Psicologia Clinica e Psicopatologia

Allenatori Leader

Il comportamento di un allenatore dopo un errore incide sull’autostima dei ragazzi più di qualunque risultato ottenuto. È uno dei dati meglio documentati della psicologia dello sport, e riguarda un momento che dura pochi secondi. Articolo divulgativo rivolto a chi allena, in particolare nei settori giovanili. Comportamenti umilianti, punitivi o discriminatori verso minori non sono […]

Psicolab — Allenatori Leader
Il comportamento di un allenatore dopo un errore incide sull’autostima dei ragazzi più di qualunque risultato ottenuto. È uno dei dati meglio documentati della psicologia dello sport, e riguarda un momento che dura pochi secondi.
Articolo divulgativo rivolto a chi allena, in particolare nei settori giovanili. Comportamenti umilianti, punitivi o discriminatori verso minori non sono uno stile: sono condotte da segnalare. Per situazioni che riguardano minori in difficoltà è attivo il 114.

Perché si pratica sport

Il testo elenca le motivazioni rilevate tra i giovani praticanti: competere, migliorare le proprie abilità, sentirsi in forma, far parte di una squadra, stare con gli amici e conoscerne di nuovi, divertirsi, spendere energia.

L’elenco corrisponde a quanto la ricerca rileva sistematicamente, con un dato che vale la pena isolare: vincere non compare tra le prime posizioni.

Le motivazioni prevalenti nei settori giovanili sono il divertimento, il miglioramento personale e la dimensione sociale. E il motivo più frequente di abbandono è coerente: si smette quando smette di essere divertente, quando si gioca poco, quando la pressione diventa eccessiva.

Ne discende un’indicazione che il testo formula bene: chi allena dovrebbe organizzarsi per soddisfare il maggior numero possibile di quelle motivazioni, e non una sola.

Il dato più importante

La ricerca sul comportamento degli allenatori ha isolato un fattore con effetti misurabili, e riguarda il momento successivo all’errore.

I programmi di formazione che insegnano tre comportamenti: rinforzo dopo le prestazioni riuscite, incoraggiamento immediato dopo un errore, istruzione tecnica associata a quell’incoraggiamento: hanno prodotto risultati documentati: maggiore autostima negli atleti, maggiore gradimento dell’esperienza, e una riduzione sostanziale dell’abbandono nella stagione successiva.

Il testo li elenca correttamente tra i comportamenti preferiti dagli atleti.

Perché la sequenza conta

Il punto decisivo non è essere gentili, ma l’ordine delle cose.

Dopo un errore la reazione più comune è la correzione immediata. In quel momento, però, il ragazzo è concentrato sul proprio insuccesso, e l’istruzione tecnica viene ricevuta come una conferma dell’errore.

Anteporre l’incoraggiamento cambia la funzione di ciò che segue: l’indicazione tecnica diventa un aiuto anziché un rimprovero, e viene effettivamente ascoltata.

È una sequenza di pochi secondi, ripetuta decine di volte in un allenamento, e produce la differenza tra un ragazzo che smette di provare e uno che riprova.

Il rinforzo va reso specifico

Un’aggiunta al testo, che propone espressioni come «bravo» e «bene».

Funzionano, ma molto meno di un riscontro specifico. «Bravo» comunica approvazione; «hai tenuto la posizione anche quando eri in ritardo» comunica cosa ha funzionato, ed è ciò che consente di ripeterlo.

Vale anche una distinzione documentata: il riscontro riferito allo sforzo e alla strategia produce esiti migliori di quello riferito al talento. Dire a un ragazzo che è portato per quello sport lo espone al rischio di interpretare la prima difficoltà come smentita.

I due stili

Il testo distingue uno stile autoritario, che decide senza tenere conto delle opinioni altrui ed è orientato unicamente al risultato, da uno cooperativo, che considera le idee di atleti e collaboratori pur mantenendo la decisione finale.

La distinzione è utile e va precisata su un punto.

Il testo la formula come contrapposizione tra chi punta alla vittoria e chi si occupa delle persone. È una semplificazione che indebolisce l’argomento, perché suggerisce che curare le persone costi in termini di risultati.

I dati indicano il contrario: gli stili fondati su rinforzo e istruzione tecnica non producono squadre meno competitive. Producono squadre in cui restano più atleti, e la continuità è il principale determinante del livello raggiunto in un settore giovanile.

Il vantaggio dello stile punitivo, quando c’è, è immediato e locale; il costo si manifesta l’anno successivo, sotto forma di persone che non si sono iscritte di nuovo.

Il terzo stile, che manca

Il testo cita di sfuggita lo stile del lasciar fare come opzione da evitare, e ha ragione.

Vale la pena esplicitarlo: la questione non è tra più o meno severità, ma tra due dimensioni indipendenti, quanta struttura si fornisce e quanta considerazione si dà alle persone.

Chi fornisce molta struttura e poca considerazione è autoritario. Chi dà considerazione senza struttura lascia i ragazzi senza riferimenti, e questa è la condizione peggiore in assoluto: le regole assenti generano più ansia di quelle rigide.

Lo stile efficace combina entrambe: regole chiare e costanti, e attenzione alle persone.

L’autorevolezza non è la carica

Il testo osserva giustamente che essere formalmente il responsabile non basta, e che l’autorità va riconosciuta dagli atleti.

Un criterio pratico per verificarlo: osservare cosa accade quando l’allenatore non è presente. Se il lavoro procede, l’autorità è riconosciuta; se si interrompe, era soltanto controllo.

Utile anche l’indicazione sull’imparzialità: analizzare le prestazioni senza mostrare preferenze. Va aggiunto che in un gruppo di ragazzi le disparità di trattamento vengono notate immediatamente, anche quando l’adulto è convinto di non manifestarle, e sono tra le principali cause di risentimento.

Il diario

La proposta più originale del testo è quella dell’automonitoraggio: annotare dopo ogni allenamento come è stato programmato, quali obiettivi sono stati raggiunti, in quali condizioni personali si è arrivati, cosa ha creato difficoltà, quanto sono stati positivi i propri interventi.

È una pratica sottovalutata e con un fondamento preciso.

Chi allena non dispone di alcun riscontro sul proprio comportamento: nessuno gli dice come si è rivolto ai ragazzi, e la memoria di ciò che si è detto è notoriamente inaffidabile, si ricordano le proprie intenzioni, non le proprie parole.

La domanda sulle condizioni personali prima della seduta è la più utile dell’elenco: gran parte della variabilità nel comportamento di un adulto verso un gruppo non dipende dal gruppo, e riconoscerlo è il primo passo per non farlo ricadere su altri.

Domande frequenti

Cosa spinge davvero i ragazzi a fare sport?

Divertimento, miglioramento personale e dimensione sociale. Vincere non compare tra le prime motivazioni, e si abbandona quando smette di essere divertente o quando si gioca poco.

Cosa fare subito dopo un errore?

Incoraggiare prima di correggere. L’istruzione tecnica data nell’immediatezza dell’errore viene ricevuta come conferma dell’insuccesso; anteporre l’incoraggiamento la rende ascoltabile.

Uno stile attento alle persone fa perdere?

No. Non produce squadre meno competitive, ma squadre in cui restano più atleti, e la continuità è il principale determinante del livello raggiunto in un settore giovanile.

Come si verifica se l’autorità è riconosciuta?

Osservando cosa accade quando l’allenatore non c’è: se il lavoro procede è autorevolezza, se si interrompe era controllo.

Il momento che conta di più dura pochi secondi ed è quello successivo all’errore: incoraggiare prima di correggere trasforma l’istruzione tecnica da rimprovero in aiuto, e i programmi che insegnano questa sequenza hanno prodotto maggiore autostima e minore abbandono. Va corretta l’idea che curare le persone costi in termini di risultati: non produce squadre meno competitive, ma squadre in cui restano più atleti. E la distinzione utile non è tra severità e permissività, ma tra struttura e considerazione: mancare della prima è peggio che eccedere nella seconda.
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