La denuncia
Il testo parte da una constatazione sul degrado del discorso pubblico: insulti diffusi, intolleranza, violenza verbale esibita senza riguardo per chi assiste, bambini compresi.
Osserva che le motivazioni addotte (religiose, politiche, identitarie) funzionano come giustificazioni di qualcosa che ha altre radici.
E richiama un principio: senza rispetto non è possibile alcuna virtù, e nessuno può conservare dignità dove la nega agli altri, nemmeno di fronte a chi ha commesso qualcosa di grave.
Il punto che regge
L’argomento più solido è proprio l’ultimo, e vale la pena isolarlo dal resto.
Il rispetto della dignità di chi si ritiene colpevole non è un atto di generosità verso di lui: è ciò che definisce chi lo pratica. Una comunità che sospende la dignità di fronte a chi la merita meno stabilisce che la dignità sia condizionata al giudizio, e chi stabilisce le condizioni è chi ha il potere.
È il fondamento del divieto di trattamenti degradanti anche verso chi è stato condannato, ed è tutt’altro che un principio astratto.
La correzione necessaria
La parte centrale del testo si fonda su un modello: il cervello sarebbe composto da tre strati sovrapposti nel corso dell’evoluzione, una parte «rettiliana» sede di aggressività e dominio, una parte limbica sede delle emozioni, una corteccia sede della razionalità.
Questo modello, formulato negli anni Sessanta, è oggi respinto dalla neuroscienza evolutiva.
Le ragioni sono documentate.
- Il cervello non si è sviluppato per aggiunta di strati: le strutture presenti nei mammiferi hanno corrispondenti anche nei rettili e negli uccelli, che possiedono aree omologhe a quelle corticali e mostrano comportamenti complessi, sociali e in alcuni casi cooperativi.
- Non esistono regioni dedicate rispettivamente all’istinto, all’emozione e alla ragione. Le funzioni emergono da reti distribuite, e le stesse strutture partecipano a processi diversi.
- Le emozioni non sono più primitive del pensiero né in opposizione a esso: le ricerche sulle decisioni indicano che senza elaborazione emotiva la capacità di scegliere è compromessa.
Va corretto anche un errore fattuale del testo: i dinosauri non erano mammiferi.
Perché il modello resta popolare
Vale la pena chiederselo, perché la risposta è interessante.
Quel modello offre una narrazione morale rassicurante: esiste in noi una parte bassa e antica responsabile del male, e una parte alta e recente responsabile del bene. Il compito diventa far prevalere la seconda.
È una versione neurologica di una struttura molto più antica (l’anima contro gli istinti) e la sua forza sta proprio nella familiarità.
Ma comporta una conseguenza problematica: deresponsabilizza. Se la crudeltà proviene da una parte arcaica e condivisa con i rettili, diventa un’eredità da contenere anziché un comportamento di cui rispondere.
Cosa spiega davvero la crudeltà pubblica
Le spiegazioni disponibili sono meno suggestive e più utili.
La più solida riguarda la disumanizzazione: percepire l’altro come meno che pienamente umano riduce l’attivazione dei meccanismi che normalmente inibiscono l’aggressione. Non è un istinto arcaico che emerge, è un’inibizione che viene disattivata, e viene disattivata da un linguaggio.
La seconda riguarda le norme del contesto. Le persone regolano il proprio comportamento su ciò che vedono fare, e più ancora su ciò che vedono restare impunito. In un ambiente in cui l’insulto non ha conseguenze, l’insulto diventa la norma: non perché tutti lo desiderino, ma perché ciascuno lo legge come ciò che si fa.
La terza riguarda l’escalation reciproca: chi risponde a un’aggressione tende a valutare la propria reazione come proporzionata e quella altrui come eccessiva, e questa asimmetria fa crescere il livello a ogni scambio.
Sono spiegazioni preferibili perché indicano dove intervenire: sul linguaggio che rende l’altro una categoria, sulle conseguenze effettive, sulla presenza di chi interrompe lo scambio.
Il ruolo di chi assiste
Il testo lo sfiora osservando che non ci si cura più di chi guarda impotente.
Merita di essere sviluppato, perché è la leva più efficace. La ricerca indica che gli episodi di aggressione si interrompono molto più spesso per l’intervento di chi è presente che per la reazione di chi li subisce.
E che il fattore determinante è la presenza di un primo: quando qualcuno prende posizione, altri lo seguono; finché nessuno lo fa, il silenzio collettivo viene interpretato da tutti come approvazione.
La parte da tenere
Al netto dell’impianto da correggere, l’argomento civile del testo resta valido, ed è ben posto quando afferma che la civiltà dipende dal benessere dei molti e non dei pochi, e che i diritti e l’equilibrio delle forze ne sono il presupposto.
Vale la pena aggiungere che si tratta di un’affermazione con supporto empirico: le società con minori disuguaglianze mostrano indicatori migliori su diverse dimensioni (fiducia interpersonale, violenza, salute) e la relazione è documentata anche a parità di ricchezza complessiva.
Il che colloca la questione dove va collocata: non nella parte antica del cervello, ma nell’assetto di una società.
Domande frequenti
Esiste un “cervello rettiliano”?
No. Il modello dei tre cervelli sovrapposti è respinto: l’evoluzione non ha proceduto per aggiunta di strati, rettili e uccelli hanno aree omologhe a quelle corticali, e non esistono regioni dedicate separatamente a istinto, emozione e ragione.
Perché quel modello resta popolare?
Perché offre una narrazione morale familiare (una parte bassa responsabile del male e una alta responsabile del bene) ma deresponsabilizza: fa della crudeltà un’eredità da contenere anziché un comportamento di cui rispondere.
Cosa spiega davvero la violenza verbale diffusa?
La disumanizzazione, che disattiva le inibizioni attraverso il linguaggio; le norme del contesto, cioè ciò che si vede restare impunito; e l’escalation, perché ciascuno giudica proporzionata la propria reazione ed eccessiva quella altrui.
Chi assiste può fare qualcosa?
È la leva più efficace: gli episodi si interrompono più spesso per l’intervento dei presenti che per la reazione di chi li subisce. Serve che qualcuno sia il primo, perché il silenzio viene letto come approvazione.