Tra lassismo e autoritarismo
Il ricorso alla punizione riguarda tutte le società e tutte le organizzazioni: è presente ovunque esistano regole. Nei confronti dei minori assistiamo però a oscillazioni frequenti, dal lassismo più marcato all’autoritarismo più rigido, tanto nelle famiglie quanto nel tessuto sociale.
Entrambi gli estremi fanno danni. Il lassismo dimissionario (il “lasciar fare”) forma persone in crescita fragili e adulti poco compiuti. L’autoritarismo può degenerare in repressione e maltrattamento, distruggendo a sua volta le capacità di maturazione ed esprimendo, in fondo, l’incapacità degli adulti di rapportarsi alle nuove generazioni.
La domanda è dunque quale equilibrio adottare di fronte a ragazzi che attraversano fasi di forte problematicità. Ripercorrere la storia della cosiddetta “rieducazione” aiuta a capire perché la strada della punizione non funziona.
Gli istituti di “educazione coatta”
La rieducazione dei minorenni si pone come problema in tutta Europa a partire dagli inizi dell’Ottocento, quando si affronta il tema della giustizia minorile e dei luoghi di reclusione per chi non poteva essere destinato al carcere ordinario.
La linea seguita da educatori, giuristi e filantropi fu essenzialmente quella di conferire un’apparenza educativa a quelle che erano di fatto carceri per minorenni. I giovani “corrigendi”, come venivano allora chiamati, appartenevano sostanzialmente a tre gruppi: chi aveva commesso reati ma non era imputabile per età; chi era ribelle all’autorità genitoriale; chi viveva di espedienti e questua.
Va sottolineato (è il punto decisivo) che queste strutture avevano carattere quasi totalmente repressivo e punitivo, e che tale carattere improntava l’intera organizzazione interna.
Come funzionavano davvero
I ragazzi erano considerati moralmente colpevoli, dunque meritevoli di pene ulteriori rispetto a quelle giudiziarie. Spesso venivano guardati come individui costituzionalmente anormali e pericolosi, da cui difendersi segregandoli rispetto al resto della società.
Le criticità documentate sono impressionanti:
- il lavoro previsto negli istituti si svolgeva in spazi separati dalla società civile, con una concezione fine a se stessa: non apprendimento di un mestiere, non educazione alla responsabilità;
- la preparazione professionale di chi usciva era pressoché nulla, e non mancavano accuse di sfruttamento;
- le strutture erano sovraffollate, con promiscuità tra ragazzi di età, storie e situazioni del tutto diverse;
- il personale era gravemente inadeguato: i direttori provenivano spesso dai penitenziari per adulti, i sorveglianti erano ex guardie carcerarie. Ricatti, umiliazioni e punizioni crudeli facevano parte della prassi ordinaria.
Il dibattito ottocentesco e i suoi limiti
Da queste condizioni prese avvio un dibattito che si intensificò via via che cresceva la consapevolezza dell’inadeguatezza degli strumenti impiegati. Vi intervenne anche Cesare Lombroso con la sua scuola di antropologia criminale.
Le tesi lombrosiane sull’origine biologica della criminalità sono state scientificamente smentite e appartengono al deterministico positivismo del tempo: vanno respinte senza attenuanti. È però storicamente significativo che perfino da quella prospettiva le case di rieducazione fossero giudicate di utilità pressoché apparente.
Due osservazioni di quel dibattito hanno retto alla prova del tempo, sia pure per ragioni diverse da quelle addotte allora. La prima: l’internamento (per i contatti tra i ragazzi e per il distacco dalla famiglia d’origine) anziché frenare i comportamenti antisociali tendeva a moltiplicarli. La seconda: gran parte della popolazione ricoverata non era affatto costituita da persone “criminali”, ma da ragazzi in condizioni di grave povertà, per i quali la soluzione migliore restava l’affidamento familiare o percorsi formativi ordinari.
Il cambio di paradigma del Novecento
Qualcosa cambia nei primi decenni del XX secolo, quando (anche per influsso di esperienze straniere) si afferma una corrente di pensiero secondo cui, per valutare la condotta di un minore e adottare misure adeguate, occorre anzitutto conoscere le cause endogene ed esogene del comportamento.
Ne discende che non basta la repressione: servono prevenzione e intervento educativo, fondati su criteri validi e su un lavoro congiunto tra magistrato, medico, sociologo, psicologo e pedagogista. In Italia il primo intervento ispirato a questi presupposti fu l’Istituto pedagogico forense aperto a Milano nel 1905; la piena attuazione arrivò però solo con la legge del 1935 sul tribunale per i minorenni.
Dalla prevenzione alla promozione
Quale modello scegliere, allora, per superare davvero la logica rieducativa? La proposta più solida sta nello spostamento dalla prevenzione alla promozione.
Occorre riconoscere che dietro certe retoriche sulla prevenzione si nascondono aspettative irrealistiche: un mondo liberato da ogni sofferenza. Ma il disagio non è eliminabile, e in particolare eliminare il disagio adolescenziale significherebbe bloccare la crescita, perché i vissuti di crisi ne sono elementi costitutivi.
Da qui la proposta terminologica e sostanziale: se “prevenzione” rimanda a interventi confinati all’emergenza e trascina con sé retaggi repressivi, “promozione” rimanda a sostenere, sollecitare e animare le risorse, aumentando il protagonismo dei singoli.
Lavorare in ottica promozionale significa scegliere di operare su contesti ordinari anziché sulla patologia conclamata, sulla popolazione giovanile comune, sui bisogni attuali dei ragazzi anziché sui rischi.
I fattori protettivi
Una strategia di promozione efficace punta a creare le condizioni perché ciascuno affronti positivamente i propri compiti di sviluppo, facendo perno sui fattori protettivi: elementi che tutelano gli equilibri psichici e comportamentali soprattutto nei periodi di forte stress.
La ricerca li raggruppa in quattro aree di competenza:
- autostima: il sentimento del proprio valore personale;
- autocontrollo: la capacità di regolare se stessi e i propri impulsi;
- aspettative e prospettive ottimistiche: la capacità di perseguire scopi e di cambiare;
- capacità di interazione sociale: la capacità di stare in relazione con gli altri.
Ascolto, orientamento, counseling
Sul piano operativo, gli interventi di orientamento e counseling analizzano il disagio a livello del singolo, delle sue problematiche evolutive e delle sue difficoltà psicologiche e sociali.
Si rivolgono soprattutto a preadolescenti e adolescenti che non portano una domanda apertamente clinica, ma iniziano ad accusare disagio sul piano affettivo, familiare, relazionale o scolastico. Sono difficoltà ordinarie e spesso transitorie, che però (se non accompagnate) possono evolvere in disfunzioni conclamate.
Il problema, osserva l’autore, è che il sostegno offerto dagli adulti oscilla tra due estremi: la massima intensità terapeutica e l’animazione informale. Resta scoperto proprio lo spazio più importante: quello dell’ascolto del malessere connaturato all’adolescenza, un bisogno sottile di attenzione che non si esaurisce nella prestazione professionale. Sono problemi che non trovano nella parola il loro unico canale, ma si manifestano nel comportamento.
Tra i riferimenti metodologici, la relazione d’aiuto di matrice rogersiana, secondo cui la persona possiede le chiavi del proprio sviluppo e l’operatore può facilitarne l’emergere creando un contesto che rimuova gli ostacoli all’autoregolazione: è educato, per Rogers, chi ha imparato ad imparare. E la psicoterapia breve di individuazione di Tommaso Senise, rivolta a ragazzi in situazione di rischio ma non inquadrabili come casi clinici, che punta tutto sulla prima fase dell’incontro: l’attenzione non va ai sintomi ma al funzionamento complessivo dell’adolescente, e la relazione si fonda sull’empatia prima che sulla logica formale.
Tre orientamenti per chi lavora sul campo
Chi opera in questo ambito si muove sempre dentro una relazione asimmetrica e ambivalente, che genera ansie anche nell’adulto: chiamato a rileggere la propria adolescenza per calibrare il ruolo che ora ricopre. Tre indicazioni pratiche emergono con chiarezza:
- muoversi entro un principio di realtà, offrendo l’esperienza del limite (contenimento, regole, confini) in una forma che unisca fermezza e attenzione empatica, così che l’impatto non sia brutale;
- affinare le capacità di prendersi cura, elaborando quelle abilità genitoriali che ogni buon educatore dovrebbe sviluppare;
- saper presentare anche l’esperienza dell’assenza, della fatica e della sofferenza, tutt’altro che rare in questo lavoro.
Il ruolo che ne emerge è quello di accompagnatore nella costruzione di senso: intrecciare un tessuto di relazioni che sostenga i rischi di fallimento, perché lo slancio evolutivo dell’adolescente non avvenga senza protezione.
Perché le istituzioni chiuse falliscono
La teoria dell’etichettamento riporta al punto di partenza: certe istituzionalizzazioni non costituiscono un rimedio, ma una via verso l’aggravamento, un incentivo ad addentrarsi in una condizione di marginalità. Le istituzioni chiuse espongono al contatto con subculture criminali e a esperienze traumatiche.
Senza cedere all’utopia di negare ogni forma di controllo, resta urgente cercare soluzioni alternative che non prescindano dal diritto minorile: consulenza pedagogica, centri d’ascolto, gruppi di sostegno familiare.
Ma il punto di fondo è un altro: la prevenzione più efficace si fonda su famiglia e scuola, insieme alle altre agenzie educative del territorio, a condizione che dentro queste istituzioni si riesca davvero a offrire supporto educativo reale. È una questione che chiama in causa l’organizzazione sociale nel suo complesso e i valori di cui sceglie di farsi portatrice. I ragazzi hanno bisogno di certezze, e non solo razionali: se guardano al futuro, spetta agli adulti dare loro motivi di speranza.
Domande frequenti
Perché gli istituti di rieducazione ottocenteschi fallivano?
Perché erano di fatto carceri con apparenza educativa: sovraffollate, con personale proveniente dai penitenziari per adulti, lavoro fine a se stesso senza reale formazione professionale, e punizioni che facevano parte della prassi ordinaria. L’internamento tendeva ad aggravare i comportamenti anziché frenarli.
Qual è la differenza tra prevenzione e promozione?
La prevenzione rimanda a interventi legati all’emergenza e trascina retaggi repressivi; la promozione punta a sostenere e animare le risorse, lavorando su contesti ordinari e sui bisogni attuali dei ragazzi anziché sui rischi di devianza.
Cosa sono i fattori protettivi?
Elementi che tutelano gli equilibri psichici e comportamentali nei periodi di forte stress. Si raggruppano in quattro aree: autostima, autocontrollo, aspettative e prospettive ottimistiche, capacità di interazione sociale.
Cosa dovrebbe fare un adulto che accompagna un adolescente in difficoltà?
Offrire l’esperienza del limite unendo fermezza e attenzione empatica, sviluppare reali capacità di cura, e saper reggere anche l’esperienza della fatica e dell’assenza: ponendosi come accompagnatore nella costruzione di senso più che come correttore di comportamenti.