Psicoterapia e Psicoanalisi

Alcolismo e Metodologia Hudolin

Cos’è l’alcolismo? Se mi fossi interrogata su questa domanda qualche mese fa avrei risposto che è una forte dipendenza da alcol per cui la persona trova quotidianamente delle occasioni per bere senza dare troppo peso alle quantità, a causa di problematiche incapace a risolvere altrimenti. L’essere venuta a conoscenza della metodologia Hudolin , che trova […]

Psicolab — Alcolismo e Metodologia Hudolin

Cos’è l’alcolismo? Se mi fossi interrogata su questa domanda qualche mese fa avrei risposto che è una forte dipendenza da alcol per cui la persona trova quotidianamente delle occasioni per bere senza dare troppo peso alle quantità, a causa di problematiche incapace a risolvere altrimenti. L’essere venuta a conoscenza della metodologia Hudolin , che trova negli ACAT, Associazione dei Club Alcolisti in Trattamento, la sua forma di espressione, mi ha dato una diversa visione del problema rendendo meno netta la linea di demarcazione tra alcolisti e non. Infatti viene messo in evidenza che bere è un comportamento a rischio in qualsiasi quantità e che non è così semplice, come abitualmente si fa, stabilire dove sta il bevitore moderato e dove comincia quello problematico o il vero e proprio alcolista. L’unica distinzione netta e sicura è quella tra astemi o astinenti, coloro che hanno deciso di smettere, e bevitori. La quantità di coloro che hanno forti problematiche con l’alcol e che probabilmente non hanno molte possibilità di recupero rappresenta solo il 5% della popolazione che beve, tutto il resto è qualificabile come “bevitori a rischio”.
“Non esiste un limite minimo al di sotto del quale l’alcol può essere consumato senza nessun rischio”, come sostiene Hans Hembland e non è possibile definire un livello al di sotto del quale sicuramente non si creerà dipendenza da questa sostanza.
La metodologia Hudolin parte dall’idea che l’alcoldipendenza sia uno stile di vita più che una malattia, guarda al problema dell’alcol da un’ottica diversa e un po’ scomoda, soprattutto per gli amanti degli alcolici. Non viene etichettato l’uso di alcol come male, assumendo così una posizione proibizionista o come piacere ineliminabile dalle nostre abitudini, auspicandone un uso moderato; oltrepassa tale dicotomia e si sofferma a considerare quella che è una realtà insita nel nostro stile di vita (con nostro intendo quello della popolazione italiana) cioè la positività con cui viene accettato il bere, smitizzando al contempo i luoghi comuni che culturalmente ci vengono trasmessi. Così il problema dell’alcol viene ricondotto alla responsabilità individuale sulla propria salute e il discorso si concentra sul prendere consapevolezza che bere è una consuetudine ben accettata, per cui tutti ci sentiamo autorizzati a farlo. Sostiene Ledermann che il rapporto tra il consumo medio di alcol di una comunità è direttamente proporzionale al numero di alcolisti o forti bevitori attesi. Con questa affermazione semplice ed intuitiva, più nella comunità si beve più aumenta la percentuale di persone che riporteranno problemi alcolcorrelati; dunque siamo chiamati tutti in causa: il bere di ciascuno di noi influisce sulla percentuale degli alcolisti per il solo fatto che sostiene una cultura della positività dell’alcol.
Questo tipo di riflessione risulta scomoda poiché pone di fronte alla necessità di una scelta intima e privata, la nuova prospettiva aperta induce a guardare con diffidenza le pratiche del bere. Ma la scelta di non bere diventa complicata all’interno di una società le cui tradizioni sono impregnate della cultura del vino. Etruschi, Greci, Romani ne facevano largo uso (la scoperta del vino sembra risalire al 4500 a.C., quella della birra al 6000 a.C.), attualmente la produzione vinicola è conosciuta in tutto il mondo, dunque è parte integrante del nostro patrimonio culturale collettivo. Bere è un’azione che accompagna gran parte del nostro stile di vita, basta evitare di assumere alcol per un breve periodo, per rendersi conto come gran parte delle situazioni sociali siano contraddistinte dalla presenza dell’alcol: andare a cena fuori, passare una serata in compagnia con amici, durante le ricorrenze o i festeggiamenti per ogni felice evento.
L’uso di vino entra nella nostra quotidianità, i figli hanno davanti questo esempio e lo assumono senza metterlo in dubbio, anche la medicina porta elementi a favore sostenendo che in dosi limitate il vino ha effetti benefici sulla salute. Bere è un’azione accettata senza troppi pesi sulla coscienza da parte del singolo e della collettività, diversamente da quanto avviene nei confronti di tabacco, eroina, cocaina che forse vantando una tradizione meno lunga del loro utilizzo, sono viste con maggior diffidenza dalla nostra società.
Le cosiddette stragi del sabato sera o l’abuso di alcol da parte degli adolescenti a fatica possono essere evitate quando l’immaginario collettivo viene rafforzato dall’ambiente circostante e dalla pubblicità, nell’idea che alcol è simbolo di forza, coraggio, spavalderia ed è così caricato di connotazioni positive. Diventa pertanto difficile, per i giovani, distinguere tra quello che è il piacere di bere e quella che è un’azione imposta da un’immagine sociale che ottiene consensi e favori.
Non si tratta dunque di disquisire sul bene o sul male del bere, sul tanto o sul poco, la riflessione da fare è più ardua proprio perché destruttura un sistema di valori accreditato e mette in primo piano la nostra parte di responsabilità nell’accettare, senza riserve, un sistema di pensiero che non pone troppi limiti al bere ma lo esalta, nell’alimentare una modalità di vivere la socialità che vuole sempre presente l’alcol: domanda chiama offerta e la domanda siamo noi a farla.
Si fa invito alla moderazione ma la moderazione rappresenta un voce flebile in una società che tollera la serata con la sbornia, cha dà implicitamente il suo consenso all’abuso di alcol: molti locali si creano proprio per accogliere persone che si dedicano a questa pratica, i supermercati mettono alla portata di tutti l’acquisto di ogni tipo di bevanda alcolica a prezzi modici, si fanno feste pubbliche che prevedono la vendita di alcolici.
Proibire non risolve il problema, rappresenta solo l’altra faccia della medaglia, che non fa altro che suscitare la curiosità e la voglia di sperimentare. Proibire non offre motivazioni resistenti e convincenti al non bere se non quella che l’alcol fa male, motivazione che poco interessa chi ha voglia di sentirsi adulto o chi ne fa uso per automedicarsi e non sentire altri tipi di sofferenze.
Per questi motivi mi ha molto affascinato l’altra via offerta dalla metodologia Hudolin, che suscita necessariamente la riflessione e la domanda sul come comportarsi, senza dare risposte se non quelle che ciascuno intimamente sceglie di darsi. Induce a guardare con occhi più critici la propria adesione alla cultura del buon bere, a diffidare di un tipo di ottica che si limita ad emarginare l’alcolista come malato e che non prende in considerazione l’importanza del contesto, lasciandolo solo a combattere la sua battaglia contro un nemico che tutti intorno a lui assecondano.
Relazione e costruzione di una rete sono gli obiettivi del Club, luogo in cui si riuniscono persone con problemi alcol-correlati accompagnati dalle loro famiglie alla presenza di un “coordinatore” detto servitore. All’interno del Club ognuno ha la possibilità di parlare della sua esperienza, di rivelarsi per quello che è, di incontrare altre persone con problematiche simili, imparando così a sviluppare il confronto e la riflessione su se stessi, senza sentirsi più soli nell’affrontare una condizione divenuta insostenibile e fonte di sofferenze. Ascoltando le storie degli altri possono essere ridimensionate le proprie difficoltà perché non sentite più come uniche e insormontabili: anche altri vivono nella stessa condizione, dunque diminuisce il senso di isolamento e aumenta quello di normalità; diventa possibile trovare soluzioni imparando dall’altro. Anche le relazioni familiari sono soggette a revisioni: i propri familiari possono essere visti sotto altri occhi, nel Club genitori e figli giungono a confrontarsi in maniera più vera facendo uscire quello che non è mai stato detto. La comunicazione si svolge ad un livello più emozionale, meno costretta all’interno di difese e di ruoli, proprio perché altri condividono la stessa situazione e perché la forza del gruppo dà la spinta e la protezione necessari a far emergere la sofferenza.
L’Acat sprona a costituire una rete di supporto tra le persone soprattutto al di fuori del Club, così da potersi aiutare vicendevolmente nella vita di tutti i giorni dove le difficoltà sono sempre presenti e la creazione di un nuovo stile di vita è costantemente messa a dura prova. Questa possibilità di sperimentare, forse per la prima volta, un senso di fiducia negli altri permette poi di confrontarsi col mondo esterno con maggior serenità. Il Club mira ad integrarsi all’interno della comunità evitando di rimanere un’isola felice e divenire un ulteriore luogo di ghettizzazione di persone con problemi legati all’alcol, per questo le riunioni vengono svolte in luoghi pubblici di ritrovo della comunità e vengono annualmente allestiti corsi di sensibilizzazione aperti a tutti.
L’idea che anima l’Acat dunque è quella di diffondere la cultura della sobrietà intesa come la possibilità per tutti di essere presenti alla propria vita, di poterla gestire nel modo migliore possibile, dove il migliore è rappresentato da ciò che ciascuno considera bene per se stesso senza imposizioni, di prendere coscienza che la vita è un dono che non vale la pena sprecare visto che è l’unica possibilità che ci è offerta.
L’OMS ha definito come salute “lo stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non consiste soltanto nella assenza di malattia o di infermità” , pertanto si riconosce che il benessere del singolo è imprescindibile dall’ambiente e dalla socialità che lo circonda e la metodologia Hudolin pone in primo piano l’importanza delle relazioni come nutrimento per l’anima e di conseguenza per il corpo, invece di continuare a tralasciarle come fa la medicina concentrandosi solo sul sintomo. L’intuizione è quella di ricreare un senso di comunità se si vuol davvero guarire il singolo, attraverso la diffusione dell’ “etica della prossimità” che solleciti le persone a darsi mano l’un l’altra, ad essere solidali tra loro, ad avere fiducia nel prossimo, insieme all’ “etica della distanza” che ci sprona a farci carico dello spazio mondiale e del destino delle generazioni future, fondamenti questi per una società fondata davvero sulla pace e la comprensione, tanto facile da pensarsi quanto difficile da concretizzarsi.

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