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Tra Totalitarismo e Democrazia: la Funzione Pubblica dell'Etica

Pensare è già di per sé un atto di resistenza: indica l’impegno a non lasciarsi più ingannare. La formula di Horkheimer attraversa questo saggio, che analizza cosa accade alla ragione individuale sotto i regimi totalitari, e cosa può accadere anche dove i regimi non ci sono. Articolo divulgativo. Presenta le tesi di un lavoro di […]

Psicolab — Tra Totalitarismo e Democrazia: la Funzione Pubblica dell'Etica
Pensare è già di per sé un atto di resistenza: indica l’impegno a non lasciarsi più ingannare. La formula di Horkheimer attraversa questo saggio, che analizza cosa accade alla ragione individuale sotto i regimi totalitari, e cosa può accadere anche dove i regimi non ci sono.
Articolo divulgativo. Presenta le tesi di un lavoro di ricerca filosofica; le posizioni riportate sono quelle dell’autore esaminato, non conclusioni condivise dall’intera disciplina.

Il punto di partenza

Il lavoro nasce da una ricerca sul concetto di totalitarismo, progressivamente ampliata man mano che il campo si apriva ad altre questioni.

I riferimenti principali della prima parte sono Hannah Arendt e gli esponenti della Scuola di Francoforte.

Cosa accade alla ragione

L’aspetto più interessante, secondo la recensione, riguarda la crisi della ragione individuale prodotta dai governi totalitari.

Il meccanismo descritto si articola in alcuni passaggi ricorrenti:

  • ideologie create dal sistema stesso e asservite ad esso;
  • un processo di disumanizzazione;
  • la «desublimazione» dell’arte;
  • l’oggettivazione del linguaggio, fino alla condizione in cui (secondo la formula di Marcuse) la parola diventa cliché.

Perché il linguaggio è centrale

Vale la pena soffermarsi su questo punto, perché è quello con maggiore portata pratica.

Un linguaggio ridotto a formule fisse non è solo impoverito: rende impensabile ciò che quelle formule non prevedono. Se le uniche espressioni disponibili per descrivere una situazione appartengono al vocabolario di chi la governa, formulare un dissenso richiede prima di ricostruire le parole per dirlo.

È la ragione per cui l’attenzione al linguaggio pubblico non è un esercizio da specialisti: è la condizione preliminare della critica.

La difesa

Lo strumento indicato come principale scudo è il pensiero stesso.

La citazione di Horkheimer riportata è la più densa del saggio: pensare è già segno di resistenza, perché indica l’impegno a non lasciarsi più ingannare.

Non si tratta di un’affermazione consolatoria. Implica che l’esercizio critico abbia valore anche quando non produce effetti immediati, perché ciò che il totalitarismo richiede non è l’approvazione, ma la rinuncia a valutare.

I rischi della democrazia

La parte più scomoda del lavoro riguarda il presente.

Il saggio pone due interrogativi: se ci si trovi nuovamente all’interno di un regime assolutizzante, e quali rischi comporti la democrazia, nome che, osserva, può mascherare un sistema oligarchico.

Il meccanismo indicato è l’apatia politica indotta: una condizione che consente di agire indisturbati.

Il voto come merce di scambio

L’esempio concreto è quello del cittadino «educato» a usare il proprio voto secondo una logica di scambio: denunciata già nell’Ottocento da Tocqueville.

Il punto merita di essere esplicitato: un voto concepito come contropartita per un beneficio personale non è un voto meno legittimo, è un voto che svolge una funzione diversa. Non esprime una scelta sul governo della collettività, ma una transazione individuale, e un sistema costruito su transazioni individuali non produce decisioni collettive.

La proposta

Come argine a questa deriva, il saggio propone una filosofia pratica e una conciliazione tra ethos e logos.

Il rovesciamento delle sfere

Viene richiamata un’osservazione di Habermas: la vita privata si pubblicizza mentre la sfera pubblica si fa intima e si segrega.

È una diagnosi che il tempo ha reso più evidente di quanto lo fosse allora. Quantità crescenti di vita personale vengono esposte pubblicamente, mentre le decisioni che riguardano tutti si prendono in ambiti sempre meno accessibili.

Il risultato è un’apparenza di trasparenza (si vede moltissimo) che convive con un’opacità reale su ciò che conta.

Il ruolo delle istituzioni culturali

La proposta più concreta riguarda università, musei e teatri, che dovrebbero funzionare da cassa di risonanza della coscienza etico-civile là dove manca un’autocoscienza collettiva.

L’obiettivo indicato è sfuggire a una cultura industriale che annulla la capacità immaginativa e irrigidisce gli stili di vita.

La formulazione è impegnativa, e va detto che assegna alle istituzioni culturali una funzione supplente che raramente sono in grado di esercitare, dipendendo esse stesse da finanziamenti e consenso.

Le prospettive

Il capitolo conclusivo affronta le possibilità di pacificazione sociale, dichiaratamente senza concessioni utopistiche.

Il punto di partenza scelto è il «conosci te stesso» socratico, per sottolineare come sia l’uomo contemporaneo il nodo attraverso cui evitare che queste questioni si riducano a semplificazioni.

L’indicazione finale è duplice: comprendere la problematicità della condizione presente, e adottare un atteggiamento che tenga conto di ogni contesto, e, precisa l’autore, di ogni singola persona.

Da lì dovrebbe avviarsi uno scambio effettivo tra culture diverse, nel rispetto reciproco delle peculiarità che le rendono insieme uniche e universali.

Un’obiezione

La recensione stessa riporta una posizione contraria, ed è onesto darle spazio: secondo Bauman il mondo non ha mai ascoltato i propri filosofi, e non esistono soluzioni locali a problemi globali.

È il limite riconosciuto di ogni proposta di questo tipo: individua correttamente il problema e indica una direzione, senza disporre della leva per applicarla.

Domande frequenti

Perché l’oggettivazione del linguaggio è pericolosa?

Perché un linguaggio ridotto a formule fisse rende impensabile ciò che quelle formule non prevedono. Formulare un dissenso richiede prima di ricostruire le parole per dirlo.

In che senso pensare è un atto di resistenza?

Perché ciò che un sistema totalitario richiede non è l’approvazione ma la rinuncia a valutare. L’esercizio critico ha quindi valore anche quando non produce effetti immediati.

Cosa significa che il voto diventa merce di scambio?

Che viene usato come contropartita per un beneficio personale anziché come scelta sul governo della collettività. Un sistema fondato su transazioni individuali non produce decisioni collettive.

Cosa indica il rovesciamento tra sfera pubblica e privata?

Che la vita personale viene esposta in misura crescente mentre le decisioni che riguardano tutti si prendono in ambiti sempre meno accessibili: un’apparenza di trasparenza che convive con opacità reale.

Il saggio analizza come i regimi totalitari agiscano sulla ragione individuale, e il passaggio più fecondo riguarda il linguaggio: ridotto a cliché, non impoverisce soltanto, rende impensabile ciò che non prevede, così che dissentire richieda prima di ricostruire le parole. Da qui l’idea che pensare sia già resistenza, perché ciò che quei sistemi chiedono non è l’approvazione ma la rinuncia a valutare. La parte più scomoda riguarda però la democrazia: apatia indotta, voto come transazione individuale, e il rovesciamento per cui la vita privata si espone mentre le decisioni collettive si ritirano. Con l’obiezione onesta, riportata dallo stesso testo, che a problemi globali non corrispondono soluzioni locali.
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