Psicoterapia e Psicoanalisi

Alcolismo e Metodologia Hudolin

Cos’è l’alcolismo? Interrogandosi su questa domanda si sarebbe portati a rispondere che è una forte dipendenza da alcol, per cui la persona trova quotidianamente occasioni per bere senza dare troppo peso alle quantità, a causa di problematiche che non riesce a risolvere altrimenti. Conoscere la metodologia Hudolin, che trova negli ACAT (Associazione dei Club Alcolisti […]

Psicolab — Alcolismo e Metodologia Hudolin
Cos’è l’alcolismo? Interrogandosi su questa domanda si sarebbe portati a rispondere che è una forte dipendenza da alcol, per cui la persona trova quotidianamente occasioni per bere senza dare troppo peso alle quantità, a causa di problematiche che non riesce a risolvere altrimenti. Conoscere la metodologia Hudolin, che trova negli ACAT (Associazione dei Club Alcolisti in Trattamento) la sua forma di espressione, offre però una visione diversa del problema, rendendo meno netta la linea di demarcazione tra alcolisti e non.

Bevitori a rischio: oltre la linea tra alcolisti e non

Viene messo in evidenza che bere è un comportamento a rischio in qualsiasi quantità e che non è così semplice, come abitualmente si fa, stabilire dove sta il bevitore moderato e dove comincia quello problematico o il vero e proprio alcolista. L’unica distinzione netta e sicura è quella tra astemi o astinenti, coloro che hanno deciso di smettere, e bevitori. La quota di coloro che hanno forti problematiche con l’alcol e che probabilmente non hanno molte possibilità di recupero rappresenta solo il 5% della popolazione che beve, tutto il resto è qualificabile come “bevitori a rischio”.

“Non esiste un limite minimo al di sotto del quale l’alcol può essere consumato senza nessun rischio”, come sostiene Hans Hembland, e non è possibile definire un livello al di sotto del quale sicuramente non si creerà dipendenza da questa sostanza.

L’alcoldipendenza come stile di vita, non solo malattia

La metodologia Hudolin parte dall’idea che l’alcoldipendenza sia uno stile di vita più che una malattia, e guarda al problema dell’alcol da un’ottica diversa e un po’ scomoda, soprattutto per gli amanti degli alcolici. Non etichetta l’uso di alcol come male, assumendo una posizione proibizionista, né come piacere ineliminabile dalle nostre abitudini, auspicandone un uso moderato: oltrepassa tale dicotomia e si sofferma a considerare una realtà insita nel nostro stile di vita, quello della popolazione italiana, cioè la positività con cui viene accettato il bere, smitizzando al contempo i luoghi comuni che culturalmente ci vengono trasmessi. Così il problema dell’alcol viene ricondotto alla responsabilità individuale sulla propria salute e il discorso si concentra sul prendere consapevolezza che bere è una consuetudine ben accettata, per cui tutti ci sentiamo autorizzati a farlo.

Sostiene Ledermann che il consumo medio di alcol di una comunità è direttamente proporzionale al numero di alcolisti o forti bevitori attesi. Con questa affermazione semplice e intuitiva, più nella comunità si beve più aumenta la percentuale di persone che riporteranno problemi alcolcorrelati: dunque siamo chiamati tutti in causa, perché il bere di ciascuno di noi influisce sulla percentuale degli alcolisti per il solo fatto che sostiene una cultura della positività dell’alcol.

La cultura del vino e la responsabilità collettiva

Questo tipo di riflessione risulta scomoda perché pone di fronte alla necessità di una scelta intima e privata, e la nuova prospettiva induce a guardare con diffidenza le pratiche del bere. Ma la scelta di non bere diventa complicata all’interno di una società le cui tradizioni sono impregnate della cultura del vino. Etruschi, Greci e Romani ne facevano largo uso (la scoperta del vino sembra risalire al 4500 a.C., quella della birra al 6000 a.C.); attualmente la produzione vinicola è conosciuta in tutto il mondo ed è parte integrante del nostro patrimonio culturale collettivo. Bere è un’azione che accompagna gran parte del nostro stile di vita: basta evitare di assumere alcol per un breve periodo per rendersi conto di come gran parte delle situazioni sociali siano contraddistinte dalla sua presenza, dall’andare a cena fuori al passare una serata in compagnia, durante le ricorrenze o i festeggiamenti per ogni felice evento.

L’uso di vino entra nella nostra quotidianità, i figli hanno davanti questo esempio e lo assumono senza metterlo in dubbio, e anche la medicina porta elementi a favore sostenendo che in dosi limitate il vino ha effetti benefici sulla salute. Bere è un’azione accettata senza troppi pesi sulla coscienza da parte del singolo e della collettività, diversamente da quanto avviene nei confronti di tabacco, eroina e cocaina, che, forse vantando una tradizione meno lunga del loro utilizzo, sono viste con maggior diffidenza dalla nostra società.

Le cosiddette stragi del sabato sera o l’abuso di alcol da parte degli adolescenti a fatica possono essere evitate quando l’immaginario collettivo viene rafforzato dall’ambiente circostante e dalla pubblicità, nell’idea che l’alcol sia simbolo di forza, coraggio e spavalderia, così caricato di connotazioni positive. Diventa pertanto difficile, per i giovani, distinguere tra il piacere di bere e un’azione imposta da un’immagine sociale che ottiene consensi e favori.

I limiti del proibizionismo

Non si tratta dunque di disquisire sul bene o sul male del bere, sul tanto o sul poco: la riflessione da fare è più ardua proprio perché destruttura un sistema di valori accreditato e mette in primo piano la nostra parte di responsabilità nell’accettare, senza riserve, un sistema di pensiero che non pone troppi limiti al bere ma lo esalta, alimentando una modalità di vivere la socialità che vuole sempre presente l’alcol: la domanda chiama l’offerta, e la domanda siamo noi a farla. Si fa invito alla moderazione, ma la moderazione rappresenta una voce flebile in una società che tollera la serata con la sbornia e che dà implicitamente il suo consenso all’abuso: molti locali nascono proprio per accogliere chi si dedica a questa pratica, i supermercati mettono alla portata di tutti ogni tipo di bevanda alcolica a prezzi modici, si organizzano feste pubbliche che prevedono la vendita di alcolici.

Proibire non risolve il problema, rappresenta solo l’altra faccia della medaglia e non fa altro che suscitare la curiosità e la voglia di sperimentare. Proibire non offre motivazioni resistenti e convincenti al non bere, se non quella che l’alcol fa male: motivazione che poco interessa chi ha voglia di sentirsi adulto o chi ne fa uso per automedicarsi e non sentire altri tipi di sofferenze.

Il Club e la costruzione di una rete

Per questi motivi affascina l’altra via offerta dalla metodologia Hudolin, che suscita necessariamente la riflessione e la domanda sul come comportarsi, senza dare risposte se non quelle che ciascuno intimamente sceglie di darsi. Induce a guardare con occhi più critici la propria adesione alla cultura del buon bere, a diffidare di un’ottica che si limita a emarginare l’alcolista come malato e che non prende in considerazione l’importanza del contesto, lasciandolo solo a combattere la sua battaglia contro un nemico che tutti intorno a lui assecondano.

Relazione e costruzione di una rete sono gli obiettivi del Club, luogo in cui si riuniscono persone con problemi alcolcorrelati accompagnate dalle loro famiglie, alla presenza di un coordinatore detto servitore. All’interno del Club ognuno ha la possibilità di parlare della sua esperienza, di rivelarsi per quello che è, di incontrare altre persone con problematiche simili, imparando così a sviluppare il confronto e la riflessione su se stessi, senza sentirsi più solo nell’affrontare una condizione divenuta insostenibile e fonte di sofferenze. Ascoltando le storie degli altri possono essere ridimensionate le proprie difficoltà, non più sentite come uniche e insormontabili: anche altri vivono nella stessa condizione, dunque diminuisce il senso di isolamento e aumenta quello di normalità, e diventa possibile trovare soluzioni imparando dall’altro.

Le relazioni familiari nel Club

Anche le relazioni familiari sono soggette a revisione: i propri familiari possono essere visti sotto altri occhi e, nel Club, genitori e figli giungono a confrontarsi in maniera più vera, facendo uscire quello che non è mai stato detto. La comunicazione si svolge a un livello più emozionale, meno costretta all’interno di difese e di ruoli, proprio perché altri condividono la stessa situazione e perché la forza del gruppo dà la spinta e la protezione necessarie a far emergere la sofferenza. L’ACAT sprona a costituire una rete di supporto tra le persone soprattutto al di fuori del Club, così da potersi aiutare vicendevolmente nella vita di tutti i giorni, dove le difficoltà sono sempre presenti e la creazione di un nuovo stile di vita è costantemente messa a dura prova. Sperimentare, forse per la prima volta, un senso di fiducia negli altri permette poi di confrontarsi col mondo esterno con maggiore serenità. Il Club mira a integrarsi all’interno della comunità, evitando di rimanere un’isola felice e di divenire un ulteriore luogo di ghettizzazione: per questo le riunioni si svolgono in luoghi pubblici di ritrovo e vengono allestiti ogni anno corsi di sensibilizzazione aperti a tutti.

Cultura della sobrietà, etica della prossimità e della distanza

L’idea che anima l’ACAT è quella di diffondere la cultura della sobrietà, intesa come possibilità per tutti di essere presenti alla propria vita e di gestirla nel modo migliore possibile, dove il migliore è ciò che ciascuno considera bene per se stesso senza imposizioni, prendendo coscienza che la vita è un dono che non vale la pena sprecare, visto che è l’unica possibilità che ci è offerta.

L’OMS ha definito la salute come “lo stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non consiste soltanto nell’assenza di malattia o di infermità”: si riconosce così che il benessere del singolo è imprescindibile dall’ambiente e dalla socialità che lo circonda. La metodologia Hudolin pone in primo piano l’importanza delle relazioni come nutrimento per l’anima, e di conseguenza per il corpo, invece di tralasciarle come fa la medicina concentrandosi solo sul sintomo. L’intuizione è quella di ricreare un senso di comunità se si vuole davvero guarire il singolo, attraverso la diffusione dell’etica della prossimità, che sollecita le persone a darsi una mano l’un l’altra, a essere solidali, ad avere fiducia nel prossimo, insieme all’etica della distanza, che ci sprona a farci carico dello spazio mondiale e del destino delle generazioni future: fondamenti per una società fondata davvero sulla pace e sulla comprensione, tanto facile da pensarsi quanto difficile da concretizzarsi.

Domande frequenti

Che cos’è la metodologia Hudolin?

È un approccio che considera l’alcoldipendenza uno stile di vita più che una malattia e che affronta il problema attraverso i Club Alcolisti in Trattamento, spostando l’attenzione dal sintomo del singolo alla responsabilità individuale e alla rete di relazioni della comunità.

Cosa sono gli ACAT e i Club Alcolisti in Trattamento?

Sono luoghi in cui persone con problemi alcolcorrelati si riuniscono con le proprie famiglie, alla presenza di un coordinatore detto servitore, per confrontarsi, ridurre l’isolamento e costruire una rete di sostegno reciproco anche nella vita quotidiana.

Perché si parla di “bevitori a rischio”?

Perché bere è considerato un comportamento a rischio in qualsiasi quantità: chi ha forti problematiche rappresenta solo il 5% di chi beve, mentre l’unica distinzione netta e sicura è quella tra astinenti e bevitori.

Perché il proibizionismo non è la soluzione?

Perché vietare non offre motivazioni convincenti al non bere e finisce per alimentare curiosità e desiderio di sperimentare, senza incidere sulla cultura che carica l’alcol di connotazioni positive.

La metodologia Hudolin sposta il baricentro dell’alcolismo dalla malattia del singolo alla cultura collettiva del bere: ognuno, con le proprie abitudini, contribuisce alla percentuale di alcolisti attesi. La risposta non è né proibire né moderare, ma diffondere una cultura della sobrietà attraverso relazioni, reti di sostegno e responsabilità condivisa.
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