Il modello del film e l’auto come estensione del corpo
La grossa auto nera sfreccia a velocità folle attraverso le strade della città. Il traffico non è intenso, ma un furgone che percorre la stessa corsia ne rallenterebbe la corsa: così, con una manovra brusca, l’auto nera si butta nella corsia opposta con un gran stridere di pneumatici. Le altre auto che se la trovano di fronte la evitano, chi buttandosi sulla destra e andando a urtare vetture in sosta o la vetrina di un negozio, chi sulla sinistra, finendo la marcia con uno spettacolare testacoda, mentre l’auto nera continua la corsa nella direzione sbagliata, in un concerto di clacson e di allarmi antifurto.
Questa è la tipica sequenza di molti film d’azione, dove di solito un’auto è inseguita dalla polizia o da un’altra vettura. Il modello proposto non è reale né realistico, ma viene comunque interiorizzato da alcuni guidatori perché funzionale. Qualsiasi mezzo che permette di raggiungere una velocità superiore a quella del corpo umano genera nel guidatore la percezione di un potenziamento delle proprie capacità, fino a essere sentito da alcuni come una vera e propria estensione del proprio corpo.
I fattori che alimentano la guida aggressiva
Vi sono alcuni fattori, generali e interpersonali, che favoriscono la formazione di questo tipo di percezione. Innanzitutto le differenze di genere. I giovani maschi tendono a descriversi come nettamente superiori nella guida rispetto alle coetanee, considerando abilità di guida il riuscire a manovrare l’auto ad alte velocità e a farsi strada nel traffico. Il fatto che le donne riportino un numero nettamente inferiore di incidenti rispetto agli uomini sembra confermare questa idea (Redshaw, 2000). La differenza di genere è riconducibile in parte a fattori biologici, per i quali l’elevata presenza di testosterone determina nell’uomo una maggiore aggressività, e in parte a fattori culturali, per i quali nell’immaginario collettivo l’uomo è ritratto come determinato, forte, potente.
I fattori interpersonali, infine, fanno la differenza. L’immagine che ciascuno di noi ha di sé dipende dalla propria storia di vita, dalle esperienze vissute con successo e dai fallimenti, dalle conferme e dalle disconferme ricevute sin dal primo giorno di vita. Qualcuno trova nella guida una conferma alla propria immagine e alle proprie capacità. Ma perché la conferma sia efficace, perché sia formante, occorre che le pratiche di guida siano portate all’estremo, dove altri non hanno il coraggio di spingersi, fino a poter dire “io sono più bravo, più coraggioso di te, di lui, di tutti voi”. E così si sta attaccati al paraurti dell’auto che precede, quasi a volerla spingere, si impreca verso il conducente che con la sua guida troppo prudente ci limita, fino ad azzardare un sorpasso in condizioni impossibili. E mentre il motore ruggisce, l’adrenalina esplode nel corpo in un delirio di onnipotenza che la simbiosi con l’autovettura sembra regalare.
Lo studio israeliano sull’aggressività alla guida
Comportamenti aggressivi del genere sono stati oggetto di uno studio condotto in Israele (Yagil, 2001), che si proponeva di individuare gli antecedenti personali delle reazioni di aggressività dei conducenti in condizioni frustranti. I risultati hanno evidenziato che la tendenza a reagire in maniera aggressiva a una condizione di guida percepita come frustrante è legata alle emozioni sperimentate dal guidatore in quella condizione, e che al manifestarsi del comportamento aggressivo sembrano contribuire il personale grado di irritabilità e di competitività.
Non solo aggressività: imperizia, disattenzione e il declino delle capacità
Ma l’aggressività non è l’unica causa delle pratiche scorrette di guida, tra cui il contromano ha un peso importante nel bilancio degli incidenti di ogni anno. Spesso condotte pericolose vengono poste in essere per imperizia o disattenzione. Nonostante il termine imperizia richiami facilmente l’immagine del neopatentato, questa condizione è in realtà un deterrente per le pratiche di guida pericolose non volontarie. Nel neopatentato la sequenza di comportamenti necessari alla guida deve ancora automatizzarsi, e l’apprendimento di questa sequenza, in un contesto percepito come pericoloso, porta di solito a dirigere l’attenzione alla strada e alla segnaletica, così da evitare incidenti.
Più pericolosa appare invece la condotta di chi, in là con gli anni, ha acquisito in passato un’elevata sicurezza e abilità nella guida, ma con il tempo l’ha esercitata sempre meno. Un comportamento automatizzato come il guidare, se non costantemente rinforzato, perde efficacia, non tanto nella sequenza materiale della guida, quanto nell’insieme di comportamenti che riguardano il controllo dell’ambiente circostante, come le automatiche occhiate agli specchietti o ai cartelli. Con gli anni si assiste inoltre a un fisiologico calo delle capacità cognitive e fisiche, dei processi attentivi e dei riflessi. Si crea così un divario tra le effettive abilità di guida e la percezione che la persona ha di sé, percezione che incide sull’immagine di sé. Accettare un declino delle proprie competenze comporta una ristrutturazione della rappresentazione che abbiamo di noi stessi, ristrutturazione che in alcuni casi può risultare molto dolorosa.
Guida e personalità
La pratica di guida è un elemento del tutto soggettivo, che si esprime in relazione alla personalità del guidatore. Ciascuno di noi ha una propria individualità, ma talvolta questa non comprende la componente di coscienza civica indispensabile per una pratica come la guida che, esercitata in un contesto sociale, può divenire dannosa se lo strumento automobile è utilizzato come arma impropria o, come spesso accade, con troppa leggerezza.
Domande frequenti
Perché alcuni guidano come nei film d’azione?
Perché quel modello, pur irreale, viene interiorizzato in quanto funzionale: dà la percezione di un potenziamento delle proprie capacità. L’auto veloce viene sentita come un’estensione del corpo, e la guida estrema diventa un modo per confermare la propria immagine di sé.
Perché gli uomini hanno più incidenti gravi delle donne?
Secondo i dati citati (Redshaw, 2000) gli uomini riportano più incidenti. Le cause indicate sono biologiche, come la maggiore aggressività legata al testosterone, e culturali, come l’immagine dell’uomo forte e potente che porta a considerare abilità di guida la velocità e la spericolatezza.
Solo l’aggressività causa la guida in contromano?
No. Oltre all’aggressività incidono l’imperizia e la disattenzione. Un fattore spesso trascurato è il declino delle capacità con l’età in chi era un guidatore esperto: quando l’abilità non è più rinforzata, si allentano i controlli automatici sull’ambiente circostante.
Che cosa rende pericolosa la guida di un conducente esperto ma anziano?
Il divario tra le capacità reali, in calo, e la percezione di sé, rimasta alta. Accettare questo declino richiede una faticosa ristrutturazione dell’immagine di sé, e finché non avviene la persona può sopravvalutare le proprie abilità al volante.
Lascia un commento