Psicologia Clinica e Psicopatologia

Malefica e la Simbologia antica del Femminile

La rilettura della fiaba dal punto di vista della strega tocca un tema reale: come le figure femminili potenti sono state raccontate. Le premesse archeologiche con cui spesso la si spiega, però, non reggono all’esame. Articolo divulgativo su narrazione e psicologia culturale, spunto da un film del 2014 di cui non si riassume la trama. […]

Psicolab — Malefica e la Simbologia antica del Femminile
La rilettura della fiaba dal punto di vista della strega tocca un tema reale: come le figure femminili potenti sono state raccontate. Le premesse archeologiche con cui spesso la si spiega, però, non reggono all’esame.
Articolo divulgativo su narrazione e psicologia culturale, spunto da un film del 2014 di cui non si riassume la trama. Se contenuti che rappresentano violenza risultano disturbanti, è una reazione comune: parlarne con qualcuno aiuta.

Una premessa che non regge

Il testo originale fonda la lettura simbolica sulla tesi di una religione preistorica universale centrata su una dea madre, e su una società precedente pacifica e matriarcale, poi soppiantata da invasori patriarcali.

Questa ricostruzione, associata al lavoro di Marija Gimbutas, non è accettata dall’archeologia accademica. Le critiche riguardano punti sostanziali.

  • L’interpretazione delle statuette femminili come divinità è una assunzione, non un dato: gli stessi reperti sono compatibili con funzioni molto diverse, giocattoli, amuleti, oggetti rituali, rappresentazioni ordinarie.
  • Le figurine sono eterogenee per epoca, area e forma, e ricondurle a un unico culto è un’operazione di sintesi non giustificata dai materiali.
  • Non esistono evidenze di società matriarcali storicamente documentate: esistono società matrilineari, cosa diversa, in cui la discendenza segue la linea materna senza che il potere sia femminile.
  • L’idea di un passato preistorico privo di violenza è contraddetta dai reperti osteologici.

Va detto perché la tesi ha avuto tanta fortuna: offre un passato alternativo a cui riferirsi, ed è una funzione culturale legittima. Ma un mito fondativo, per quanto desiderabile, non diventa storia perché è utile.

Cosa si può dire con più fondamento

Il tema del testo originale resta valido se lo si sposta dal piano archeologico a quello della narrazione, dove i dati esistono.

Nelle fiabe di tradizione europea le figure femminili adulte con potere sono prevalentemente negative (matrigne, streghe, fate ostili) mentre le protagoniste positive sono giovani, passive e definite dall’aspetto. È un’osservazione ricorrente negli studi sul folklore.

Le raccolte ottocentesche non registrarono passivamente: modificarono i materiali orali, e diversi studi hanno documentato come madri crudeli divennero matrigne e come i ruoli femminili vennero adattati alla morale borghese dell’epoca.

Sul piano storico, la caccia alle streghe è un fenomeno dell’età moderna, non medievale né preistorica, e colpì in larga prevalenza donne, spesso anziane, sole o economicamente marginali. Le ricostruzioni che vi vedono la persecuzione di un culto precristiano organizzato non sono sostenute dalle fonti.

Perché queste storie continuano a funzionare

La spiegazione più sostenuta non richiede archetipi ereditari.

Le narrazioni che sopravvivono sono quelle che si ricordano e si ritrasmettono meglio: personaggi netti, conflitti riconoscibili, violazioni delle aspettative. È una selezione culturale, non un deposito inconscio comune.

Va precisato il punto teorico: l’ipotesi di archetipi trasmessi biologicamente non ha ricevuto conferma empirica. La ricorrenza di temi simili si spiega con condizioni umane condivise (nascita, morte, dipendenza infantile, rivalità) e con la diffusione culturale.

Resta però documentato l’effetto nella direzione opposta: le rappresentazioni influenzano chi le riceve. Gli studi sui contenuti destinati all’infanzia mostrano associazioni fra esposizione ripetuta a modelli stereotipati e aspettative sui ruoli, in particolare quando i modelli disponibili sono pochi.

Il valore della riscrittura

Su questo il testo originale coglie qualcosa di corretto.

Raccontare la stessa vicenda dal punto di vista di chi era stato descritto come cattivo è un’operazione con effetti riconosciuti: mostra che la prospettiva determina il giudizio morale, ed è una delle strategie più efficaci per ridurre il pregiudizio nella ricerca sperimentale.

Va aggiunta una nota di misura: sostituire la donna cattiva con la donna ferita è un progresso parziale. La versione più completa è quella in cui i personaggi femminili possono essere complessi, contraddittori e agenti, senza che un trauma ne debba giustificare il comportamento.

Domande frequenti

E esistita una religione preistorica della dea madre?

La tesi non e accettata dall’archeologia accademica: le statuette sono eterogenee e la loro interpretazione come divinita e un’assunzione, non un dato.

Sono esistite societa matriarcali?

Non risultano documentate. Esistono societa matrilineari, in cui la discendenza segue la linea materna senza che il potere sia femminile.

Perche nelle fiabe le donne potenti sono cattive?

E un tratto ricorrente delle raccolte europee, accentuato dalle riscritture ottocentesche che adattarono i materiali orali alla morale dell’epoca.

Gli archetipi spiegano la ricorrenza dei temi?

L’ipotesi di archetipi ereditari non ha conferma empirica. I temi ricorrono per condizioni umane condivise e per diffusione culturale.

La lettura simbolica basata su una religione preistorica della dea madre e su un passato matriarcale non regge: l’archeologia accademica la respinge, e le societa matrilineari sono un’altra cosa. Il tema resta valido spostandolo sulla narrazione, dove e documentato che le figure femminili potenti sono raccontate come negative e che le riscritture ottocentesche accentuarono il tratto. Cambiare prospettiva riduce il pregiudizio, ma sostituire la donna cattiva con la donna ferita e solo meta del lavoro.
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