Che cos’è l’arteterapia
L’arteterapia può essere definita come l’insieme dei trattamenti terapeutici che utilizzano come principale strumento il ricorso all’espressione artistica allo scopo di promuovere la salute e favorire la guarigione, e si propone come una tecnica dai molteplici contesti applicativi, che vanno dalla terapia e la riabilitazione al miglioramento della qualità della vita. Le risorse utilizzate sono le potenzialità che ognuno di noi possiede, chi più chi meno, di elaborare il proprio vissuto e di esprimerlo creativamente; dove educare sta per e-ducere, cioè portar fuori e, nella pratica terapeutica e riabilitativa, portar fuori dal buio verso una maggiore conoscenza e consapevolezza.
Il focus dell’arteterapia, più che sul prodotto artistico finale, è sul processo creativo in sé. Ciò che è importante è soprattutto l’esprimersi, il creare. L’atto di produrre un’impronta creativa, infatti, permette all’individuo di accedere agli aspetti più intimi e nascosti di sé, di contattare ed esprimere le emozioni più recondite e spesso inaspettate, e di sperimentare e potenziare abilità spesso ignorate o inutilizzate. In questo senso il processo creativo, al di là del contenuto e del risultato finale, è già terapeutico in sé. “L’arte ha valore per la sua capacità di perfezionare la mente e la sensibilità più che per i suoi prodotti finali” (Fred Gettings, 1966).
Ciò non toglie che queste impronte creative, e cioè i prodotti finali dell’espressione artistica, possano svolgere altre importanti funzioni. Prima di tutto rappresentano per il creatore una traccia di sé, la testimonianza della propria auto-affermazione e il ricordo delle esperienze vissute durante la sua produzione, e dunque un punto di partenza per ulteriori riflessioni. Inoltre, in quanto rappresentazione simbolica del mondo interno del soggetto, il prodotto rappresenta per il terapeuta uno strumento privilegiato di accesso ai suoi contenuti interni, e dunque un materiale molto ricco ai fini della diagnosi e di una maggior comprensione del paziente.
Le origini: arte e psiche da Freud a Vygotskij
Come tecnica terapeutica e riabilitativa l’arteterapia si è sviluppata solo di recente, circa una cinquantina di anni fa, in seguito ai successi ottenuti da alcuni specialisti in attività creative nell’ambito dell’assistenza sanitaria, della riabilitazione e dell’educazione speciale. Il concetto stesso di arteterapia è dunque relativamente nuovo. Le sue origini, tuttavia, possono essere rintracciate nell’antico ed eterno rapporto tra cultura, arte e sviluppo sociale. Alcuni autori sono arrivati a suggerire che tra arti e società esiste un legame inscindibile: perciò la salute di una società si riflette nella sua attività artistica, e viceversa. Analogamente, si è detto che l’esercizio del diritto a produrre la propria impronta creativa può essere considerato come indice di salute dell’individuo (Warren, 1993).
Da sempre l’arte è considerata una forma di comunicazione importante, che riesce ad arrivare dove le parole non riescono ad arrivare. Proprio per questa sua peculiarità l’arte è stata spesso oggetto di interesse per molti studiosi nel campo della psicologia. Già lo stesso Freud si interessò all’arte. Egli definisce l’artista come un uomo che si distacca dalla realtà poiché non riesce ad adattarsi alla rinuncia al soddisfacimento pulsionale che la realtà inizialmente esige, e lascia che i suoi desideri di amore e di gloria si realizzino nella vita della fantasia (1911). L’artista, cioè, trasforma le sue fantasie in una creazione artistica invece che in sintomi. Per Freud il prodotto artistico si rivela specchio del mondo interno del soggetto, delle sue strutture e dei suoi processi psichici, e la creazione artistica diventa materiale di interpretazione per l’analista.
Anche se appare evidente la concezione patologica dell’arte, Freud coniò anche il termine patografia, e l’attenzione sul prodotto più che sul processo artistico, resta il fatto che già Freud aveva colto la straordinaria peculiarità dell’arte come strumento privilegiato di accesso ed espressione dei propri contenuti interni. Anche se da un’ottica molto diversa, anche Jung ha parlato di arte come un mezzo per contattare ed esprimere le immagini appartenenti all’inconscio. A differenza di Freud, però, Jung (1966) porta l’attenzione sul processo creativo, che consiste, a suo parere, nell’attivare le immagini archetipe inconsce, rielaborarle e tramutarle in un prodotto finito. L’artista è dunque colui che traduce le immagini archetipe che derivano dal profondo inconscio nel linguaggio del presente, rendendole così comprensibili a tutti. A partire dalla sua teoria degli archetipi e dal concetto di inconscio collettivo, e ben lontano dalla concezione patologica di Freud, Jung attribuisce all’arte un valore sociale.
Del valore sociale dell’arte, in quanto mezzo fondamentale di comunicazione in cui le emozioni individuali diventano generali e collettive, ha parlato anche Vygotskij. Egli ha inoltre trattato del concetto di creatività e di immaginazione, ritenuti due momenti integranti e indispensabili a una corretta conoscenza della realtà. La creatività stimola alla ricerca di nuove soluzioni e al cambiamento, dunque l’espressione artistica non è più una fuga dalla realtà, bensì ne diventa uno strumento di conoscenza fondamentale.
Le fondatrici dell’arteterapia: Naumburg e Kramer
Quelle che sono considerate le vere fondatrici dell’arteterapia sono Margaret Naumburg ed Edith Kramer. Margaret Naumburg (1947), di stretta derivazione psicodinamica, ha una visione molto vicina a quella di Freud e considera il prodotto artistico del paziente come uno strumento d’accesso ai suoi contenuti inconsci, da utilizzare nel corso della terapia come materiale da interpretare per favorire così l’insight e la risoluzione dei conflitti interni. L’espressione artistica del paziente è dunque vista e utilizzata essenzialmente come strumento diagnostico: l’arte come strumento ai fini della terapia, e non arte come terapia.
Edith Kramer (1958), invece, si muove da un’ottica completamente diversa e concentra l’attenzione sul processo creativo, ritenuto di per sé uno strumento terapeutico. L’espressione artistica del paziente non è vista solo come mezzo per l’espressione dei conflitti inconsci, ma come strumento per la loro risoluzione e come risorsa per la crescita e la maturazione personale. Arte, dunque, finalmente, come terapia. È dalla Kramer in poi che si può parlare di arteterapia vera e propria, con lo spostamento dell’attenzione dal prodotto artistico come materiale da interpretare al processo creativo vero e proprio, che, avvalendosi di simboli e metafore e coinvolgendo il soggetto in attività che implicano un impegno sensoriale e cinestesico, si propone come un mezzo per identificare ed esprimere le proprie emozioni e per comprendere e risolvere certe difficoltà.
L’arteterapia come disciplina attinge da una varietà di approcci teorici, come quello psicoanalitico, quello psicodinamico, quello cognitivista, quello gestaltico e quello dell’analisi transazionale, e in generale da tutti quegli approcci terapeutici che mirano a contattare e riconciliare i conflitti emotivi, alla promozione dell’autoconsapevolezza e dell’accettazione di sé, e allo sviluppo di abilità relazionali e comunicative.
Perché “fare arte” è terapeutico
Veniamo alla domanda cruciale per comprendere le potenzialità di questo strumento terapeutico: in che modo l’arteterapia, e cioè il fare arte, e non il rapportarsi a un prodotto artistico, può diventare momento di cura e terapia. Ci sono una serie di caratteristiche intrinseche al fare arte che rendono l’impegnarsi in questa attività di per sé terapeutico. È stato osservato che quando una persona è immersa in un’attività creativa riceve una serie di sollecitazioni a livello fisico, intellettuale ed emozionale che favoriscono i processi di guarigione. A queste proprietà benefiche del fare arte, l’arteterapia unisce la guida competente dell’arteterapeuta, che deve saper utilizzare al meglio questi strumenti, adattandoli via via alle persone e alle situazioni e amplificando determinati aspetti a seconda degli obiettivi prefissati.
Riprende le modalità del bambino
Fare arte riprende le modalità di conoscenza e azione sul mondo tipiche del bambino. Vi è infatti, come nel gioco infantile, una totale presenza e coinvolgimento verso ciò che si sta vivendo; vi è la possibilità, e lo stimolo, a prendere confidenza e sperimentarsi in tutte le ipotesi che la realtà e le proprie potenzialità presentano, e per di più divertendosi, e non con la fatica, e spesso l’ansia, che invece di solito accompagna l’adulto nel momento in cui deve ricercare soluzioni o prendere decisioni, e che spesso lo porta a rinchiudersi in automatismi e comportamenti fissi e ripetitivi, più comodi e rassicuranti ma anche stabili e non in evoluzione. In questo senso l’arteterapia, oltre a costituire un mezzo elettivo per lavorare con i bambini, favorisce un allargamento degli schemi abituali con i quali l’adulto vede e si relaziona alla realtà, sia interna che esterna, e lo stimola a individuare, contattare e sperimentare tutte le potenzialità inespresse.
Coinvolge mente e corpo e attiva la creatività
Fare arte coinvolge l’individuo nella sua totalità mente-corpo. L’attività creativa richiede infatti non solo un impegno intellettivo e cognitivo, legato all’immaginazione e all’ideazione del prodotto artistico, ma anche un impegno percettivo, sensoriale e motorio, legato alla produzione artistica in senso stretto. Le tecniche legate all’arteterapia hanno dunque la funzione di porre in miglior comunicazione soma e psiche, mente e corpo, e di far in modo che vi sia un rapporto più fluido ed equilibrato, e dunque più sano, tra questi due inscindibili aspetti che ci costituiscono, troppo spesso vissuti in maniera separata.
Fare arte, nel senso di impegnarsi in un’attività nuova e creativa, promuove inoltre l’attivazione dell’emisfero destro del cervello, che presiede alle attività creative, alla fantasia, all’intuizione, alla comunicazione e ai segnali corporei, cioè al pensiero analogico. Nella nostra società contemporanea, e in particolare in quella occidentale, il pensiero analogico viene ritenuto di solito meno importante rispetto al pensiero logico-razionale, dovuto invece all’attività dell’emisfero sinistro. In realtà, come necessitiamo di due gambe per camminare correttamente, allo stesso modo abbiamo bisogno dell’attività congiunta dei due emisferi per adattarci adeguatamente alla mutevole realtà. Il cosiddetto pensiero laterale, il cui sviluppo viene promosso dall’attivazione dell’emisfero destro, è fondamentale per arginare i limiti del pensiero logico-formale. Come sintetizza De Bono, il pensiero laterale permette di riconoscere i criteri e le idee dominanti che di solito polarizzano la percezione di un problema, di cercare modalità nuove di guardare e operare sulla realtà, e quindi di rendere più flessibile il rigido controllo del pensiero logico-razionale e stimolare lo sviluppo della creatività. L’arteterapia diviene così un’importante opportunità per dedicare spazio e tempo a queste fondamentali capacità.
Parla il linguaggio dei simboli
Fare arte implica il ricorso al linguaggio dei simboli. Dipingere, disegnare, plasmare, danzare implicano un’attività nella quale tutti i nostri sensi vengono stimolati e noi veniamo assorbiti nella nostra totalità. Ciò che proviamo e sperimentiamo si riflette nella nostra produzione artistica in termini di qualità e intensità di linee, tratti, colori, movimenti, nel modo in cui usiamo il tempo e lo spazio. L’espressione artistica si propone così come un riflesso, una rappresentazione simbolica del nostro mondo interno e delle modalità che solitamente usiamo nel rapportarci alla realtà, esterna e interna.
È proprio la caratteristica di utilizzare il linguaggio dei simboli, e dunque non solo quello verbale, che rende l’arteterapia un canale privilegiato rispetto alle altre forme di terapia. L’espressione artistica funge infatti da fattore di protezione e contenimento, e da oggetto mediatore nella relazione tra l’utente e il terapeuta; così, pur rispettando i meccanismi di difesa, in qualche modo li aggira e favorisce la libera espressione del proprio mondo interiore, una maggiore autoconsapevolezza e l’attivazione di risorse creative. È infatti più facile parlare di un disegno, di una poesia, di un brano musicale o di un film, che parlare di sé.
Il valore del gruppo
Va aggiunto che l’arteterapia, pur essendo utilizzata anche nel corso di terapie individuali, si svolge di solito in un contesto di gruppo. La presenza del gruppo svolge molteplici funzioni. Prima di tutto crea quell’atmosfera di spontaneità e quella sensazione di contenimento necessaria affinché ogni membro possa esprimersi liberamente. Inoltre consente al soggetto di rendersi conto di non essere solo in una situazione difficile unica, ma di trovarsi, pur nella specificità dei propri vissuti personali, in una situazione comune ad altri e da altri partecipata. L’intero gruppo discute e si confronta sui vissuti dei singoli membri, e questo non solo permette al singolo di percepire una rassicurante sensazione di contenimento, ma offre anche a tutti un’importante occasione di confronto e di crescita.
Per tutte queste caratteristiche intrinseche del fare arte, l’arteterapia riesce a superare i limiti delle terapie esclusivamente verbali. Facendo ricorso alle modalità infantili, ai più diversi registri sensoriali e comunicativi, e stimolando la creatività, l’arteterapia permette a tutti, e soprattutto a chi ha difficoltà di comunicazione, di esprimere emozioni e sentimenti inibiti o di cui è difficile parlare; identificare e affrontare conflitti e blocchi emozionali; migliorare la conoscenza e il rapporto con il proprio corpo; aumentare l’autoconsapevolezza; incrementare l’autostima e la percezione di autoefficacia; affermare sé stessi e la propria identità; sviluppare nuove strategie di comportamento; incrementare le capacità relazionali e comunicative.
Gli ambiti di applicazione
L’arteterapia viene usata nei contesti più vari. Questa diversità rispecchia la sua natura multidisciplinare e la pluralità degli approcci teorici cui fa riferimento, e riflette non solo l’efficacia della semplice partecipazione a un’attività creativa, ma anche le molteplici funzioni che questa può svolgere a seconda dei diversi momenti e obiettivi terapeutici. L’arteterapia contribuisce sia alla diagnosi che alla presa in carico e al trattamento del disagio, fisico, psicologico o sociale, nonché alla prevenzione del disagio stesso. Per fare ordine possiamo suddividere gli ambiti di applicazione in tre grandi aree: la terapia, la riabilitazione e l’educazione.
Area terapeutica
Sin dalla sua nascita l’arteterapia si è sviluppata principalmente come strumento di sostegno nelle cure psichiatriche di persone con gravi disturbi psichici, come gli psicotici e gli autistici. Fu presto chiaro a medici e psicologi che queste persone riuscivano a esprimersi meglio con il corpo o con i gesti, modellando la creta, ballando o raffigurando nei disegni le proprie angosce, piuttosto che attraverso le parole, per cui il ricorso all’espressione artistica poteva aiutarle a superare le gravi difficoltà di comunicazione tipiche di questi disturbi. Tali risultati portarono a estendere l’uso di queste tecniche anche a pazienti con disturbi meno gravi, come i disturbi dell’umore e i disturbi d’ansia, nei quali si riscontra, grazie all’uso dell’arteterapia (Pasanisi, 2001), un aumento dell’autostima, un consolidamento dell’Io e un miglioramento delle capacità di socializzazione.
Area della riabilitazione
I successi ottenuti nell’ambito della terapia portarono, con il tempo, a estendere l’uso dell’arteterapia al campo della riabilitazione di soggetti con danni neurologici e con handicap fisici, ma senza vere e proprie patologie psichiche: è l’ambito di applicazione più frequente oggi. Esprimersi in attività creative aiuta queste persone a ridurre la negazione della disabilità, a sviluppare maggiore autonomia personale e a costruire relazioni sociali. Insegnando alle persone a vedere ciò che le circonda, a esprimere le loro emozioni, e affermando che loro, e soltanto loro, possono tracciare quei particolari segni sulla carta o sulla tela, si offrono maggiori opportunità di conoscere se stesse e il proprio diritto di essere rispettate (Warren, 1993). L’uso dell’arteterapia nella riabilitazione non riguarda solo i disabili: viene spesso impiegata anche come sostegno nel trattamento di malati oncologici e di malati terminali, dove, grazie anche a un semplice scarabocchio, ballando o assumendo determinate posizioni, è possibile scaricare stress e tensioni e alleviare quel senso di torpore che spesso fa dimenticare di avere un corpo.
Area dell’educazione
Per quanto riguarda l’area dell’educazione, ci si riferisce al trend più nuovo di utilizzare l’arteterapia anche con persone normali, o comunque non portatrici di disagi specifici, come forma di educazione alla sensibilità, alla creatività, all’autoconsapevolezza e all’accettazione di sé. Sono tante infatti le situazioni normali in cui le persone, adulti e bambini, avvertono una condizione di crisi e il bisogno di ristabilire l’equilibrio con se stessi e con il mondo esterno: lutti, separazioni, insuccessi a scuola o nel lavoro. L’arteterapia può aiutare queste persone a contattare, esprimere ed elaborare le proprie emozioni, ad affrontare i propri conflitti e a ritrovare la fiducia in sé. In una società che dà sempre meno spazio alla creatività e alla fantasia, intese come capacità di esprimere se stessi e di relazionarsi con il mondo in maniera sempre nuova, e in un mondo frenetico e in eccesso di stimolazione in cui sempre meno conosciamo realmente noi stessi e le nostre emozioni, l’arteterapia può costituire quello spazio e quel tempo in cui incontrare noi stessi, esprimere le emozioni, confrontarci con i nostri aspetti più profondi e sperimentarci in diverse abilità, per promuovere l’autoconsapevolezza e ritrovare il benessere psicofisico.
Le forme d’arte utilizzate
Tra le forme d’arte principalmente utilizzate in arteterapia si possono menzionare tutte le arti grafiche, dal disegno alla scrittura, la danza, la musica, il teatro e la cinematografia.
Il disegno e la pittura
Il disegno e la pittura vengono utilizzati in arteterapia per acquisire o potenziare la capacità di contattare le emozioni e rappresentarle in una dimensione fantastica attraverso la forma e il colore. Richiedendo l’attivazione della coordinazione visuomotoria e la capacità di movimenti fini e precisi, comportano un giovamento anche da un punto di vista strettamente motorio. Il disegno assume tre significati: uno ludico, per creare; uno narrativo, per raccontare di sé; e uno conoscitivo, per porsi e rispondere a delle domande. Ma soprattutto il disegno ha un valore proiettivo: permette di esplicitare i propri conflitti e le proprie ansie che, assumendo concretezza e divenendo qualcosa di esterno a sé, trovano il distacco necessario per essere affrontate in maniera meno ansiogena.
Noti sono i numerosi test proiettivi che utilizzano le arti grafiche e in particolare il disegno, come il test della figura umana di Machover, il test dell’albero e della famiglia di Koch e il test della casa di Buck. A prescindere dai test, qualsiasi disegno contiene aspetti proiettivi, che si ritrovano nel modo in cui viene utilizzato lo spazio del foglio, nel tipo di tratto e nei colori scelti. Il disegno può inoltre essere utilizzato come strumento di analisi delle dinamiche di gruppo: proponendo un disegno di gruppo, in cui lo spazio, gli strumenti e il tema sono unici per tutti, possono rendersi evidenti le dinamiche di potere all’interno del gruppo, le modalità con cui questo elabora la risoluzione dei conflitti e il modo in cui ciascun membro si relaziona agli altri. Per la pittura possono essere utilizzati tutti gli strumenti e le tecniche, come pennarelli, tempere, acquerelli, colori a dita, collage. Anche la scelta di un certo strumento ha un valore simbolico: i pennarelli, facili da usare e con un tratto nitido, danno sicurezza, mentre le tempere e i colori a dita sporcano e richiedono un coinvolgimento maggiore, e di solito non vengono scelti da persone con tratti ossessivo-compulsivi; il collage, che richiede un minor impegno creativo perché si tratta solo di assemblare, viene di solito scelto da chi si sente minacciato da un’attività creativa troppo libera. Usare più strumenti insieme è invece indice di grande flessibilità ed è molto utile allo sviluppo del pensiero laterale.
L’uso della scrittura
L’uso della scrittura in arteterapia prende vari nomi (writing therapy, poetry therapy, bibliotherapy) a seconda della tecnica principalmente usata, ma indicano tutti l’uso intenzionale della scrittura come strumento terapeutico. La scrittura viene usata in diversi modi, da adattare alle caratteristiche delle persone e agli obiettivi terapeutici. In generale possiamo distinguere una modalità attiva e una passiva. Nella modalità attiva i soggetti vengono invitati a comporre brani poetici o letterari, in maniera libera o a partire da un tema o parole chiave indicati dal terapeuta: in questo caso la scrittura ha principalmente una funzione espressiva e rappresenta un’importante occasione per entrare in maggior contatto con sé stessi e raggiungere nuovi insight. La modalità passiva richiede invece la lettura, secondo un’interpretazione personale, di brani già esistenti: qui la funzione è principalmente evocativa e fa leva sui meccanismi di proiezione e identificazione. L’utilizzo della scrittura è particolarmente indicato con persone molto razionali, che di solito hanno difficoltà a riconoscere ed esprimere le proprie emozioni, perché tradurre in parole ciò che si prova richiede proprio un lavoro di questo tipo.
La danza
Anche per la danza sono state elaborate diverse varianti (biodanza, danzaterapia, danza-movimento terapia), che condividono l’uso del movimento, con o senza musica, come principale strumento terapeutico. Il presupposto teorico è che tensioni muscolari e modalità posturali e di movimento riflettano tensioni e modalità psicologiche; per cui lavorare per prendere consapevolezza e sciogliere tali tensioni fisiche comporta l’entrare in contatto con i blocchi emotivi e psicologici e il risolverli. La danza può essere vista come un dramma in cui il linguaggio del corpo sostituisce quello verbale. L’obiettivo principale è mettersi in contatto con il proprio corpo e dare ascolto alle emozioni che vi albergano, ma i benefici si estendono a più livelli: a un livello fisico permette di ampliare il repertorio motorio e migliorare coordinazione e tono muscolare, a un livello psicologico interviene sulle modalità di espressione di sé e sull’adattamento alla realtà, a un livello sociale lavora sul modo di interagire con il gruppo e sulle capacità comunicativo-relazionali.
La musica
Per l’uso della musica in terapia si parla principalmente di musicoterapia. La musica è uno strumento molto potente soprattutto per la sua valenza evocativa e regressiva. Fare o ascoltare musica attiva le zone del cervello legate ai più antichi meccanismi di sopravvivenza, mentre il ritmo riporta al contatto con il ritmo cardiaco materno nella fase intrauterina. La musica introduce la persona in un’atmosfera psicologica in cui la relazione con gli aspetti coscienti di sé si indebolisce, permettendo di entrare in contatto con le parti più profonde della psiche. Inoltre facilita il rilassamento fisico e mentale e migliora una serie di funzioni fisiologiche, come la respirazione, il battito cardiaco e la pressione sanguigna. Anche la musica può essere usata in forma attiva, producendo suoni con diversi strumenti, di solito le percussioni, o passiva, lasciandosi cullare dalle note di brani scelti dal terapeuta. Lo scopo è aiutare il soggetto a esplorare i vissuti emotivi derivati dal contatto con la musica e a rielaborare le immagini e i ricordi suscitati.
Il teatro
L’idea che il teatro potesse avere effetti benefici, e dunque terapeutici, risale fino ad Aristotele e all’antica Grecia. Gli effetti di cui parlava Aristotele, la catarsi che derivava dall’assistere a una tragedia, erano però di tipo passivo, mentre in arteterapia le tecniche teatrali vengono utilizzate in maniera attiva, ai fini della terapia. La scoperta del teatro come strumento terapeutico si deve principalmente a Moreno, ideatore dello psicodramma, ma dopo di lui è stata acquisita e sviluppata dai più svariati approcci. Psicodramma, teatroterapia, drammaterapia, playback theatre hanno tutti in comune l’utilizzo della drammatizzazione come principale strumento terapeutico. Drammatizzare, cioè tradurre in azione, permette un accesso più diretto ai contenuti interni del soggetto, che potrà rivivere eventi del passato, elaborare e risolvere i conflitti riattualizzandoli, esplorare i propri fantasmi rendendoli concreti ed esterni a sé e quindi più accessibili, o ancora sperimentarsi in situazioni nuove accrescendo le proprie competenze e la conoscenza di sé. Le tecniche derivate dal teatro sono molteplici perché il terapeuta le adatta ai pazienti e alle situazioni e spesso ne crea di nuove: oltre alla rappresentazione vera e propria e allo psicodramma, ricordiamo i giochi teatrali, usati come riscaldamento del gruppo, l’uso delle maschere, spesso costruite e dipinte dagli stessi soggetti, e l’interpretazione di monologhi.
La cinematografia
Musatti (1950) è stato tra i primi ad approfondire gli aspetti e le funzioni psicologiche del guardare un film, segnalando l’analogia tra sogno e cinema. Sia nei sogni che al cinema le immagini presentano un carattere di realtà pur non inserendosi nella realtà, rispondono ai bisogni immaginari e alle pulsioni più intime permettendone la soddisfazione allucinatoria, e sono sottoposte agli stessi processi intrapsichici: spostamento, proiezione, oblio. La seduta cinematografica presenta inoltre una serie di caratteristiche che favoriscono un coinvolgimento forte, come l’oscurità, il volume alto, la posizione rilassata, la passività. La visione di un film modifica lo stato di coscienza dello spettatore, che viene proiettato in una dimensione spazio-temporale in cui esiste solo la storia rappresentata sullo schermo, che annulla, almeno temporaneamente, la realtà circostante; questa nuova dimensione è in grado di suscitare emozioni, indurre alla riflessione su sé stessi e inviare spunti per un dialogo che produrrà mutamenti in chi ne è coinvolto (Fata, 2003). I meccanismi psicologici principali sono l’identificazione, per cui una carenza o un bisogno interno vengono mitigati attraverso l’identificazione con le emozioni e i vissuti dei personaggi, e la proiezione, per cui si affrontano i conflitti interni cogliendoli come oggettivi nei personaggi. Quando è possibile, rendere consapevoli questi processi può essere un momento importante di crescita personale. Anche la cinematografia viene usata sia in forma passiva, più vicina agli effetti catartici di cui parlava Aristotele, sia in forma attiva, coinvolgendo il gruppo nella stesura della sceneggiatura e nella produzione stessa del film, di cui i partecipanti saranno i protagonisti.
Le arti possono essere ovviamente utilizzate anche in sinergia. Ad esempio si può invitare i soggetti a fare un disegno lasciandosi ispirare dalla musica, o chiedere di rappresentare a livello teatrale o con la danza un certo brano poetico o musicale. Utilizzare insieme diversi registri sensoriali e comunicativi, o passare dall’uno all’altro, è molto utile per promuovere flessibilità e fluidità e affrontare gli stessi temi da una prospettiva diversa.
Domande frequenti
Qual è la differenza tra arte come terapia e arte ai fini della terapia?
È la distinzione storica tra Naumburg e Kramer. Per Naumburg il prodotto artistico è soprattutto materiale diagnostico da interpretare nel corso della terapia, quindi arte ai fini della terapia. Per Kramer è invece il processo creativo in sé ad avere valore terapeutico, come risorsa per la crescita personale: arte come terapia. È da questa seconda prospettiva che nasce l’arteterapia vera e propria.
Conta di più il processo creativo o il prodotto finale?
Il focus dell’arteterapia è sul processo, cioè sull’atto di creare, che permette di accedere alle emozioni più nascoste e di sperimentare abilità inutilizzate. Il prodotto finale conserva comunque un valore: è una traccia di sé per chi lo crea e, per il terapeuta, una rappresentazione simbolica del mondo interno del paziente, utile alla diagnosi e alla comprensione.
In quali ambiti si applica l’arteterapia?
In tre grandi aree. Nell’area terapeutica, come sostegno nelle cure psichiatriche e nei disturbi d’ansia e dell’umore; nella riabilitazione di persone con danni neurologici, handicap fisici o malattie gravi; e nell’area educativa, con persone senza disagi specifici, per promuovere sensibilità, creatività e accettazione di sé nei momenti di crisi come lutti, separazioni o insuccessi.
Perché l’arteterapia si svolge spesso in gruppo?
Il gruppo crea un’atmosfera di spontaneità e una sensazione di contenimento che aiuta ciascuno a esprimersi liberamente. Permette inoltre al singolo di sentirsi meno solo nella propria difficoltà e offre a tutti un’occasione di confronto e di crescita, perché il gruppo discute e rielabora insieme i vissuti dei suoi membri.
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