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Sempre più verso occidente e altri racconti

Dieci racconti che guardano la vita con occhio disincantato e logico, alla ricerca dell’assurdo che si annida nell’ordinario. Sempre più verso Occidente e altri racconti, esordio narrativo di Daniele Pugliese, mette in scena domande pesanti attraverso una sensibilità complicata che, a ben vedere, può essere di ciascuno di noi. L’opera affronta anche il tema del […]

Psicolab — Sempre più verso occidente e altri racconti
Dieci racconti che guardano la vita con occhio disincantato e logico, alla ricerca dell’assurdo che si annida nell’ordinario. Sempre più verso Occidente e altri racconti, esordio narrativo di Daniele Pugliese, mette in scena domande pesanti attraverso una sensibilità complicata che, a ben vedere, può essere di ciascuno di noi.
L’opera affronta anche il tema del vuoto esistenziale e della morte volontaria. Se stai attraversando un momento di sofferenza, parlarne è importante: puoi rivolgerti al tuo medico, a uno psicologo, o contattare Telefono Amico (02 2327 2327).

Un titolo che dichiara la propria origine

Il titolo si richiama esplicitamente a un racconto di Primo Levi, Verso Occidente, in cui si affronta l’impossibilità di trovare una soluzione al vuoto esistenziale.

È una dichiarazione di parentela letteraria che orienta la lettura. Se il racconto di riferimento era attraversato da un pessimismo cosmico, quello di Pugliese lo è da un pessimismo sconcertante: alla riflessione sui comportamenti autodistruttivi collettivi (quelli attribuiti ai lemming, quelli documentati presso alcune comunità indigene) se ne aggiunge un’altra, rivelata solo nelle ultime righe.

Dieci storie, uno sguardo

Il libro raccoglie dieci racconti che affrontano la morte, l’amicizia, i legami illeciti, attraverso uno sguardo che l’autore mantiene indagatore, disincantato, lucido.

La cifra distintiva è la ricerca dell’assurdo: non l’assurdo dichiarato del racconto fantastico, ma quello che affiora dall’osservazione paziente dell’ordinario, il dettaglio fuori posto, l’errore che rivela una crepa nel sistema.

Le situazioni non sono mai fini a sé stesse né compiaciute: si affacciano domande pesanti, la crudezza dell’esperienza, inquietudini e abbandoni. Il tutto filtrato attraverso una sensibilità complicata in cui, come nota chi ha letto il libro, è facile riconoscersi.

L’ossessione come forma di racconto

Uno dei nuclei più interessanti dal punto di vista psicologico riguarda la rappresentazione del comportamento ossessivo.

Un personaggio conta il tempo trascorso con precisione maniacale (anni, mesi, giorni) e ha costruito la propria esistenza attorno a un compito ripetitivo protratto per decenni. Quando gli si affaccia il dubbio di aver scelto male gli strumenti di partenza, la prospettiva di dover rifare tutto lo affascina e insieme minaccia di vanificare l’intero lavoro svolto.

È una descrizione narrativamente precisa di un meccanismo reale: il dubbio ossessivo che si insinua non nel merito del compito, ma nelle sue premesse, spingendo a verifiche sempre più estese che non producono mai una tranquillità stabile. Il personaggio arriva a controllare metodicamente diciotto alternative, e la rassicurazione che ne ricava dura giusto il tempo di generare un nuovo motivo di accumulo.

Attorno a lui, gli altri personaggi rispondono con frasi fuori contesto, come se lo scambiassero per qualcun altro: un espediente narrativo che rende con efficacia la solitudine di chi vive dentro un sistema di senso non condivisibile.

Riferimenti dichiarati

Il libro è disseminato di richiami e tributi. Nel testo stesso l’autore evoca Escher per le immagini e Borges per le parole: due nomi che orientano perfettamente il lettore verso il tipo di vertigine ricorsiva che il racconto costruisce.

Nella cornice complessiva compaiono anche Calvino, i grandi russi dell’Ottocento, gli autori tedeschi della crisi europea, fino a Kafka e a Conrad. Una geografia letteraria coerente: quella di chi indaga il rapporto tra individuo, sistema e senso.

Una scrittura d’altri tempi

Sul piano dello stile, l’autore predilige una scrittura solida e scorrevole, che qualcuno definirebbe d’altri tempi, e che a tratti si fa volutamente puntigliosa.

La puntigliosità non è un vezzo: è funzionale. Raccontare l’ossessione richiede una prosa che ne riproduca il ritmo, l’insistenza sul dettaglio, la precisione che sfiora l’eccesso. La forma, in questo caso, fa parte del contenuto.

L’autore

Daniele Pugliese arriva alla narrativa dopo oltre trent’anni di carriera giornalistica, con numerose pubblicazioni saggistiche alle spalle: dalla storia politica alla nascita del movimento cooperativo, fino a curatele su temi di cronaca e storia contemporanea.

È un percorso che si avverte nella scrittura: lo sguardo del cronista, abituato a cercare la contraddizione nei fatti, applicato qui alla materia esistenziale.

Domande frequenti

A cosa si richiama il titolo?

A un racconto di Primo Levi, Verso Occidente, che affronta l’impossibilità di una soluzione al vuoto esistenziale. È una dichiarazione di parentela letteraria che orienta la lettura dell’intera raccolta.

Che tipo di racconti contiene?

Dieci storie che affrontano morte, amicizia e legami attraverso uno sguardo disincantato e logico, alla ricerca dell’assurdo che affiora dall’ordinario. Mai compiaciute, mettono in scena domande pesanti e inquietudini riconoscibili.

Qual è l’interesse psicologico dell’opera?

La rappresentazione del meccanismo ossessivo: il dubbio che si insinua nelle premesse di un compito, spingendo a verifiche sempre più estese che non producono mai tranquillità stabile, e la solitudine di chi vive dentro un sistema di senso non condivisibile.

Quali sono i riferimenti letterari?

Nel testo compaiono espliciti richiami a Escher e Borges; nella cornice complessiva anche Calvino, i grandi russi dell’Ottocento, gli autori tedeschi della crisi europea, Kafka e Conrad.

Sempre più verso Occidente e altri racconti è l’esordio narrativo di Daniele Pugliese: dieci storie che affrontano morte, amicizia e legami con uno sguardo disincantato e logico, alla ricerca dell’assurdo nascosto nell’ordinario. Il titolo si richiama a un racconto di Primo Levi sull’impossibilità di colmare il vuoto esistenziale. Il nucleo di maggiore interesse psicologico è la resa del comportamento ossessivo: il dubbio che si insinua nelle premesse di un compito, le verifiche sempre più estese che non rassicurano mai, la solitudine di chi abita un sistema di senso incomunicabile. Anche la scrittura (solida e volutamente puntigliosa) partecipa al contenuto, riproducendo il ritmo dell’ossessione che racconta.
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