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Il Vino Oltre la Crisi

Nel 2011 un’analisi del mercato del vino formulava una previsione precisa: i consumi italiani sarebbero calati di circa un terzo in vent’anni, perché a bere quotidianamente erano soprattutto gli anziani. Quella previsione si è avverata. Articolo divulgativo su un saggio economico del 2011. Una nota necessaria: il testo tratta il vino come prodotto di mercato. […]

Psicolab — Il Vino Oltre la Crisi
Nel 2011 un’analisi del mercato del vino formulava una previsione precisa: i consumi italiani sarebbero calati di circa un terzo in vent’anni, perché a bere quotidianamente erano soprattutto gli anziani. Quella previsione si è avverata.
Articolo divulgativo su un saggio economico del 2011. Una nota necessaria: il testo tratta il vino come prodotto di mercato. Sul piano sanitario, l’Organizzazione mondiale della sanità ha chiarito che non esiste una quantità di alcol priva di rischi. Per problemi legati all’alcol è attivo il Telefono Verde Alcol 800 632 000.

Cosa sosteneva il libro

Il volume analizzava l’impatto della crisi economica sul commercio internazionale del vino, con attenzione alla posizione italiana.

Il quadro descritto: nel 2009, per la prima volta in oltre vent’anni, gli scambi mondiali erano arretrati di quasi il quattro per cento; nel 2010 erano risaliti fino a un massimo storico, ma con posizioni relative modificate.

L’Italia ne era uscita rafforzata, guadagnando quote nel Regno Unito, negli Stati Uniti, in Germania, in Canada, in Svizzera e in Russia.

La spiegazione proposta

L’argomento più interessante riguarda il perché.

Secondo gli autori, l’elevata segmentazione del vino italiano (molte tipologie a molti livelli di prezzo) ha permesso di assecondare gli spostamenti della domanda durante la recessione, mentre produzioni concentrate su fasce alte hanno subito perdite maggiori.

È un ragionamento generalizzabile: in una fase di contrazione, chi è presente su più segmenti perde clienti su una fascia e li recupera su un’altra, mentre chi è specializzato su una sola può solo perderli.

La diversificazione appare come inefficienza quando la domanda cresce, e come assicurazione quando si contrae.

Il testo osserva anche le diverse reazioni: alcuni Paesi hanno ridotto i prezzi per mantenere le quote, altri li hanno difesi accettando una riduzione della domanda. Sono due strategie con conseguenze differite: la prima conserva volumi ma erode il posizionamento, la seconda lo protegge a costo immediato.

Il caso cinese

La parte più acuta riguarda il mercato in cui l’Italia non riesce ad affermarsi: le esportazioni crescono, ma i concorrenti crescono di più, e la quota diminuisce.

La spiegazione fornita è organizzativa: la Francia era presente in modo strutturato da decenni, con una presenza costruita prima che quel mercato diventasse rilevante.

Il punto merita di essere esplicitato perché vale ben oltre il settore: in un mercato lontano il vantaggio decisivo non è il prodotto ma la presenza stabile, reti di distribuzione, rapporti consolidati, conoscenza delle norme e delle abitudini locali.

Sono investimenti che rendono dopo anni, e che quindi vengono compiuti solo da chi può sostenerli a lungo. È anche il motivo per cui la frammentazione produttiva italiana, che è un vantaggio nella varietà, diventa uno svantaggio nella capacità di presidiare un mercato distante.

La previsione verificata

L’analisi più solida è quella demografica: oltre un quarto del vino consumato in Italia dipendeva da persone oltre i sessantacinque anni (la fascia con la maggiore quota di consumatori quotidiani) e quella generazione non sarebbe stata sostituita dalle successive.

La previsione era di un calo attorno al trenta per cento in vent’anni.

A distanza si può verificare: il consumo pro capite italiano è effettivamente proseguito nella discesa, e soprattutto si è confermato il cambiamento di modalità anticipato, dal consumo quotidiano ai pasti a un consumo occasionale, concentrato nel fine settimana e in contesti sociali.

Cosa significa questo spostamento

Vale la pena aggiungere ciò che il testo, occupandosi di mercato, non considera.

Il passaggio da un consumo quotidiano e moderato a uno occasionale e concentrato non è neutro sul piano della salute. Le modalità concentrate sono associate a rischi maggiori (incidenti, intossicazioni acute, danni epatici) a parità di quantità complessiva.

È un fenomeno documentato in molti Paesi europei, e riguarda soprattutto le fasce più giovani.

Va aggiunto che l’idea di una quantità di alcol protettiva per la salute, a lungo diffusa, è stata ridimensionata: le analisi più recenti non confermano un beneficio, e l’alcol è classificato come cancerogeno.

Il che pone una questione che il settore affronta con difficoltà: un mercato la cui contrazione dipende da abitudini che, sul piano sanitario, era opportuno modificare.

La vendita diretta

Il testo solleva una domanda che merita attenzione: come sia possibile che un territorio californiano, dove oltre al vino non c’è nulla, abbia superato i sei milioni di visitatori annui, con oltre il sessanta per cento del fatturato delle aziende realizzato in vendita diretta.

La domanda è ben posta e la risposta è istruttiva.

Quel territorio ha costruito un’esperienza organizzata: percorsi definiti, orari certi, servizi di trasporto, formazione del personale di accoglienza, integrazione tra produttori.

Non è la bellezza del luogo a produrre quei numeri (sotto quel profilo il confronto sarebbe impari) ma la sua accessibilità: un visitatore sa in anticipo cosa troverà, come arrivarci e cosa costa.

È precisamente ciò che manca dove l’offerta è frammentata: ogni singola azienda può essere eccellente e l’insieme risultare impraticabile per chi non conosce già il territorio.

Domande frequenti

Perché la varietà ha protetto il vino italiano durante la crisi?

Perché chi è presente su più segmenti perde clienti su una fascia e li recupera su un’altra. La diversificazione appare inefficienza quando la domanda cresce e diventa assicurazione quando si contrae.

Perché è difficile entrare in un mercato lontano?

Perché il vantaggio decisivo non è il prodotto ma la presenza stabile: distribuzione, rapporti, conoscenza delle norme locali. Sono investimenti che rendono dopo anni, e li sostiene solo chi ha la dimensione per aspettare.

La previsione sul calo dei consumi si è avverata?

Sì, ed è cambiata anche la modalità: dal consumo quotidiano ai pasti a uno occasionale e concentrato nel fine settimana, con rischi sanitari maggiori a parità di quantità.

Cosa rende efficace il turismo del vino?

L’accessibilità più della bellezza: percorsi definiti, orari certi, trasporti, integrazione tra produttori. Dove l’offerta è frammentata, ogni azienda può essere ottima e l’insieme risultare impraticabile.

L’analisi del 2011 ha retto: la varietà del vino italiano ha funzionato da assicurazione nella crisi, la debolezza sui mercati lontani dipendeva dalla mancanza di presenza stabile più che dal prodotto, e la previsione demografica sul calo dei consumi si è verificata. Va aggiunto ciò che un’analisi di mercato non considera: lo spostamento da un consumo quotidiano a uno occasionale e concentrato comporta rischi sanitari maggiori a parità di quantità, e l’idea di una dose protettiva è stata ridimensionata. Sul turismo del vino, infine, la lezione è che a fare la differenza è l’accessibilità organizzata, non la bellezza del territorio.
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