Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

Le Violenze Endofamiliari: Profili Psicologici

La violenza domestica non è un conflitto degenerato: è una strategia di controllo che segue un andamento riconoscibile. Distinguere le due cose non è una sfumatura teorica, cambia completamente cosa si fa. Numero antiviolenza e stalking 1522, gratuito, anonimo, attivo 24 ore su 24, anche via chat. In emergenza 112. Articolo divulgativo, non consulenza legale […]

Psicolab — Le Violenze Endofamiliari: Profili Psicologici
La violenza domestica non è un conflitto degenerato: è una strategia di controllo che segue un andamento riconoscibile. Distinguere le due cose non è una sfumatura teorica, cambia completamente cosa si fa.
Numero antiviolenza e stalking 1522, gratuito, anonimo, attivo 24 ore su 24, anche via chat. In emergenza 112. Articolo divulgativo, non consulenza legale né clinica. I dati e i riferimenti normativi del testo originale del 2012 sono stati aggiornati; il caso clinico che vi compariva non è stato ripreso per ragioni di riservatezza.

Le forme

La definizione internazionale comprende le condotte agite da chi ha, ha avuto o cerca una relazione intima, oltre a quelle interne al nucleo familiare.

  • Fisica: dalle spinte alle percosse fino all’omicidio.
  • Psicologica: svalutazione, controllo, isolamento, minacce, comprese quelle di suicidio, che sono una forma di ricatto e non una richiesta di aiuto.
  • Sessuale: ogni atto imposto, anche all’interno del matrimonio.
  • Economica: impedire di lavorare, controllare le somme, imporre impegni finanziari.
  • Assistita: l’esposizione dei minori alla violenza su una figura di riferimento, riconosciuta come maltrattamento con effetti propri.
  • Persecutoria: le condotte reiterate che seguono spesso la separazione.

Il criterio che distingue

La domanda posta nel testo originale (come separare un litigio da una violenza) ha una risposta più netta di quanto sembri, e non riguarda l’intensità dei singoli episodi.

Il discrimine è il controllo coercitivo: un insieme di condotte che nel tempo restringono progressivamente la libertà di una persona, con chi vede, come spende, come si veste, cosa può dire.

In un conflitto entrambi possono alzare la voce e nessuno dei due teme l’altro. Nella violenza domestica c’è una parte che ha paura e modifica il proprio comportamento per evitare conseguenze.

È il criterio più affidabile perché non dipende dalla gravità del singolo episodio, e perché la restrizione della libertà è ciò che predice meglio gli esiti gravi.

Il ciclo

La descrizione riportata nel testo è corretta: accumulo di tensione, episodio, fase di pentimento e riavvicinamento, nuova tensione.

Due precisazioni la rendono utile.

La fase di riavvicinamento non è una pausa: è funzionale. È ciò che rende difficile andarsene, perché conferma che la persona amata esiste ancora e che l’episodio è stato un’eccezione.

E il ciclo accelera: gli intervalli si accorciano, gli episodi si aggravano, la riconciliazione si riduce fino a scomparire. Attendere che passi è quindi la strategia meno efficace.

Tre correzioni necessarie

Alcuni passaggi del testo originale vanno corretti perché non riflettono le conoscenze attuali.

Non è un problema di impulsi. L’idea che la violenza domestica derivi da scarso controllo emotivo non regge di fronte a un’osservazione elementare: chi la agisce, di norma, non perde il controllo altrove, non aggredisce il proprio superiore, sceglie i momenti in cui non ci sono testimoni, colpisce in punti coperti dagli abiti. È un comportamento selettivo, quindi non impulsivo.

Non esistono tratti che rendono vittime. Attribuire a chi subisce caratteristiche di dipendenza o inferiorità inverte l’ordine dei fatti: ansia, insicurezza e isolamento sono conseguenze di una relazione maltrattante, non sue premesse. Descriverli come cause produce colpevolizzazione e ritarda l’aiuto.

L’alienazione parentale non è riconosciuta. Il testo la presenta come patologia in aumento e la associa a denunce strumentali da parte delle madri. Il concetto non compare nei sistemi diagnostici internazionali e la Corte di Cassazione ne ha escluso l’uso come fondamento di provvedimenti. Le rassegne sulle segnalazioni di abuso in ambito di separazione indicano inoltre che le denunce deliberatamente false sono una minoranza ridotta. Presentare il sospetto di strumentalità come regola ha un effetto documentato: rende meno probabile che una violenza reale venga creduta.

Il quadro attuale

Dal 2012 il contesto normativo è cambiato in modo sostanziale.

L’Italia ha ratificato nel 2013 la Convenzione di Istanbul, che impone obblighi di prevenzione, protezione e perseguimento.

La legge del 2019 nota come Codice Rosso ha introdotto tempi accelerati per l’ascolto della persona offesa, nuove fattispecie di reato (fra cui la diffusione illecita di immagini intime e la deformazione dell’aspetto mediante lesioni permanenti al viso) e pene più severe.

Sul piano dei dati, le rilevazioni nazionali confermano che una quota consistente delle donne ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della vita, e che gli autori sono in larghissima parte partner o ex partner. Le cifre puntuali vanno prese dalle fonti ufficiali aggiornate.

L’ascolto dei minori

Su questo il testo originale è sostanzialmente corretto e vale la pena confermarlo.

L’ascolto va condotto da personale formato, videoregistrato, con domande aperte e senza suggestioni, e va evitata la ripetizione dei colloqui.

La ragione è che la memoria dei bambini è accurata ma vulnerabile alla suggestione: domande chiuse, ripetute o accompagnate da aspettative dell’adulto possono produrre resoconti dettagliati e sinceri di eventi mai accaduti.

Il protocollo di riferimento in Italia è la Carta di Noto, aggiornata nel tempo.

Domande frequenti

Come si distingue un conflitto dalla violenza?

Dal controllo coercitivo: una parte restringe progressivamente la libertà dell’altra, che ha paura e modifica il proprio comportamento per evitare conseguenze. Non conta l’intensità del singolo episodio.

Chi maltratta perde il controllo?

No. Il comportamento è selettivo: non avviene con chiunque né in qualunque circostanza, e i colpi sono spesso diretti a zone coperte. Un comportamento che sceglie momento e bersaglio non è impulsivo.

Esistono persone predisposte a subire?

No. Ansia, insicurezza e isolamento sono conseguenze della relazione maltrattante, non sue premesse. Presentarli come cause produce colpevolizzazione e ritarda la richiesta di aiuto.

Le denunce di abuso nelle separazioni sono spesso false?

No: le rassegne indicano che quelle deliberatamente false sono una minoranza ridotta. Trattare il sospetto come regola rende meno probabile che una violenza reale venga creduta.

Il criterio che distingue la violenza domestica da un conflitto non è la gravità dell’episodio ma il controllo coercitivo: una parte ha paura e restringe la propria vita per evitare conseguenze. Il ciclo con la fase di riavvicinamento non è una pausa ma ciò che trattiene, e accelera nel tempo. Vanno respinte tre letture: che si tratti di impulsi (il comportamento è selettivo, quindi controllato; che esistano tratti che predispongono a subire) sono conseguenze; e che le denunce nelle separazioni siano di norma strumentali. Il numero da chiamare è 1522.
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