L’esperimento
Stanley Milgram (1933-1984), tra gli psicologi sperimentali più creativi del Novecento, si interessò alla struttura della rete di relazioni interpersonali che collega le persone di una comunità. La domanda era semplice da formulare e difficilissima da verificare: quanto è piccolo il mondo?
L’ipotesi: data una vasta rete sociale, ogni suo membro è connesso a qualunque altro membro attraverso una breve catena di conoscenze intermedie. Ma quanti passaggi servono, esattamente?
Il disegno sperimentale fu ingegnoso. Milgram scrisse a un campione casuale di residenti in due stati del Midwest chiedendo loro di far arrivare una lettera a un suo conoscente che lavorava come agente di cambio a Boston. Ma non fornì l’indirizzo del destinatario: invitò invece ciascuno a inoltrare la missiva a una persona di propria conoscenza (qualcuno che conoscesse abbastanza bene da chiamarlo per nome) ritenuta socialmente più vicina al destinatario finale.
Ogni busta conteneva solo una breve spiegazione degli obiettivi, poche informazioni sul destinatario e i vincoli da rispettare.
Il risultato
La maggior parte delle lettere arrivò a destinazione. E vi arrivò in pochissimi passaggi: non centinaia, ma in media circa sei. Il numero minimo di intermediari calcolato fu di 5,5.
Una cifra che appare quasi implausibile se si considera la distanza (geografica e sociale) tra il punto di partenza e quello di arrivo, e la dimensione della popolazione coinvolta.
Da dove viene l’espressione “sei gradi di separazione”
Contrariamente a quanto si crede, la formula non è di Milgram. Fu coniata negli anni Novanta nella commedia teatrale omonima di John Guare, e raggiunse grande diffusione popolare grazie all’adattamento cinematografico.
Nel film una delle protagoniste, riflettendo sull’interconnessione tra le persone, osserva che sei gradi separano ciascuno di noi da chiunque altro sul pianeta, e che ognuno è, in questo senso, una porta aperta su altri mondi.
Curiosamente il film non tratta affatto il tema della struttura delle reti sociali: è stato il semplice fatto che quella frase fosse pronunciata sullo schermo a diffonderne l’idea. Il tema delle relazioni intricate è del resto ricorrente nel cinema, da Magnolia a Crash.
Perché il mondo è piccolo
L’idea affascina perché suggerisce che, per quanto immensa, la società sia percorribile rapidamente seguendo i contatti da una persona all’altra: una rete di miliardi di nodi in cui la distanza media non supera i sei collegamenti.
La ragione è che la società è una ragnatela molto fitta: ciascuno di noi ha molti più legami di quell’unico necessario a tenerci uniti. È la ridondanza dei collegamenti, non la loro scarsità, a produrre l’effetto.
Come ha osservato Albert-László Barabási, colpisce quanto raramente notiamo questa struttura di piccolo mondo e quanto spesso crediamo invece che ciò che ci è prossimo sia lontano.
Non solo relazioni umane
L’osservazione più profonda riguarda però la generalità del fenomeno. La stessa architettura di piccolo mondo si ritrova nelle connessioni del cervello umano, nella struttura della rete, nel linguaggio, nelle catene alimentari.
E queste reti sono nate in modi radicalmente diversi: le reti sociali per accumulazione storica e influenze culturali ed economiche; la rete neurale sotto la pressione evolutiva verso un funzionamento efficiente; le reti informatiche in modo largamente fortuito, per esigenze tecnologiche e commerciali.
Che strutture con origini così diverse convergano sulla stessa architettura non è una coincidenza: indica l’esistenza di principi comuni nel modo in cui le reti complesse si organizzano. È da questa constatazione che è nata la scienza delle reti come campo di studio autonomo.
La verifica su scala digitale
L’ipotesi ha trovato una conferma su una scala che Milgram non avrebbe potuto immaginare. Uno studio avviato nel 2006 analizzò i gradi di separazione tra gli utenti di un grande sistema di messaggistica istantanea, misurando la lunghezza dei legami necessari a connettere 180 miliardi di coppie di utenti.
Il risultato: una media di poco superiore ai sei gradi (6,6), valida per circa il 78% delle coppie. La media risultava peraltro innalzata da alcuni casi limite che richiedevano fino a ventinove passaggi.
I ricercatori sottolinearono il punto essenziale: l’idea che siamo molto vicini gli uni agli altri era diffusa, ma era rimasta a livello di folklore. Quella fu la prima volta in cui una rete sociale su larga scala permise di verificarla empiricamente.
Con la diffusione globale delle comunicazioni istantanee, è stato ipotizzato che il numero medio di passaggi possa essersi ulteriormente ridotto.
Cosa resta dell’idea
Il contributo di Milgram non sta tanto nel numero (che varia secondo il contesto e il metodo di misurazione) quanto nell’aver mostrato che una domanda apparentemente impossibile da verificare poteva essere trasformata in un esperimento concreto.
E nell’aver reso visibile qualcosa che restava invisibile: che non solo siamo tutti connessi, ma che per connettersi bastano poche strette di mano.
Domande frequenti
In cosa consisteva l’esperimento di Milgram?
Nel chiedere a persone scelte a caso di far arrivare una lettera a un destinatario lontano, senza fornirne l’indirizzo: ciascuno doveva inoltrarla a un proprio conoscente ritenuto socialmente più vicino alla meta. La maggior parte delle lettere arrivò in media in circa sei passaggi.
L’espressione “sei gradi di separazione” è di Milgram?
No. Fu coniata negli anni Novanta in una commedia teatrale di John Guare e si diffuse grazie all’adattamento cinematografico. Milgram aveva calcolato un numero minimo di intermediari pari a 5,5.
Perché la struttura di “piccolo mondo” si ritrova in reti così diverse?
Perché esistono principi comuni nel modo in cui le reti complesse si organizzano. La stessa architettura compare nelle connessioni cerebrali, nella rete informatica, nel linguaggio e nelle catene alimentari, pur avendo origini del tutto diverse.
La teoria è stata verificata su larga scala?
Sì. Uno studio del 2006 su 180 miliardi di coppie di utenti di un sistema di messaggistica istantanea trovò una media di 6,6 gradi, valida per circa il 78% delle coppie: la prima conferma empirica su scala massiva.