Il talento nelle mani
Nelle opere di Camille Claudel si percepisce una tensione senza sosta: nudi in posizioni plastiche, disperate, sublimi e passionali. Le mani, in particolare, sono spesso il soggetto che più comunica: sono ciò che le permette di creare, ma anche il centro espressivo dei suoi lavori, tanto che pare siano di sua fattura anche alcune mani in opere del maestro Rodin. In ogni sua scultura vibra un’intensità mentale e carnale che sta tutta nella sua arte.
Nata ad Aisne, nel nord della Francia, nel 1864, Camille arriva a Parigi ancora adolescente, con la madre e i fratelli. L’amore per lo scolpire, per l’estrarre dalla materia le immagini della mente, lo ha da sempre; nella capitale può finalmente inseguire una vocazione che, per una signorina dell’epoca, non era esattamente una carriera raccomandabile. Ma è indomita e tenace: frequenta l’Accademia Colarossi, affitta uno studio, inizia a esporre. A intuirne il talento è lo scultore Alfred Boucher, mentre lei posa come modella, perché Camille è anche bella, secondo canoni quasi moderni.
L’incontro con Rodin
Poi conosce Auguste Rodin, di cui verrà definita “pupilla”, termine però semplicistico. Comincia a seguirlo come apprendista e musa, e molte opere di Rodin la ritraggono, per poi diventare a pieno titolo collaboratrice di gran parte della sua produzione. Rodin potrebbe esserle padre per età, ma non ne ha la solidità: legato da sempre a un rapporto conflittuale con la compagna Rose, che non lascerà mai, instabile e inaffidabile nelle relazioni, incarna lo stereotipo del creativo senza pace.
Tra i due nasce una storia d’amore tormentata. La gelosia di lei e l’incostanza di lui rendono gli incontri disperati e spesso infelici. Sembrano due anime destinate a realizzare un progetto di pena. Camille arriva a trascurare le proprie sculture per concentrarsi su quelle di lui: una vera rivoluzione copernicana della sua mente, in cui Auguste diventa il centro di tutto. Quando lui prova ad aiutarla a “svezzarsi”, spingendola a mostrarsi come artista autonoma, lei si impegna invece per restare dietro le quinte. Viene da chiedersi se nascondersi in Rodin non l’abbia esentata dall’affrontare una realtà spaventosa proprio perché fulgida: anche realizzarsi, a volte, può fare paura.
Il declino e l’internamento
Socialmente non è ben considerata: una donna che fa la scultrice e vive una relazione ambigua, una fama che non si smorza neppure dopo la presunta fine del legame con Rodin. Anche il fratello minore che tanto ama, Paul Claudel, celebre diplomatico e poeta, profondamente cattolico, disapprova con forza il suo modo di vivere.
Intorno ai quarant’anni la sua eccentricità si aggrava, in una forma preoccupante fatta di isolamento e disgregazione. La miseria in cui vive, unita al costante peggioramento psichico, fa sì che sia proprio Paul a farla internare, nel 1913. Passano gli anni: nelle sue lettere, lucide, chiede di essere rilasciata, e un medico propone alla madre un percorso di reintegrazione all’esterno. Ma la donna rifiuta: quella figlia strana ha sempre creato guai. Le missive di Camille sono imploranti, disperate, ma inutili. Mentre nel mondo i suoi lavori prosperano, lei, rinchiusa, appassisce. Muore nel 1943.
Gli aspetti psichiatrici: una condanna irreversibile
La sorte di tanto innegabile genio è tristissima, e i suoi aspetti psichiatrici restano controversi. Senza dubbio soffriva di una forte depressione protratta per anni, e prima del ricovero comparvero sintomi persecutori e un grave degrado delle sue condizioni di vita. Questo può spiegare la scelta del fratello, ma più crudele appare l’assenza di una seconda possibilità. Le istituzioni manicomiali del passato erano luoghi in cui si entrava facilmente e da cui difficilmente si usciva, permeati da una psichiatria ancora giovane e a tratti spaventosa, e dalla credenza dell’impossibilità di guarire.
Il dolore più grande sta nell’abbandono da parte delle figure chiave: la madre e la sorella dimenticarono questa parente scomoda, che pure le pregava di andarla a trovare o di seguire il consiglio del medico. In manicomio Camille non scolpisce più: decenni persi per gli appassionati d’arte, ma soprattutto mezza vita di un essere umano smarrita in lunghi corridoi angosciosi. Colpisce la nettezza di pensiero che traspare da molte sue lettere: considerazioni talvolta infantili e stanche, ma spesso penetranti, sconsolate e reali, in cui si percepisce chiaramente l’ingiustizia dell’irreversibilità della condanna. Una donna bisognosa di cure, con un disturbo ancora oggi difficile da definire, allora ricondotto genericamente alla “demenza precoce” o schizofrenia, fu lasciata nel nulla. Semplicemente, vegetava.
Genio e sofferenza
Come disse atrocemente il fratello, tutti i suoi doni superbi non sarebbero serviti a nulla, portandola dopo una vita dolorosa a un fallimento completo. Ma se è vero il giudizio sulla pena patita, definire Camille un “fallimento” è quasi assurdo: è oggi una delle scultrici più celebrate e apprezzate. Fa riflettere che tanta rarità debba accompagnarsi a tanta sofferenza. È forse uno dei più noti esempi del luogo comune sulla “mente d’arte” tormentata: chissà se avrebbe barattato il suo talento per un po’ di banale, splendida quiete. Emblematica, in questo senso, una delle sue opere più note, L’implorante: una figura femminile nuda, inginocchiata, le braccia aperte e arrese, la testa reclinata in muto gesto d’umiltà. Una posizione in cui, se fosse viva, cadrebbe dopo un istante. Una caduta infinita. La caduta di Camille.
Domande frequenti
Chi era Camille Claudel?
Una scultrice francese (1864-1943) di talento straordinario, allieva, collaboratrice e amante di Auguste Rodin. Autrice di opere come “Il valzer” e “L’implorante”, trascorse gli ultimi trent’anni di vita internata in manicomio, morendovi.
Perché fu internata?
Soffriva di una grave depressione protratta e, prima del ricovero, di sintomi persecutori e di un profondo degrado delle condizioni di vita. Fu il fratello Paul a farla internare nel 1913; la madre poi rifiutò la reintegrazione proposta da un medico.
Che disturbo aveva Camille Claudel?
Gli aspetti psichiatrici restano controversi. Certa la depressione pluriennale e i sintomi persecutori; la diagnosi dell’epoca, “demenza precoce” o schizofrenia, era generica. Oggi la sua sintomatologia potrebbe ricondursi a più disturbi, ma resta difficile definirla con precisione.
Cosa ci insegna la sua vicenda?
Mostra la crudeltà delle vecchie istituzioni manicomiali, da cui era quasi impossibile uscire, e il peso devastante dell’abbandono familiare. Solleva inoltre la riflessione, senza mitizzarla, sul rapporto tra genialità artistica e sofferenza psichica.
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