Cosa è cambiato
Il rapporto tra bambini e ospedale si è modificato profondamente: si evita il ricovero quando possibile, si riduce la degenza, e accanto al bambino c’è sempre un genitore.
Lo sviluppo del day hospital consente inoltre di somministrare terapie anche complesse senza ricovero, evitando il distacco dalla famiglia e dalla quotidianità: che costituiva uno degli effetti più preoccupanti dell’ospedalizzazione infantile.
Perché il ricovero è difficile
L’analisi proposta è precisa, e vale la pena seguirla.
Il bambino si trova improvvisamente in un ambiente estraneo, percepito come poco dominabile.
All’allontanamento dal proprio contesto si aggiunge la spersonalizzazione che l’istituzione sanitaria comporta, con possibili conseguenze sulla percezione di sé.
Il ricovero altera inoltre relazioni, abitudini e ritmi, entrando in conflitto con la spinta all’autonomia caratteristica dell’età evolutiva.
Il punto centrale
Quest’ultimo elemento merita di essere isolato, perché spiega qualcosa che altrimenti sfugge.
Un bambino sta imparando a fare le cose da sé: vestirsi, muoversi, decidere. Il ricovero inverte quel processo: viene spostato, spogliato, sottoposto a procedure senza poter intervenire.
Non è quindi solo la malattia a pesare, ma la perdita di controllo proprio nella fase in cui il controllo si stava conquistando.
I fattori di stress indicati lo confermano: la scarsa familiarità con ambiente, strumenti e figure; la paura di essere separati dai genitori; l’assenza di spazi adeguati, in particolare per il tempo libero.
Il percorso dei diritti
Già negli anni Trenta alcuni pediatri segnalavano nei piccoli degenti uno stato di abbandono psichico, e si iniziava a discutere della presenza di figure educative nelle strutture.
Il primo provvedimento internazionale rilevante è del 1986, con l’approvazione da parte del Parlamento europeo di una carta dedicata ai bambini degenti, che riconosce insieme al diritto alla salute anche quelli all’istruzione, al gioco, all’informazione e alla presenza costante dei genitori.
Con la Convenzione sui diritti dell’infanzia del 1989 quei principi assumono forza vincolante.
I quattro punti
Un documento elaborato in ambito olandese riassume in quattro elementi ciò che previene o riduce il trauma del ricovero: la presenza dei genitori, la preparazione al ricovero, il gioco e l’ambiente.
La sintesi è efficace e i quattro elementi hanno una logica comune: restituiscono al bambino prevedibilità e possibilità di agire.
La preparazione in particolare è quella meno intuitiva e più efficace: sapere in anticipo cosa accadrà riduce l’impatto della procedura più di qualunque rassicurazione generica.
La Carta italiana
Nel 2003 i principali ospedali pediatrici italiani adottano un documento in quattordici punti.
Alcuni meritano di essere segnalati per la loro concretezza:
- il diritto a essere informato sulle proprie condizioni con un linguaggio adeguato allo sviluppo, e a esprimere la propria opinione: che va presa in considerazione in rapporto all’età;
- il diritto a essere coinvolto nell’espressione di assenso o dissenso alle pratiche sanitarie, e alla partecipazione a sperimentazioni;
- il diritto a essere sottoposto a interventi meno invasivi e dolorosi possibile;
- il diritto a non essere contenuto con mezzi fisici;
- il diritto a essere educato all’auto-cura e a riconoscere i segni della propria condizione.
Il filo che li unisce è chiaro: restituire al bambino la posizione di soggetto e non di oggetto delle cure, nei limiti di ciò che l’età consente.
L’ultimo punto è particolarmente significativo: insegnare a gestire la propria condizione è ciò che trasforma una malattia subita in una situazione con cui si impara a convivere.
La clownterapia
Da qui nasce l’ingresso in reparto di una figura che, indossando il camice, sdrammatizza la figura medica.
Il meccanismo indicato è preciso: chi vuole far divertire un bambino deve mettersi sul suo stesso piano, e deve comprendere ciò che lo spaventa per lavorare proprio su quello.
Non si tratta cioè di distrarre dalla paura, ma di attraversarla rendendola maneggiabile.
Cosa è documentato e cosa no
Il testo attribuisce al riso effetti fisiologici: stimolazione del sistema immunitario, rilascio di sostanze analgesiche. Va precisato che l’evidenza su questi meccanismi è debole e non consolidata.
Sono invece meglio documentati effetti più modesti ma reali: riduzione dell’ansia procedurale, minore percezione di dolore durante esami invasivi, maggiore collaborazione del bambino.
Il meccanismo plausibile non richiede ipotesi immunitarie: l’attenzione dirottata altrove riduce la componente ansiosa, e l’ansia amplifica la percezione del dolore.
La funzione relazionale
Il valore più solido è quello sociale: ridere insieme apre alla relazione, e il clima di fiducia che si crea consente al bambino di esprimersi.
Ne deriva una funzione conoscitiva ed emotiva: la possibilità di manifestare i propri stati d’animo e di mostrarsi anche nelle proprie fragilità.
È un’osservazione importante per chi cura: un bambino che riesce a dire cosa sente fornisce informazioni cliniche che altrimenti non arriverebbero.
Il ruolo del gioco
Il gioco svolge funzioni che vanno oltre il riempire il tempo:
- consente lo sviluppo della parte sana del bambino;
- introduce un senso di normalità in un ambiente estraneo;
- mantiene attivi stimoli sensoriali e relazioni;
- stimola creatività e immaginazione, particolarmente utili in uno spazio ristretto.
La funzione più rilevante è però l’ultima indicata: il gioco può diventare lo strumento con cui elaborare la malattia, focalizzando l’attenzione su di essa in una forma sostenibile.
È il principio noto del gioco come modo di padroneggiare ciò che si è subito: ripetendo in forma controllata un’esperienza subita passivamente, il bambino ne diventa l’agente.
Un effetto non previsto
La testimonianza riportata da un primario di pediatria segnala qualcosa che l’impostazione iniziale non contemplava: il beneficio non riguarda solo i bambini ma anche il personale.
È un aspetto rilevante. Chi lavora quotidianamente con la sofferenza infantile è esposto a un logoramento specifico, e un elemento che allenta la tensione del reparto agisce anche su chi vi opera: con ricadute indirette sulla qualità dell’assistenza.
Il testo chiude con una precisazione utile: la clownterapia non consiste nel far ridere a ogni costo, e spesso si limita a una carezza, uno sguardo, una parola.
Domande frequenti
Perché il ricovero è particolarmente difficile per un bambino?
Perché inverte il processo di conquista dell’autonomia tipico dell’età evolutiva: viene spostato, sottoposto a procedure, privato di controllo proprio quando lo stava acquisendo.
Cosa riduce il trauma del ricovero?
Quattro elementi: presenza dei genitori, preparazione al ricovero, gioco e ambiente adeguato. Restituiscono prevedibilità e possibilità di agire; la preparazione in particolare riduce l’impatto più di qualunque rassicurazione.
Il riso ha effetti sul sistema immunitario?
L’evidenza su questo è debole. Sono invece documentati effetti reali ma più modesti: riduzione dell’ansia, minore percezione del dolore durante le procedure e maggiore collaborazione.
A cosa serve il gioco in ospedale?
Sostiene lo sviluppo della parte sana, introduce normalità in un ambiente estraneo e soprattutto permette di elaborare la malattia: ripetendo in forma controllata ciò che è stato subito, il bambino ne diventa l’agente.