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Arte e Linguaggio dei simboli

È più facile parlare di un disegno che parlare di sé. In questa frase, apparentemente banale, è contenuta la ragione per cui l’arteterapia funziona. L’espressione artistica ricorre al linguaggio dei simboli, non a quello verbale, e questo le permette di raggiungere contenuti del mondo interno che la parola diretta lascerebbe protetti e inaccessibili. Il disegno, […]

Psicolab — Arte e Linguaggio dei simboli
È più facile parlare di un disegno che parlare di sé. In questa frase, apparentemente banale, è contenuta la ragione per cui l’arteterapia funziona. L’espressione artistica ricorre al linguaggio dei simboli, non a quello verbale, e questo le permette di raggiungere contenuti del mondo interno che la parola diretta lascerebbe protetti e inaccessibili. Il disegno, la scultura, il movimento diventano una rappresentazione di ciò che si prova, e insieme un oggetto concreto su cui posare lo sguardo in due.

Che cosa significa linguaggio dei simboli

Dipingere, disegnare, plasmare, danzare sono attività in cui tutti i sensi vengono stimolati e la persona è assorbita nella sua totalità. Nulla di ciò che accade in quel momento resta fuori dal prodotto. Quello che si prova e si sperimenta si riflette nella qualità e nell’intensità delle linee, nella pressione del tratto, nella scelta dei colori, nell’ampiezza dei movimenti, nel modo in cui si occupa lo spazio del foglio e nel tempo che ci si concede prima di cominciare.

Nessuno di questi elementi ha un significato fissato in anticipo. Il rosso non vuol dire rabbia, il vuoto al centro del foglio non vuol dire assenza. Un simbolo, per come lo si intende qui, non è un codice da decifrare con un dizionario: è una forma che condensa un’esperienza e che assume senso solo dentro la storia di chi l’ha prodotta. Per questo l’espressione artistica si propone come un riflesso, una rappresentazione simbolica del mondo interno, e non come una sua traduzione letterale.

Perché il canale non verbale è privilegiato

La parola è uno strumento potente e sorvegliato. Mentre parliamo di noi selezioniamo, ordiniamo, addolciamo, giustifichiamo. Buona parte di questo lavoro non è consapevole: è la parte di noi che protegge da ciò che non siamo pronti a sapere. È proprio la caratteristica di utilizzare il linguaggio dei simboli, e dunque non soltanto quello verbale, a rendere l’arteterapia un canale privilegiato rispetto ad altre forme di terapia. Il gesto artistico anticipa la sorveglianza. Quando la mano ha già tracciato la linea, la linea esiste, e nessuna riformulazione può cancellarla.

Protezione, contenimento e mediazione

L’espressione artistica svolge tre funzioni distinte, che vale la pena tenere separate.

Funziona anzitutto come fattore di protezione. Ciò che appare sul foglio non è la persona: è un’immagine. Questa distanza minima ma decisiva permette di avvicinarsi a contenuti che, nominati direttamente, risulterebbero insostenibili. Si può dare forma a una scena di violenza, a una perdita, a un desiderio inconfessabile, e mantenere sempre la possibilità di dire che si trattava solo di un disegno.

Funziona poi come contenimento. Un’emozione intensa e informe, finché resta dentro, tende a dilagare. Depositarla in un oggetto le dà confini: ha una dimensione, un colore, un bordo. Molte persone raccontano di sentirsi più leggere dopo aver prodotto qualcosa, prima ancora di averne parlato, e non è un effetto illusorio: dare forma a un’esperienza è già un primo modo di renderla governabile.

Funziona infine come oggetto mediatore nella relazione tra la persona e il terapeuta. In un colloquio classico lo sguardo si posa sull’altro, e questo può risultare intrusivo per chi porta vergogna o diffidenza. In arteterapia i due sguardi convergono su un terzo elemento, il prodotto. Si parla di quello. E parlando di quello, senza essersi mai esposti direttamente, si finisce per parlare di sé.

Aggirare le difese senza forzarle

Questo è il punto più delicato e insieme il più fraintendibile. L’arteterapia, pur rispettando i meccanismi di difesa, in qualche modo li aggira. La distinzione tra aggirare e forzare è tutta clinica.

I meccanismi di difesa non sono ostacoli da abbattere: sono strategie che la persona ha costruito per rendere sopportabile la propria esperienza, e smantellarle di colpo espone a un dolore che non c’è ancora modo di reggere. Il linguaggio simbolico non le attacca. Passa accanto. Consente a un contenuto di manifestarsi in una forma che la difesa non riconosce come minacciosa, e lo rende disponibile alla coscienza nel momento e nella misura in cui la persona è in grado di riceverlo.

Il risultato è un’espressione più libera del proprio mondo interiore, una maggiore autoconsapevolezza e l’attivazione di risorse creative che erano rimaste inutilizzate. Nulla di tutto questo avviene per virtù dei materiali. Avviene perché c’è un professionista formato che sa dosare le proposte, riconoscere quando qualcosa si sta muovendo troppo in fretta e accompagnare il passaggio dal simbolo alla parola quando è il momento.

Il simbolo non va interpretato al posto della persona

Una tentazione ricorrente, alimentata dalla divulgazione, è leggere i disegni come test proiettivi improvvisati e restituire un significato. È un errore, per due ragioni. La prima è che i significati simbolici non sono universali e un’interpretazione imposta dall’esterno rischia semplicemente di essere sbagliata. La seconda, più importante, è che toglie alla persona il lavoro che le compete. Il senso di ciò che ha prodotto emerge dal suo racconto, dalle associazioni che le vengono guardandolo, dai ripensamenti. Il terapeuta accompagna quel processo, non lo conclude al posto suo.

Domande frequenti

Perché è più facile parlare di un disegno che di sé?

Perché il disegno introduce una distanza. Non è la persona, è un oggetto che la persona ha prodotto, e questa distinzione minima rende possibile avvicinarsi a contenuti che nominati direttamente sarebbero troppo esposti. Lo stesso vale per una poesia, un brano musicale o un film di cui si discute.

I colori e le forme hanno un significato preciso?

No. Non esiste un dizionario dei simboli valido per tutti: il rosso non significa rabbia e il vuoto non significa assenza. Un elemento assume senso solo dentro la storia di chi lo ha prodotto e attraverso le associazioni che quella persona vi porta. Interpretare dall’esterno è tecnicamente scorretto e spesso semplicemente inesatto.

Che cosa vuol dire che l’arteterapia aggira le difese?

Significa che i contenuti emergono in una forma simbolica che i meccanismi di difesa non riconoscono come minacciosa, e diventano quindi accessibili senza che quelle difese debbano essere attaccate. È un aggiramento, non una forzatura: le difese vengono rispettate, perché servono a rendere sopportabile l’esperienza della persona.

Il prodotto artistico viene valutato dal terapeuta?

Non sul piano estetico. Ciò che interessa è il processo con cui è stato realizzato, quali sensazioni ha attraversato la persona mentre lo faceva e che cosa ne dice guardandolo dopo. La qualità tecnica è irrilevante e chi teme di non saper disegnare può stare tranquillo: non è la variabile in gioco.

L’arteterapia non usa il disegno perché è piacevole, lo usa perché parla una lingua diversa da quella verbale. Il prodotto artistico riflette in forma simbolica ciò che la persona vive, e insieme svolge tre funzioni: protegge, perché non è la persona; contiene, perché dà forma e confini a un’emozione informe; media, perché offre a paziente e terapeuta un terzo oggetto su cui posare lo sguardo. Così i meccanismi di difesa vengono rispettati e nello stesso tempo aggirati, e il mondo interiore diventa dicibile alla velocità di chi lo abita. A una condizione: che il simbolo resti della persona, e nessuno lo interpreti al posto suo.
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