Psicologia Clinica e Psicopatologia

La Sindrome di Asperger, cos’è, cosa sembra

Uno dei fraintendimenti più diffusi sull’autismo riguarda gli affetti: si presume che chi non comunica un sentimento non lo provi. È esattamente il contrario. La difficoltà riguarda l’espressione, non la capacità di sentire, e da questo equivoco discende gran parte dell’esclusione sociale. Nota terminologica e di aggiornamento: il testo risale al 2010. Dal 2013 la […]

Psicolab — La Sindrome di Asperger, cos’è, cosa sembra
Uno dei fraintendimenti più diffusi sull’autismo riguarda gli affetti: si presume che chi non comunica un sentimento non lo provi. È esattamente il contrario. La difficoltà riguarda l’espressione, non la capacità di sentire, e da questo equivoco discende gran parte dell’esclusione sociale.
Nota terminologica e di aggiornamento: il testo risale al 2010. Dal 2013 la «sindrome di Asperger» non è più una diagnosi autonoma: rientra nella categoria unica di disturbo dello spettro dell’autismo. Molte persone autistiche preferiscono oggi definirsi tali anziché usare l’etichetta Asperger. Articolo divulgativo: non consente di formulare o escludere una diagnosi, che spetta a servizi specialistici. Alcune affermazioni della fonte sono state verificate e corrette.

Di cosa si parla

Il quadro descritto riguarda un insieme di caratteristiche che interessano principalmente l’area sociale, la percezione, l’attenzione e la motivazione, con conseguenze in ambito relazionale, lavorativo e sociale.

Viene collocato all’interno di quello che è convenzionalmente definito spettro autistico.

Lo spettro come continuum

Lo spazio autistico va inteso come un continuum, che va da una neurodiversità lieve (una struttura neurologica che organizza percezioni e pensieri secondo parametri solo lievemente distanti da quelli della maggioranza) fino a condizioni con sintomatologia severa, che compromettono significativamente percezione e comunicazione.

Le sfumature si sovrappongono spesso, e alcune situazioni si collocano al confine tra una definizione e la successiva. È l’esatta ragione per cui la classificazione psichiatrica ha poi abbandonato le sottocategorie: i confini non reggevano all’uso clinico.

L’immagine proposta è quella di un traliccio: una struttura portante su cui si innestano poi le caratteristiche individuali di ogni persona, aspetti cognitivi, emotivi, competenze specifiche.

Il nodo centrale: affetti e comunicazione

Questa è la parte più preziosa del testo, e merita di essere seguita passo per passo.

Le difficoltà affettive delle persone autistiche sono conseguenza delle difficoltà di comunicazione, non della capacità di provare affetto.

Il meccanismo sociale che ne deriva è però perverso. La percezione che gli altri hanno dei nostri sentimenti si basa interamente su come li comunichiamo. Quando quella comunicazione non segue le forme attese, il gruppo non la interpreta come comunicare diversamente, ma come comunicare negativamente: quasi fosse una scelta.

Da lì l’inferenza sbagliata: che la persona non provi ciò che non riesce a esprimere. E il conseguente rifiuto.

Il ribaltamento proposto dall’autrice è netto e va riportato: non è la persona autistica a non avere spazio per il mondo sociale, è la società a non avere spazio per lei, rispondendo con esclusione fin dai primi anni di vita.

Va ribadito con chiarezza: il mondo emotivo, la fantasia e la ricchezza dei sentimenti sono vividi e intensi nelle persone autistiche quanto in chiunque altro.

Le difficoltà specifiche

Sul piano funzionale il testo elenca alcuni aspetti ricorrenti:

  • difficoltà a dedurre lo stato d’animo altrui e a immaginare un punto di vista diverso dal proprio: quella che Baron-Cohen ha chiamato cecità mentale;
  • deficit nell’attenzione condivisa e nella reciprocità: ritmo dello sguardo, gestione delle pause nel dialogo;
  • tendenza a prendere le comunicazioni verbali alla lettera;
  • difficoltà nella lettura della comunicazione non verbale.

Ne derivano fraintendimenti ricorrenti, che si accumulano nel tempo.

La percezione sensoriale

Un aspetto spesso trascurato riguarda la sensorialità. La soglia di attivazione neuronale può essere più bassa, rendendo il sistema percettivo sensibile a stimoli che la maggior parte delle persone non registra: per esempio con una ridotta capacità di filtrare i rumori di fondo.

Il sistema si satura facilmente, e la saturazione può produrre reazioni intense per durata e intensità. Possono inoltre presentarsi forme di percezione atipica e difficoltà nella percezione del proprio corpo o dello scorrere del tempo.

Sono anche il profilo a singhiozzo delle competenze: alta capacità in alcuni ambiti, difficoltà marcate in altri, con un andamento discontinuo che non corrisponde ai profili medi.

Un punto da correggere

Il testo richiama la teoria del «cervello ipermaschile», secondo cui l’autismo corrisponderebbe a un’accentuazione di tratti considerati tipicamente maschili.

Occorre precisare due cose.

La prima: si tratta di una teoria contestata, non di un’acquisizione consolidata, e la letteratura successiva ne ha ridimensionato molto la portata.

La seconda: l’affermazione secondo cui le donne avrebbero «circa 800 geni in più» è errata. Non esiste un simile scarto, e l’attribuzione di tratti psicologici a un presunto corredo genetico differenziale non ha fondamento.

Va inoltre segnalato che descrivere attenzione totalizzante o difficoltà nel multitasking come tratti «maschili» riflette stereotipi culturali, non differenze documentate.

Cosa resta valido su questo punto

L’osservazione empirica sottostante, però, è solida e importante: le ragazze e le donne autistiche sono diagnosticate molto meno e più tardi.

La spiegazione non richiede teorie sul cervello: molte imparano a compensare e mascherare le difficoltà sociali per renderle accettabili nel proprio contesto. Il mascheramento ha un costo elevato in termini di affaticamento e ansia, ed è oggi uno dei temi più studiati.

A questo si aggiunge la diversa risposta sociale: le ragazze percepite come «strane» incontrano generalmente un filtro meno rigido di quello riservato ai ragazzi, e hanno più occasioni di sperimentare interazioni da cui apprendere.

Le diagnosi sbagliate

Un punto storicamente rilevante: molti adulti autistici sono stati in passato (e talvolta ancora) inquadrati diversamente, con conseguenze pesanti. I maschi più spesso in area psicotica, le femmine in area depressiva.

La confusione è comprensibile ma ha una causa precisa: nell’adulto le competenze acquisite camuffano l’origine del quadro, mentre l’esposizione prolungata a un ambiente frustrante ed escludente produce conseguenze secondarie (ansia, comportamenti ossessivi, accentuazione delle stereotipie) che somigliano ad altre condizioni.

È una distinzione clinicamente decisiva: molto di ciò che viene osservato non è la condizione, è l’effetto di anni di rifiuto.

Non opposizione, ma fraintendimento

Il testo è netto: la condizione non determina ostilità verso l’altro. Le difficoltà relazionali derivano da fraintendimenti comunicativi e dalle loro conseguenze.

Dopo la prima infanzia (periodo in cui la povertà di relazioni può non essere avvertita come mancanza) emerge spesso un forte desiderio di inclusione, senza però gli strumenti per realizzarla. Il risultato può essere una serie di insuccessi che alla persona stessa risultano inspiegabili.

E qui l’osservazione etica più incisiva: è notevole che tanta sofferenza derivi dall’attribuire un carattere colposo a comportamenti che sono la conseguenza naturale di un sistema neurologico organizzato diversamente.

Educare, non curare

La conclusione ha implicazioni pratiche.

Se la neurodiversità non corrisponde a uno stato di malattia, l’intervento appropriato non è terapeutico ma educativo: esplicitare le norme implicite, insegnare a riconoscere i segnali, offrire un ventaglio di modelli di comportamento e di interpretazione.

Non c’è una malattia da curare, ma competenze da acquisire. E in un percorso corretto ciò che cambia è il comportamento: non la struttura neurologica.

Resta l’indicazione sull’ambiente: la società non va colpevolizzata, ma vanno individuati i suoi deficit funzionali per costruire un sostegno efficace. Perché oggi la risposta più frequente ai tentativi di comunicazione delle persone autistiche resta il rifiuto (nelle forme dell’emarginazione, del bullismo, della prevaricazione) e nei casi migliori la semplice tolleranza. Che non è ancora integrazione tra pari.

Domande frequenti

Le persone autistiche provano meno emozioni?

No. La difficoltà riguarda la comunicazione degli affetti, non la capacità di provarli. Il mondo emotivo è intenso quanto in chiunque altro: l’equivoco nasce perché deduciamo i sentimenti altrui dal modo in cui vengono espressi.

La sindrome di Asperger esiste ancora come diagnosi?

No. Dal 2013 non è più una categoria autonoma ed è confluita nel disturbo dello spettro dell’autismo, perché i confini tra le sottocategorie non reggevano nell’uso clinico.

Perché le donne autistiche vengono diagnosticate meno?

Perché molte imparano a mascherare le difficoltà sociali rendendole accettabili nel proprio contesto, con un costo elevato in affaticamento e ansia. Incidono anche risposte sociali meno rigide rispetto a quelle riservate ai ragazzi.

Serve una terapia o un percorso educativo?

La neurodiversità non è uno stato di malattia: l’intervento appropriato è educativo, esplicitare norme implicite, insegnare a leggere i segnali, offrire modelli. Ciò che cambia è il comportamento, non la struttura neurologica.

Il fraintendimento decisivo riguarda gli affetti: chi non riesce a comunicare un sentimento viene percepito come se non lo provasse, e il suo comunicare diversamente viene letto come comunicare negativamente. Da qui l’esclusione, fin dai primi anni. Ne discende un ribaltamento importante: non è la persona autistica a non avere spazio per il mondo sociale, è il mondo sociale a non averne per lei. Va corretta la teoria del cervello ipermaschile, contestata, e l’affermazione sui geni in più, falsa, resta invece solido il dato sulla sottodiagnosi femminile, spiegabile con il mascheramento. E resta la conclusione operativa: non c’è una malattia da curare, ci sono competenze da acquisire e un ambiente da rendere praticabile.
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