Psicoterapia e Psicoanalisi

Il Tempo: elemento della Cura e del Setting in Psicoterapia

«Dottore, mi curi presto e bene.» È la richiesta con cui inizia quasi ogni percorso, ed è ragionevole. Ma esistono situazioni in cui la fretta è precisamente ciò che impedisce di ottenere qualcosa, e riconoscerle è il punto di questo testo. Articolo divulgativo su una riflessione clinica del 2011. Ne segnaliamo alcune affermazioni da correggere. […]

Psicolab — Il Tempo: elemento della Cura e del Setting in Psicoterapia
«Dottore, mi curi presto e bene.» È la richiesta con cui inizia quasi ogni percorso, ed è ragionevole. Ma esistono situazioni in cui la fretta è precisamente ciò che impedisce di ottenere qualcosa, e riconoscerle è il punto di questo testo.
Articolo divulgativo su una riflessione clinica del 2011. Ne segnaliamo alcune affermazioni da correggere. Nulla di quanto segue giustifica il rinvio di un trattamento: per disturbi definiti esistono terapie efficaci e tempestive, e la sofferenza persistente va valutata da un professionista.

La domanda di partenza

Il testo osserva che ogni percorso di cura nasce da una richiesta implicita di tempestività: eliminare il sintomo, ridurre la sofferenza, sapere cosa sta accadendo.

È una richiesta legittima, e il testo la analizza bene: dietro l’urgenza c’è quasi sempre l’angoscia del non comprendere, che è una componente autonoma della sofferenza.

Interessante anche l’osservazione sul sentirsi presi in carico: il solo fatto di essere accolti produce un miglioramento, prima di qualunque intervento specifico.

È un fenomeno documentato: parte dell’effetto attribuito ai trattamenti dipende dal contesto in cui vengono erogati, non dalla loro componente attiva.

Due correzioni necessarie

Sull’efficacia della psicoterapia

Il testo lascia intendere che l’efficacia dei trattamenti fondati sul colloquio sia difficilmente dimostrabile, e che su periodi lunghi non sia possibile controllare le variabili in gioco.

Questa impostazione va aggiornata. L’efficacia della psicoterapia è oggi documentata da una mole consistente di studi controllati e di rassegne sistematiche, per numerosi disturbi, con effetti confrontabili (e in alcuni casi superiori nel mantenimento a lungo termine) a quelli dei trattamenti farmacologici.

Il problema metodologico che il testo descrive è reale ma riguarda un caso specifico: i percorsi molto lunghi e non strutturati, dove effettivamente il controllo delle variabili è difficile.

Non riguarda la psicoterapia in generale.

Sul rinnovo cellulare

Il testo riporta che ogni sette anni le cellule di un organismo si rinnovano completamente.

È un’affermazione diffusa e inesatta: il ricambio varia enormemente da tessuto a tessuto (rapidissimo per l’epitelio intestinale, lento per l’osso) e alcune cellule, in particolare i neuroni della corteccia cerebrale, accompagnano la persona per l’intera vita.

La distinzione che regge

Al netto di questo, il testo propone una distinzione che ha valore ed è formulata con precisione: quella tra efficienza ed efficacia.

L’efficienza è la rapidità nel far scomparire un sintomo. L’efficacia è ciò che rende una persona capace di gestire ciò che le accade.

Nella maggior parte dei casi coincidono. In alcuni no, ed è la parte interessante.

Il cambiamento della domanda

Il testo descrive un passaggio osservabile: alcune persone, arrivate per un disturbo specifico, modificano nel tempo ciò che chiedono.

Non più «mi tolga questo sintomo», ma qualcosa che assomiglia a uno spazio periodico di verifica su di sé.

La conseguenza descritta è coerente: cambia il setting. Gli incontri si diradano, la loro frequenza viene concordata, e chi li richiede assume una posizione diversa, non più destinatario di un intervento, ma responsabile di un percorso.

Il testo lo formula con un’immagine efficace: la richiesta iniziale, che assomiglia alla domanda allo specchio della fiaba (dimmi che sto bene) si trasforma in una richiesta di dialogo con una parte esterna di sé.

Perché la distinzione conta

Vale la pena esplicitare cosa la rende non retorica.

Per alcune condizioni (un attacco di panico, una fobia specifica, una depressione in fase acuta) la richiesta di rapidità è appropriata, esistono trattamenti che rispondono, e prolungare non aggiunge nulla.

Per altre situazioni (difficoltà ricorrenti nelle relazioni, insoddisfazione persistente, modi di funzionare che producono sempre lo stesso esito) non esiste un sintomo da rimuovere, e il criterio della rapidità non è applicabile.

Confondere i due ambiti produce due errori simmetrici: prolungare percorsi dove basterebbe un trattamento definito, e cercare soluzioni rapide dove ciò che serve è tempo.

Il punto da presidiare

C’è però un rischio che il testo non nomina e che va esplicitato.

Il passaggio dalla cura di un disturbo a un accompagnamento senza obiettivi definiti può essere una scelta consapevole di entrambe le parti, oppure può diventare qualcosa d’altro: un percorso che non finisce perché nessuno si è chiesto quando dovrebbe finire.

Ed è, va detto, una situazione in cui il professionista ha un interesse economico a non porre la domanda.

Alcuni criteri di verifica, utili a chi si trova in un percorso lungo:

  • gli obiettivi sono stati esplicitati e vengono rivisti periodicamente?
  • è possibile parlare di concludere senza che la proposta venga interpretata come resistenza?
  • si osservano cambiamenti nella vita fuori dalla stanza, o solo dentro?
  • la frequenza è concordata sulla base di ciò che serve o è semplicemente rimasta quella iniziale?

Il testo, va riconosciuto, contiene già la risposta corretta a una di queste domande: descrive un assetto in cui è la persona a regolare i tempi, e osserva che quella libertà esiste solo se chi conduce la propone esplicitamente.

Sulle proposte alternative

Il testo chiude osservando che molte pratiche diffuse (accompagnamento, consulenza filosofica, meditazione, approcci olistici) restano prigioniere del paradigma della cura, entrando in concorrenza con le psicoterapie e creando aspettative di scomparsa rapida dei sintomi.

L’osservazione è acuta, e vale la pena rafforzarla: molte di quelle proposte adottano il linguaggio della cura senza averne i requisiti, né la validazione, né le competenze richieste, né l’obbligo di riconoscere il proprio limite.

La distinzione utile resta quella di sempre: un percorso rivolto a persone senza quadro clinico che lavora su obiettivi personali è una cosa; il trattamento di un disturbo è un’altra, ed è riservato a professionisti abilitati.

Domande frequenti

La psicoterapia ha efficacia dimostrata?

Sì, per numerosi disturbi, con studi controllati e rassegne sistematiche. La difficoltà metodologica riguarda i percorsi molto lunghi e non strutturati, non la psicoterapia in generale.

Che differenza c’è tra efficienza ed efficacia?

L’efficienza è la rapidità nel far scomparire un sintomo; l’efficacia è la capacità di gestire ciò che accade. Nella maggior parte dei casi coincidono, in alcuni no.

Quando la rapidità è il criterio giusto?

Per condizioni definite (attacchi di panico, fobie specifiche, depressione in fase acuta) esistono trattamenti che rispondono, e prolungare non aggiunge nulla.

Come si verifica se un percorso lungo ha ancora senso?

Chiedendosi se gli obiettivi vengono rivisti, se è possibile parlare di concludere senza che sia letto come resistenza, e se si osservano cambiamenti fuori dalla stanza e non solo dentro.

La distinzione tra efficienza ed efficacia regge: per alcune condizioni definite la rapidità è il criterio corretto ed esistono trattamenti che rispondono; per difficoltà ricorrenti che non hanno un sintomo da rimuovere quel criterio non è applicabile. Vanno però corrette due affermazioni del testo (l’efficacia della psicoterapia è oggi documentata, e le cellule non si rinnovano tutte ogni sette anni) e va aggiunto ciò che il testo non nomina: un percorso senza obiettivi espliciti rischia di non finire perché nessuno si chiede quando dovrebbe, e la domanda va posta da chi conduce.
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