Il film
«Terraferma» di Emanuele Crialese, premiato alla Mostra di Venezia del 2011, è ambientato su un’isola mai nominata, girato in gran parte a Linosa.
Una famiglia di pescatori si divide fra chi continua il mestiere e chi passa al turismo. In questo equilibrio irrompono gli arrivi via mare, e il capofamiglia soccorre alcune persone in acqua contravvenendo a una disposizione.
Il regista ha dichiarato che non voleva raccontare un caso specifico, e la scelta di non nominare l’isola va in quella direzione.
Il richiamo letterario
Il testo originale accosta il film ai «Malavoglia» di Verga, e l’accostamento regge: una casa, un lutto in mare, un vecchio legato alla tradizione, un giovane che vuole andarsene, una comunità corale.
La differenza è che qui il conflitto generazionale non riguarda solo il mestiere, ma cosa si è disposti a vedere.
Perché ci si volta dall’altra parte
È il nucleo psicologico del film, e conviene nominarne i meccanismi.
- La diffusione della responsabilità. Quanti più testimoni ci sono, tanto meno ciascuno interviene: la responsabilità appare distribuita, e ogni singolo si sente meno tenuto ad agire.
- L’ignoranza pluralistica. Se nessuno intorno reagisce, si conclude che la situazione non sia grave. Ognuno legge la calma altrui come informazione.
- Il disimpegno morale. Il linguaggio che classifica le persone come categoria amministrativa anziché come individui riduce la risposta emotiva e rende sostenibile l’inazione.
- Il crollo della compassione. La disponibilità ad aiutare non cresce con il numero delle vittime: diminuisce. Di fronte a molti si attiva una regolazione emotiva preventiva, perché si teme di non reggere.
Nessuno di questi meccanismi richiede malvagità. È il punto scomodo: l’indifferenza collettiva è prodotta da processi ordinari, presenti in chiunque.
Cosa fa la differenza
Gli studi sul soccorso identificano alcune condizioni che aumentano nettamente la probabilità di intervento, e il film le mostra tutte nel personaggio del vecchio pescatore.
La competenza percepita: chi sa come si fa interviene molto più spesso. Un pescatore sa recuperare una persona in acqua, e questo pesa più della disposizione morale.
Il contatto diretto: vedere una persona singola, con un volto, anziché un fenomeno.
Una norma personale interiorizzata, più antica e più forte della disposizione contingente. Nel film è la regola del mare (non si abbandona nessuno) e funziona proprio perché non viene deliberata sul momento.
Quest’ultimo è il dato più utile: chi decide caso per caso decide quasi sempre di non intervenire, perché nel momento in cui si valuta prevalgono i costi. Chi ha già deciso in anticipo agisce.
La distanza dei due sguardi
La sequenza più efficace è quella che accosta chi si tuffa in mare per vacanza e chi lo attraversa per necessità.
Non è solo un contrasto morale. Corrisponde a un fenomeno documentato: la compartimentazione, cioè la capacità di mantenere separate due conoscenze incompatibili senza che entrino mai in contatto.
Non è ipocrisia consapevole. È il modo ordinario in cui si continua a vivere in presenza di informazioni che, se tenute insieme, renderebbero insostenibile la propria posizione.
L’arte fa qualcosa che l’informazione fa peggio: mette le due immagini nella stessa inquadratura, dove la separazione non è più possibile.
Una nota sulla persona reale
Una delle interpreti non era un’attrice: aveva vissuto realmente una traversata, e ha accettato di ricostruire davanti alla macchina da presa una parte della propria esperienza.
Va detto con cautela, perché la questione è delicata. Rimettere in scena un’esperienza estrema può avere un valore soggettivo (soprattutto se la persona ha controllo su cosa mostrare e in quali condizioni) ma non è una terapia, e l’idea che rivivere un evento traumatico sia di per sé curativo non trova conferma: l’esposizione ha effetto entro protocolli strutturati e con una preparazione, non per il solo fatto di ripetere.
Il criterio che rende accettabile un’operazione del genere è che la persona resti autrice della propria storia e non ne diventi l’illustrazione.
Domande frequenti
Perché in molti non si interviene?
Per la diffusione della responsabilità, per l’ignoranza pluralistica (la calma altrui viene letta come segnale che non è grave) e per il disimpegno morale favorito dal linguaggio amministrativo.
Più vittime significa più solidarietà?
No, il contrario. La disponibilità ad aiutare diminuisce all’aumentare del numero: di fronte a molti si attiva una regolazione emotiva preventiva, perché si teme di non reggere.
Cosa rende probabile che qualcuno intervenga?
Sapere come si fa, avere davanti una persona e non un fenomeno, e avere una norma già interiorizzata. Chi decide sul momento quasi sempre non interviene, perché prevalgono i costi.
Ricostruire un’esperienza traumatica fa bene?
Non di per sé. L’esposizione ha effetto entro protocolli strutturati e con preparazione: ripetere un racconto senza quelle condizioni non è terapeutico e può essere gravoso.