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Seminario 25 Maggio 9 crediti ECM

Un bambino che parla bene la lingua nel cortile e va male nei compiti scritti non ha un disturbo. È la situazione più fraintesa fra quelle che riguardano gli alunni di famiglie migranti, e ha una spiegazione precisa. Questa pagina prende spunto dalla segnalazione di un seminario professionale del 2013. L’evento è concluso. Articolo divulgativo, […]

Psicolab — Seminario 25 Maggio 9 crediti ECM
Un bambino che parla bene la lingua nel cortile e va male nei compiti scritti non ha un disturbo. È la situazione più fraintesa fra quelle che riguardano gli alunni di famiglie migranti, e ha una spiegazione precisa.
Questa pagina prende spunto dalla segnalazione di un seminario professionale del 2013. L’evento è concluso. Articolo divulgativo, non diagnostico.

Due lingue, due tempi

La distinzione più utile riguarda due competenze linguistiche diverse.

La lingua della comunicazione quotidiana, sostenuta dal contesto (si parla di cose presenti, con gesti, con interlocutori che aiutano) viene acquisita in tempi relativamente brevi.

La lingua dello studio, astratta, priva di sostegno contestuale, con lessico specifico e strutture complesse, richiede molto più tempo: le stime disponibili parlano di diversi anni.

Lo scarto fra le due produce l’equivoco più comune: si sente il bambino parlare fluentemente e si conclude che la lingua non sia più un problema, attribuendo le difficoltà scolastiche ad altro.

Le conseguenze dell’equivoco

Vanno in due direzioni opposte, entrambe dannose.

La sovradiagnosi: difficoltà linguistiche vengono lette come disturbo dell’apprendimento. È un errore che i criteri diagnostici escludono esplicitamente (l’insufficiente padronanza della lingua di scolarizzazione è un criterio di esclusione) e che viene comunque commesso.

La sottodiagnosi: un disturbo reale viene attribuito alla lingua, e il bambino non riceve gli strumenti previsti.

Ciò che orienta è la lingua madre: se le difficoltà sono presenti anche in quella, non dipendono dalla seconda lingua. La valutazione andrebbe quindi condotta in entrambe, con mediazione linguistica, e questo raramente accade.

Il bilinguismo

Alcuni miti persistenti vanno corretti.

Crescere con due lingue non ritarda lo sviluppo linguistico. I bambini bilingui raggiungono le tappe negli stessi tempi, e il vocabolario appare inferiore solo se si conta una lingua per volta: sommando le due, il totale è equivalente.

La mescolanza delle lingue non è confusione: è un comportamento regolato, che segue vincoli grammaticali precisi e che compare anche negli adulti competenti.

E la raccomandazione, ancora frequente, di abbandonare la lingua d’origine in famiglia per favorire l’apprendimento della seconda è controproducente: peggiora la comunicazione familiare senza accelerare nulla, e riduce una risorsa, la competenza nella prima lingua sostiene lo sviluppo della seconda.

Va aggiunto, per onestà, che i presunti vantaggi cognitivi generali del bilinguismo sono stati fortemente ridimensionati dalle repliche recenti: la formulazione prudente è che il bilinguismo non danneggia e fornisce una competenza in più, senza effetti generali dimostrati.

Altri elementi

Alcuni fattori documentati riguardano specificamente questi alunni.

Il divario di aspettative: a parità di risultati, gli alunni di origine straniera ricevono più spesso orientamenti verso percorsi meno impegnativi. È un effetto misurato in diversi paesi.

La minaccia dello stereotipo, che riduce la prestazione nelle situazioni di valutazione.

Il ruolo di interprete: molti bambini traducono per i genitori in contesti sanitari, scolastici e amministrativi, con esposizione a contenuti e responsabilità sproporzionate. È una forma specifica di carico, già discussa altrove.

E l’asincronia culturale fra genitori e figli: i secondi si acculturano più rapidamente, e lo scarto è associato a conflitto familiare, un fattore che riguarda la famiglia e non il bambino.

Cosa funziona

Valutare, quando serve, in entrambe le lingue.

Sostenere la lingua d’origine anziché scoraggiarla.

Distinguere il tempo necessario alla lingua dello studio dalle difficoltà di apprendimento, e comunicarlo alle famiglie, che spesso interpretano il ritardo come incapacità del figlio.

E non usare i figli come interpreti nei colloqui che li riguardano.

Domande frequenti

Perché un bambino parla bene ma va male a scuola?

Perché la lingua della comunicazione quotidiana si acquisisce in tempi brevi, mentre quella dello studio richiede diversi anni. Lo scarto viene spesso attribuito ad altro.

Il bilinguismo ritarda lo sviluppo?

No. Le tappe sono raggiunte negli stessi tempi, e il vocabolario appare inferiore solo contando una lingua per volta.

Conviene parlare solo la lingua del paese in famiglia?

No: peggiora la comunicazione familiare senza accelerare l’apprendimento, e riduce una risorsa che sostiene lo sviluppo della seconda lingua.

Come si distingue una difficoltà linguistica da un disturbo?

Verificando la lingua madre: se le difficoltà ci sono anche lì, non dipendono dalla seconda lingua. La valutazione andrebbe condotta in entrambe.

La distinzione fra lingua della comunicazione e lingua dello studio spiega l’equivoco più comune: si sente parlare fluentemente e si attribuiscono ad altro le difficoltà scolastiche, con esiti opposti e entrambi dannosi, disturbi attribuiti a bambini che hanno un problema linguistico, e disturbi reali non riconosciuti. Il criterio che orienta è la lingua madre. Sul bilinguismo: non ritarda nulla, la mescolanza non è confusione, e scoraggiare la lingua d’origine è controproducente.
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