

La Terapia Breve Strategica nasce dal celebre gruppo del Mental Research Institute di Palo Alto, in collaborazione con Milton Erickson, maestro dell’ipnoterapia. Da quella prima formulazione il modello si è evoluto grazie a personalità carismatiche, differenziandosi in specifici modelli clinici che, pur condividendo una base teorica comune, si caratterizzano per le proprie tecniche di intervento. […]

Psicolab — Cenni Storici della Terapia Breve Evoluta
La Terapia Breve Strategica nasce dal celebre gruppo del Mental Research Institute di Palo Alto, in collaborazione con Milton Erickson, maestro dell’ipnoterapia. Da quella prima formulazione il modello si è evoluto grazie a personalità carismatiche, differenziandosi in specifici modelli clinici che, pur condividendo una base teorica comune, si caratterizzano per le proprie tecniche di intervento. Questo articolo ne ripercorre la genealogia, fino ai protocolli specifici di trattamento sviluppati per particolari patologie.

Le origini: Palo Alto ed Erickson

Il primo modello della Terapia Breve Strategica è stato messo a punto dal gruppo di ricercatori del Mental Research Institute di Palo Alto con la collaborazione di Milton Erickson, il maestro dell’ipnoterapia. Il risultato fu un modello sistemico della terapia breve, applicato a vari disturbi e problemi psicologici, che offriva risultati sorprendenti. La tradizione della pragmatica e la filosofia degli stratagemmi, fondamentali nel problem solving, risalgono però a radici molto più antiche: all’arte persuasoria dei sofisti, alla pratica dei buddisti Zen, all’arte degli stratagemmi cinesi e all’arte della Metis dell’antica Grecia.

Negli ultimi trent’anni la terapia breve è stata divulgata da molti ricercatori e terapeuti, tra cui Watzlawick, Weakland, Fisch, De Shazer, Haley, Madanes, Nardone e Omer. Dalle prime formulazioni a oggi si è sviluppata dapprima in filoni caratterizzati dalle idee e dalla personalità carismatica di alcuni importanti autori, per poi costituirsi in modelli differenziati che, pur mantenendo una base teorica comune, si caratterizzano originalmente a livello di modello clinico e di tecniche di intervento.

L’albero genealogico della terapia breve

La terapia breve basata su procedimenti di intervento strategico, dalle prime esperienze di Erickson in poi, ha avuto una ramificata evoluzione, connotata dalla diversa enfasi che gli autori dei tre modelli fondamentali hanno dato ad alcune specifiche assunzioni o tecniche. Il gruppo di Palo Alto ha posto l’attenzione sul circolo vizioso di persistenza di un problema, alimentato dai tentativi di soluzione messi in atto dagli stessi portatori del disturbo, e sulla conseguente esigenza di intervenire con manovre tese a bloccare e ristrutturare le tentate soluzioni disfunzionali.

Haley ha lavorato sulla direttività comunicativa del terapeuta e sull’idea di basare l’intervento sulla riorganizzazione dei giochi di potere nelle dinamiche comunicative e gerarchiche. Il gruppo di Milwaukee, con De Shazer, ha posto invece l’accento sul costruire soluzioni attraverso le “eccezioni” al problema, indipendentemente dalle sue modalità di persistenza. Questi tre modelli costituiscono i rami principali della prima genealogia della terapia breve.

Dalla sintesi ai protocolli specifici

Il primo stadio evolutivo, esteso per oltre vent’anni, è stato seguito, verso la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, da uno stadio caratterizzato dal tentativo di alcuni autori di costruire approcci capaci di sintetizzare gli apporti più significativi dei tre modelli tradizionali. Negli anni successivi, in seguito a questa fase di sintesi teorico-applicativa, si è assistito a uno sviluppo della tecnica in direzioni più focalizzate. In particolare, si è affermata la tendenza allo studio applicato di strategie specifiche di terapia: non più singole tecniche per ricorrenti forme di resistenza al cambiamento, ma piani strategici di articolate sequenze terapeutiche studiate ad hoc per particolari patologie.

Da questa seconda ramificazione sono nate applicazioni mirate: dall’approccio di Haley e Madanes si è evoluta la terapia degli abusi sessuali e della violenza subita e agita; dal modello di De Shazer si è derivato il trattamento per gli abusatori di sostanze stupefacenti e alcol; dall’originaria ottica di Palo Alto e dagli approcci sintetici sono stati fatti evolvere i protocolli terapeutici per i disturbi fobico-ossessivi e i disordini alimentari.

Il modello di terapia breve evoluta

Il modello di terapia breve evoluta è stato sviluppato presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo, dapprima sotto la supervisione di John Weakland e Paul Watzlawick, e successivamente orientato mediante una specifica metodologia di ricerca empirico-sperimentale e nuove assunzioni logiche ed epistemologiche, verso la costituzione di un approccio evoluto, caratterizzato dalla messa a punto di protocolli specifici di trattamento per particolari patologie.

L’obiettivo principale è stato evolvere modelli generali di terapia verso protocolli specifici di intervento: sequenze prefissate di manovre terapeutiche, con potere euristico e predittivo, capaci di guidare il terapeuta alla rottura, mediante particolari stratagemmi, di specifiche rigidità patologiche, e alla loro ristrutturazione in modalità funzionali di percezione e reazione nei confronti della realtà. A tale fine ci si è avvalsi non solo della tradizione teorica, applicativa e di ricerca della terapia breve, ma anche di una nuova e rigorosa metodologia di ricerca empirico-sperimentale, in linea con la ricerca avanzata tipica della fisica e delle scienze applicate più evolute.

Sono stati inoltre presi dalla logica matematica, in particolare dalle moderne logiche paraconsistenti e non aletiche, gli strumenti in grado di utilizzare l’autoinganno, la credenza, il paradosso e la contraddizione come elementi strutturali di modelli logici rigorosamente costruiti. In altri termini, grazie al contributo della logica formale, creativi stratagemmi terapeutici basati su logiche non ordinarie potevano divenire strumenti formalizzati all’interno di modelli di intervento dimostratisi efficaci e replicabili. Tutto ciò ha permesso di salvaguardare, nella messa a punto delle strategie, sia la creatività sia la sistematicità. Questo lavoro di studio empirico, applicato a migliaia di casi nell’arco di oltre dieci anni, ha portato alla formulazione di modelli evoluti di terapia breve, composti di tecniche innovative costruite ad hoc per sbloccare particolari tipologie di persistenza.

Efficacia, efficienza e capacità predittiva

Questi protocolli di trattamento si sono dimostrati capaci di risolvere, con un più elevato tasso di efficacia ed efficienza rispetto a qualunque altra psicoterapia, alcune forme rilevanti di patologie, come i disturbi fobici e ossessivi generalizzati e i disordini alimentari. La ricerca-intervento, che ha compreso migliaia di pazienti con disturbi vari, ha condotto anche a nuove assunzioni rispetto sia alla struttura dei procedimenti di problem solving sia alle caratteristiche della comunicazione terapeutica, nel loro svolgersi fase per fase, dalle prime battute alla conclusione della terapia.

In linea con la logica strategica, branca specialistica della logica matematica, l’intervento della terapia breve strategica non si costituisce sulla teoria assunta a monte dal terapeuta, ma sulla base dell’obiettivo da raggiungere e delle caratteristiche del problema da risolvere. L’assunzione di partenza è quindi la rinuncia a qualsiasi teoria normativo-prescrittiva, compresa la teoria sistemica dalla quale, per alcuni aspetti, la terapia breve è derivata. Qualunque teoria assunta a priori funzionerebbe infatti come giudizio implicito o pregiudizio fuorviante per la messa a punto di soluzioni efficaci.

La strategia come partita a scacchi

Calzare l’intervento alle prerogative del problema e all’obiettivo da raggiungere induce a costruire una strategia ben focalizzata, che poi dovrà “autocorreggersi” nella sua interazione con il problema. La strategia si adatta, tattica dopo tattica, alle risposte derivanti dagli interventi messi in atto: come nel gioco degli scacchi, si procede con un’apertura seguita da mosse che si susseguono sulla base del gioco dell’avversario. Se la modalità di persistenza del disturbo appare ripetitiva, si potrà tentare una sequenza formalizzata di scacco matto in poche mosse, ossia un protocollo specifico di trattamento.

La misurazione degli effetti, in questo caso, non riguarda solo l’inizio e la fine della terapia, ma ogni singola fase del processo: come in un modello matematico rigoroso, si ipotizzano le possibili risposte a ogni singola manovra, poi verificate mediante la prassi empirico-sperimentale. Questa metodologia riduce le possibilità di risposta a un massimo di due o tre per ogni intervento, permettendo di costruire, per ognuna di tali varianti, la mossa successiva. Si procede così con una misurazione processuale degli effetti e del valore predittivo di ogni manovra, e non solo dell’intero processo terapeutico. Il risultato è un modello di terapia evoluto, controllabile e verificabile, che in virtù della sua formalizzazione può essere replicato e didatticamente trasmesso.

È importante sottolineare che questo modello non è risultato soltanto efficace ed efficiente, ma anche predittivo: caratteristica che fa evolvere una tipologia terapeutica da pratica artigianale e artistica a evoluta tecnologia, senza per questo ridurre quel tasso di creatività indispensabile al suo continuo processo di innovazione, che avviene però nel rispetto dei criteri di rigore scientifico.

L’adattamento alla singola persona

Quanto detto vale per la struttura dell’intervento e per la sua logica costitutiva; tuttavia, grande attenzione è stata rivolta all’adattamento dell’intervento a ogni singola persona, famiglia e contesto socio-culturale, ambito in cui ogni criterio di controllo e predittività salta. Come già affermava Erickson, ogni individuo possiede caratteristiche uniche e irripetibili, così come la sua interazione con se stesso, gli altri e il mondo. Sta quindi al terapeuta adattare la propria logica e il proprio linguaggio a quelli del paziente, indagando le caratteristiche del problema fino a rilevarne la specifica modalità di persistenza, per poi utilizzare la logica di problem solving più idonea.

Ciò che può essere prefissato è la strategia, a livello di struttura dell’intervento, che si adatta alla struttura del problema e alla sua persistenza; ciò che cambia sempre è l’interazione terapeutica, la relazione con il paziente e il tipo di comunicazione utilizzata. Pertanto, anche quando si adotta un protocollo specifico, come nel caso dei disturbi fobico-ossessivi e delle varianti dei disordini alimentari, ogni manovra è sempre diversa ma rimane sempre la stessa: cambia nella sua esplicitazione comunicativa e nell’adattamento alla persona, ma resta la stessa manovra a livello di procedura strategica di problem solving. Un lavoro in linea con le parole di Gregory Bateson: “il rigore da solo è la morte per asfissia, ma la sola creatività è la follia”.

Domande frequenti

Dove nasce la Terapia Breve Strategica?

Nasce dal gruppo del Mental Research Institute di Palo Alto, in collaborazione con Milton Erickson. Da quel primo modello sistemico si è poi sviluppata in filoni diversi, legati a personalità come Watzlawick, Haley, De Shazer e Nardone.

Quali sono i tre modelli fondamentali della terapia breve?

Il gruppo di Palo Alto, centrato sul circolo vizioso delle tentate soluzioni disfunzionali; il modello di Haley, focalizzato sui giochi di potere nelle dinamiche comunicative; e il gruppo di Milwaukee di De Shazer, che costruisce soluzioni a partire dalle “eccezioni” al problema.

Cosa distingue la terapia breve evoluta?

La costruzione di protocolli specifici per particolari patologie: sequenze prefissate di manovre con potere predittivo, sviluppate con metodologia empirico-sperimentale e strumenti della logica matematica, capaci di unire rigore scientifico e creatività terapeutica.

Perché si paragona la terapia a una partita a scacchi?

Perché la strategia procede per mosse successive che si adattano alle risposte del problema: un’apertura seguita da tattiche che rispondono al “gioco dell’avversario”, con l’obiettivo, quando la persistenza è ripetitiva, di uno “scacco matto” in poche mosse.

La Terapia Breve Strategica ha percorso una lunga evoluzione: dalle intuizioni di Erickson e Palo Alto ai protocolli specifici per fobie, ossessioni e disordini alimentari. Il suo tratto distintivo è unire rigore e creatività, costruendo strategie predittive e replicabili che però si adattano sempre all’unicità di ogni persona. Come ricorda Bateson, il rigore senza creatività asfissia, ma la creatività senza rigore è follia.
Resta aggiornato. Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere i prossimi approfondimenti via email. Presto saremo anche sui canali social: continua a seguirci.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *