Il libro più conosciuto, e mai davvero riletto
L’Odissea è forse il testo più noto al mondo. Chi non ha sentito parlare di Ulisse e delle sue peregrinazioni per tornare a Itaca, dalla fedele Penelope e dal figlio Telemaco? Romanzi, saggi, dipinti, film e persino modi di dire comuni ne hanno fatto un patrimonio condiviso.
Molti lo hanno letto per intero. Eppure, osserva Majrani, nessuno finora aveva avanzato l’ipotesi che il vero protagonista fosse un personaggio molto più oscuro, di cui il testo parla pochissimo: Filottete.
Nella prefazione, il filosofo della scienza Giulio Giorello riconosce che la questione omerica è ormai un labirinto non meno complesso di quello dedaleo, e (citando Shakespeare) ammette che in questa apparente follia c’è del metodo.
Perché proprio Filottete
Filottete è presentato nei poemi omerici come il migliore arciere acheo. Sarebbe dunque, argomenta l’autore, la persona ideale a cui Telemaco poteva rivolgersi per liberarsi dei Proci, gli arroganti pretendenti al trono e alla mano di Penelope.
Quanto a Ulisse, Omero ripete di continuo che il re di Itaca è morto, che non tornerà, e che Telemaco deve perciò reclutare guerrieri che lo aiutino nell’impresa. E chi lo riconosce? Chi non può testimoniare (come il cane Argo) oppure chi vive in luoghi remoti, come i Feaci. Oppure ancora proprio coloro che dal ritorno del re trarrebbero un vantaggio: amici, servitori fedeli, e gli stessi Telemaco, che aspira al trono, e Penelope, che non ha alcuna intenzione di risposarsi.
Ne discende la tesi centrale: Omero sarebbe un geniale poeta di corte, amante degli enigmi, che costruisce una lunga sequenza di avventure in luoghi lontani per giustificare l’assenza del re, disseminando però il racconto di indizi che rivelano come sono andate davvero le cose, evidenti solo a chi conosce la chiave.
Un saggio che si legge come un romanzo
Il libro ha uno stile brillante e fluente, ma è al tempo stesso un lavoro filologicamente attrezzato, tanto da essere stato preso seriamente in considerazione da diversi studiosi del campo.
Particolarmente interessante l’appendice dedicata alla geografia del poema, che ribalta la vecchia formula secondo cui Omero era un poeta e non un geografo, e l’altrettanto celebre osservazione sui suoi presunti sonnellini narrativi. Secondo Majrani Omero era un genio e non dormiva affatto: basta ipotizzare che Ulisse non fosse Ulisse perché l’intero racconto assuma una coerenza altrimenti insospettabile.
Si potrebbe temere che una lettura simile riduca il fascino epico del poema. L’autore sostiene il contrario: i poemi acquistano una dimensione più realistica, e se la figura mitica di Ulisse ne esce un po’ incrinata, la grandezza di Omero risulta ingigantita. Sarebbe lui l’astuto acheo, abile negli inganni e nei giochi di parole, capace di ingannare i lettori per tremila anni.
La lezione sul cambio di prospettiva
Al di là del merito filologico, la vicenda ha un interesse psicologico evidente. È un caso da manuale di quello che gli studiosi del pensiero chiamano fissità funzionale: quando un oggetto (o un testo) ci è familiare in un certo uso, diventa estremamente difficile vederlo diversamente.
L’immagine usata dall’autore è efficace: una porta che tutti provavano a spingere inutilmente, finché qualcuno non si è accorto che bisognava tirare. Il dato non era nascosto: era sotto gli occhi di tutti, ma inquadrato nel modo sbagliato.
Vale la pena notare anche il percorso personale: un’intuizione maturata fuori dall’ambito accademico specialistico, coltivata per anni con perseveranza prima di diventare un libro. Le prospettive nuove nascono spesso ai margini di un campo, dove la pressione delle interpretazioni consolidate è meno forte.
Come scriveva Erasmo da Rotterdam, senza il condimento della follia non esiste piacere alcuno. Che si accolga o meno la tesi, il valore dell’esercizio resta: rimettere in discussione ciò che si dà per scontato è quasi sempre l’operazione più produttiva, e la più difficile.
Domande frequenti
Qual è la tesi del libro?
Che il vero protagonista dell’Odissea non sarebbe Odisseo ma Filottete, il migliore arciere acheo: sarebbe lui l’uomo cui Telemaco si rivolse per liberarsi dei Proci. Omero avrebbe costruito le avventure lontane per giustificare l’assenza del re, disseminando però il testo di indizi.
Su quali elementi si fonda l’ipotesi?
Sul fatto che il poema ripeta che Ulisse è morto e non tornerà, e che chi lo riconosce o non può testimoniare, o vive in luoghi lontanissimi, o ha un interesse diretto nel confermarne il ritorno: familiari, servitori fedeli e chi aspira alla successione.
La tesi è accettata dagli studiosi?
È un’ipotesi di ricerca, non una conclusione condivisa. Il lavoro è però condotto con strumenti filologici ed è stato valutato seriamente da diversi studiosi del campo, oltre ad avere una prefazione del filosofo della scienza Giulio Giorello.
Che interesse psicologico ha questa vicenda?
Mostra come funziona la fissità funzionale: quando un testo ci è familiare in una certa lettura, diventa difficilissimo vederlo altrimenti. Il dato non era nascosto, era solo inquadrato in una cornice consolidata, ed è tipico che le prospettive nuove nascano ai margini di un campo.