Due stati di coscienza
La nostra percezione è costantemente influenzata da due diversi stati di coscienza. Il primo è la coscienza focalizzata: un processo, in atto da migliaia di anni, che tende a dividere la realtà nelle sue parti per produrre idee, teorie, invenzioni, analisi e giudizi. È lo strumento della ragione analitica. Tutta la nostra educazione è volta a potenziarlo e affinarlo, e senza di esso non ci sarebbero cultura né scoperte scientifiche.
Il secondo è la consapevolezza diffusa: si basa sulla percezione dell’unità della natura, sull’interdipendenza di tutti i suoi elementi, su un intimo senso di fusione e appartenenza. È lo stato in cui vivono i bambini prima di essere “educati” a separarsene; ispira la visione degli artisti e dà voce alle intuizioni dei profeti.
Uno squilibrio pericoloso
Abbiamo bisogno di entrambi gli stati per evolverci e preservare la nostra integrità. Ma la competitività quotidiana ci spinge a un abuso della coscienza focalizzata a scapito della consapevolezza diffusa. Il risultato è un progressivo indurimento del cuore e uno stato di fragilità e angoscia. Iper-analizziamo, misuriamo, dividiamo, e perdiamo il senso del tutto.
Il dramma non è solo lo squilibrio, ma l’ignoranza che ne abbiamo. Nella perenne ricerca di potere e controllo, abbiamo quasi “idolatrato” la parte razionale del cervello, elevandola a unico riferimento, dimenticando che ha bisogno di un equilibrio con la sua controparte più istintiva e unitaria. È un po’ come il rapporto, nel corpo, tra i due rami del sistema nervoso autonomo: il simpatico e il parasimpatico: che devono bilanciarsi per garantire la salute.
L’esempio de “L’idiota”
Un’immagine potente di questo tema viene dalla letteratura. Ne L’idiota di Dostoevskij troviamo un adulto che vive quasi esclusivamente in uno stato di consapevolezza diffusa. Il protagonista rientra nella società dopo anni di isolamento e malattia e, pur essendo adulto, guarda il mondo con la semplicità e la franchezza di un bambino. Le sue osservazioni innocenti sono uno schiaffo costante alle costruzioni ipocrite di una società fondata sull’apparenza e sul tornaconto.
Il personaggio incarna qualità come l’empatia e l’accettazione senza discriminazioni: non conosce confini, il suo bisogno di contatto e di amore è incondizionato. Ma lo stridore del mondo circostante è tale da fargli quasi desiderare di rifugiarsi di nuovo nella malattia. È l’immagine di quanto sia difficile, oggi, vivere pienamente la consapevolezza diffusa senza esserne travolti.
Quando i rituali tenevano insieme gli opposti
Le due forme di coscienza sono intrecciate nella psiche di tutti, ma faticano a “convincersi” a vicenda: quando siamo in uno stato, tendiamo a eludere l’altro, e spesso i due diventano reciprocamente distruttivi. La nostra società è caratterizzata da questa frattura. Le culture arcaiche, al contrario, ricorrevano ampiamente a rituali di armonizzazione per mantenere l’equilibrio tra le due dimensioni.
Un esempio è la Grecia antica: persino i contadini trascorrevano giorni interi ad Epidauro per assistere alle tragedie. Non erano spettacoli di evasione come i nostri, ma occasioni religiose, civiche e collettive, finanziate dallo Stato e destinate a coinvolgere l’intera comunità. E non a caso Epidauro non era solo un teatro: era soprattutto un luogo di guarigione dedicato al dio Asclepio, dove arte, medicina, religione e magia concorrevano a restituire integrità all’essere umano. L’arte, insomma, aveva una funzione terapeutica riconosciuta.
Gli eroi che contengono gli opposti
L’uomo moderno, come quello antico, si trova davanti a un compito arduo: unificarsi, preservare la capacità di visione senza rinunciare a trovare una collocazione nel mondo materiale. È facile incontrare due esiti opposti e ugualmente tristi: persone “piene di luce” che, di fronte alle esigenze della vita, si arrendono al conformismo più rassicurante; oppure persone “bruciate” dall’incandescenza della propria visione, che finiscono isolate.
Solo alcuni riescono a contenere gli opposti, mantenendo la chiarezza della propria visione e collocandosi adeguatamente nella società. Sono, in un certo senso, gli eroi moderni, spesso non riconosciuti. Tra loro ci sono gli artisti, i poeti, i musicisti: hanno almeno una forma (l’opera) entro cui contenere il conflitto tra i loro opposti. Ma ci sono anche persone che non dispongono di alcuna forma artistica e fanno della propria vita un’opera d’arte: forse gli eroi più autentici di una società che rischia di perdere la propria anima. Come suggeriva Robert Frost in una sua poesia, sono coloro che non fuggono mai davvero: corrono guardando avanti, in una perenne esplorazione in cerca di approdo, dove è il futuro a dare senso al presente. Riconoscere e coltivare in noi entrambi gli stati di coscienza è, in fondo, il primo passo per non perdere quell’anima.
Domande frequenti
Cosa sono la coscienza focalizzata e la consapevolezza diffusa?
La coscienza focalizzata è la modalità analitica che divide la realtà per produrre idee, teorie e giudizi. La consapevolezza diffusa si basa invece sulla percezione dell’unità della natura e sul senso di appartenenza. La prima è coltivata dall’educazione; la seconda ispira artisti e bambini.
Perché è pericoloso lo squilibrio tra i due stati?
Perché la competitività quotidiana ci porta ad abusare della coscienza focalizzata a scapito di quella diffusa, con un indurimento del cuore e uno stato di fragilità e angoscia. Il dramma non è solo lo squilibrio, ma l’ignoranza che ne abbiamo: abbiamo idolatrato la ragione dimenticando l’altra dimensione.
Cosa rappresenta “L’idiota” di Dostoevskij?
Rappresenta un adulto che vive quasi solo nella consapevolezza diffusa: guarda il mondo con la semplicità e la franchezza di un bambino, incarnando empatia e accettazione senza confini. Le sue osservazioni innocenti smascherano l’ipocrisia sociale, ma lo stridore del mondo lo fa quasi desiderare di rifugiarsi nella malattia.
Che ruolo ha l’arte in questo equilibrio?
L’arte è uno dei luoghi in cui i due stati di coscienza possono riconciliarsi. Nelle culture antiche, come a Epidauro, la tragedia aveva una funzione di guarigione collettiva. Oggi artisti e poeti dispongono di una “forma” entro cui contenere gli opposti; altri fanno della propria vita un’opera d’arte.
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