Una successione di etichette
Il termine art brut fu introdotto da Jean Dubuffet nel 1945 per indicare opere prodotte al di fuori della formazione accademica, da persone estranee al sistema dell’arte: internati in ospedali psichiatrici, detenuti, autodidatti isolati, medium.
Negli anni Settanta la traduzione inglese introdusse outsider art, con un’estensione progressiva del campo.
In Italia si è affermata l’espressione arte irregolare, e per un insieme in parte diverso quella di arte naïf.
Le definizioni non coincidono, e la loro moltiplicazione segnala un problema irrisolto: si tratta di categorie definite per negazione (ciò che non è accademico, non è formato, non è interno) e quindi in base a caratteristiche dell’autore anziché dell’opera.
Perché è un problema
Una categoria fondata sulla biografia di chi produce ha due effetti.
Il primo è che l’opera non può essere valutata da sola: la sua appartenenza dipende da chi l’ha fatta, e questo la lega permanentemente a una condizione personale.
Il secondo è che si crea una trappola: l’autore che ottiene riconoscimento, espone e vende cessa in teoria di rientrare nella categoria, ma continua a esservi collocato. La definizione richiede un’estraneità che il successo dovrebbe smentire.
Molti degli autori italiani riscoperti in queste rassegne erano peraltro persone che volevano essere viste come artisti, e alcuni si definivano tali. La loro collocazione in una categoria di outsider è un’attribuzione esterna.
La storia diagnostica
Fra i materiali esposti in queste occasioni compaiono raccolte provenienti da istituzioni psichiatriche storiche e da collezioni antropologiche ottocentesche.
È un dato che merita attenzione, perché quelle collezioni non nacquero come raccolte d’arte: nascevano come documentazione clinica e criminologica.
Il presupposto era che la produzione grafica rivelasse la costituzione psichica o la tendenza criminale di chi la produceva: un’idea che appartiene a un impianto teorico, quello che collegava caratteristiche fisiche e morali a una predisposizione al crimine, completamente abbandonato e oggi ricordato come esempio di scienza al servizio di un pregiudizio.
Che quelle stesse opere siano oggi esposte come arte è un capovolgimento significativo. Ma il presupposto originario (che l’opera dica qualcosa sulla mente di chi la fa) sopravvive nel modo in cui vengono presentate, ed è quello che va guardato con attenzione.
Il punto già stabilito
Lo ripetiamo perché è la questione ricorrente: le tecniche che interpretano disegni e produzioni grafiche come indicatori di tratti o di disturbi hanno una validità molto bassa.
Un’opera può essere potente, originale, ossessiva nella ripetizione. Nessuna di queste caratteristiche consente di inferire una diagnosi, e presentare un autore attraverso la sua condizione clinica anziché attraverso il suo lavoro è una scelta che andrebbe motivata ogni volta.
Cosa rende interessanti queste opere
Sarebbe un errore concludere che la categoria vada semplicemente abolita: ha svolto una funzione reale.
Ha reso visibili produzioni che sarebbero andate perdute, ha permesso la conservazione di materiali fragili, e ha aperto l’accesso al mercato e alle istituzioni a persone che ne erano escluse.
E ha messo in discussione un presupposto del sistema dell’arte: che il valore di un’opera dipenda dalla formazione e dal riconoscimento istituzionale di chi la produce.
Ciò che accomuna molti di questi lavori (l’uso di materiali di recupero, la ripetizione, la costruzione di sistemi personali coerenti, l’indifferenza al pubblico) descrive un modo di produrre, non una condizione psichica. Ed è una descrizione più utile della precedente, perché riguarda le opere.
Domande frequenti
Che differenza c’è fra art brut, outsider art e arte irregolare?
Sono etichette successive con confini diversi, tutte definite per negazione: ciò che non è accademico o istituzionale. Descrivono l’autore più che l’opera.
Perché è problematico definirle così?
Perché legano l’opera alla biografia di chi la produce e creano una contraddizione: chi ottiene riconoscimento dovrebbe uscirne, ma continua a esservi collocato.
Le collezioni storiche erano raccolte d’arte?
No, nascevano come documentazione clinica e criminologica, fondata sull’idea che la produzione grafica rivelasse la costituzione psichica: un impianto teorico oggi abbandonato.
Un’opera dice qualcosa sulla mente di chi la fa?
Non in senso diagnostico: le tecniche che leggono i disegni come indicatori di tratti o disturbi hanno validità molto bassa.