Il contesto italiano
In Italia l’esercizio della psicoterapia richiede, oltre alla laurea e all’iscrizione all’albo degli psicologi o alla laurea in medicina, il conseguimento di una specializzazione quadriennale.
Quella specializzazione può essere ottenuta presso le scuole universitarie oppure presso istituti privati riconosciuti dal ministero: una possibilità introdotta dalla legge che nel 1989 ha regolamentato la professione di psicologo.
È un assetto singolare nel confronto internazionale: la formazione alla psicoterapia è in gran parte affidata a istituti privati, ciascuno legato a un orientamento teorico.
Cosa significa il riconoscimento
È il punto che il testo, comprensibilmente, presenta come un risultato, e che vale la pena precisare.
Il riconoscimento ministeriale verifica requisiti di natura organizzativa: la durata quadriennale, il monte ore complessivo, la proporzione tra teoria e pratica, la presenza di un tirocinio in strutture del servizio sanitario, la qualificazione del corpo docente, la struttura del programma.
Non verifica l’efficacia dell’orientamento insegnato, né potrebbe farlo: non è la funzione di quel procedimento.
Ne consegue che il riconoscimento è una condizione necessaria (senza di esso il titolo non abilita) ma non è un’informazione sulla qualità del percorso né sulla validità del modello.
Come scegliere
Poiché la scelta della scuola determina un percorso di quattro anni e un investimento economico rilevante, vale la pena indicare i criteri che la letteratura e la pratica suggeriscono.
Il primo: cosa dicono le prove sull’orientamento
Gli approcci non sono equivalenti quanto a supporto empirico.
Le terapie cognitivo-comportamentali dispongono del corpo di ricerca più ampio, con protocolli specifici per numerosi disturbi. Altri orientamenti (sistemico-relazionale, psicodinamico nelle sue formulazioni strutturate, interpersonale) hanno anch’essi prove di efficacia, più ampie per alcuni quadri e più limitate per altri.
Va però ricordato un dato che ridimensiona la questione: le differenze di esito tra orientamenti sono generalmente modeste, e inferiori a quelle attribuibili ai fattori comuni, alleanza terapeutica, aspettative, capacità del singolo terapeuta.
Ne discende che la scelta dell’orientamento conta meno di quanto il dibattito tra scuole faccia pensare, e che la qualità della formazione ricevuta conta di più.
Il secondo: quanta pratica supervisionata
È il criterio più discriminante e il meno pubblicizzato.
Ciò che distingue una formazione efficace non è il numero di ore teoriche ma la quantità di lavoro clinico supervisionato: casi seguiti sotto la guida di un supervisore, con discussione regolare del materiale.
Le domande da porre sono precise: quanti casi si seguono durante il percorso, con quale frequenza si è supervisionati, se la supervisione è individuale o di gruppo, se si registrano o trascrivono le sedute discusse.
L’ultima è la più informativa: discutere un caso raccontandolo a memoria è cosa diversa dal discuterlo su materiale registrato, perché ciò che si ricorda è ciò che si è inteso fare, non ciò che si è fatto.
Il terzo: dove si svolge il tirocinio
Il tirocinio in strutture pubbliche è previsto dalla normativa, ma le condizioni variano molto.
Conviene chiedere quali convenzioni siano attive, se il tirocinio è realmente presidiato o si riduce a presenza, e se prevede contatto con la casistica reale dei servizi: che è quasi sempre diversa, per gravità e complessità, da quella incontrata in ambito privato.
Il quarto: la terapia personale
Molti percorsi la richiedono o la raccomandano, e rappresenta un costo aggiuntivo rilevante che va considerato nel calcolo complessivo.
Va detto con onestà, come già osservato altrove, che un effetto sugli esiti dei pazienti non è dimostrato dalla ricerca disponibile: il che non esclude benefici su altri piani, come la sostenibilità della professione.
È utile chiedere se sia obbligatoria, se debba essere svolta con docenti della scuola stessa (situazione che pone questioni di sovrapposizione di ruoli) e quale sia il costo previsto.
Una nota sulla struttura del sistema
Un elemento che raramente viene esplicitato.
Nelle scuole private i docenti sono spesso anche i supervisori, i terapeuti personali e i riferimenti professionali successivi degli allievi. È una concentrazione di ruoli che ha vantaggi (continuità, coerenza del modello) e un rischio: rende difficile esprimere disaccordo.
Un allievo che dissente da un’impostazione teorica dissente da persone che valuteranno il suo percorso, supervisioneranno il suo lavoro e potranno inviargli pazienti.
Ne consegue che le scuole tendono a produrre omogeneità, e che il confronto tra approcci diversi (che sarebbe la condizione più formativa) avviene raramente all’interno di esse.
È un buon criterio di valutazione: chiedere se il programma preveda il confronto con orientamenti differenti, e in quale forma.
Domande frequenti
Cosa certifica il riconoscimento ministeriale?
Requisiti organizzativi: durata, monte ore, proporzione tra teoria e pratica, tirocinio, qualificazione dei docenti. Non certifica l’efficacia dell’orientamento insegnato, e non è la sua funzione.
Quanto conta la scelta dell’orientamento?
Meno di quanto il dibattito tra scuole suggerisca: le differenze di esito tra approcci sono modeste rispetto al peso dei fattori comuni. Conta di più la qualità della formazione ricevuta.
Qual è il criterio più discriminante?
La quantità di pratica clinica supervisionata, e in particolare se la supervisione avvenga su materiale registrato: ciò che si ricorda di una seduta è ciò che si intendeva fare, non ciò che si è fatto.
Perché le scuole tendono a produrre omogeneità?
Perché i docenti sono spesso anche supervisori, terapeuti personali e riferimenti professionali: dissentire da un’impostazione significa dissentire da chi valuterà il proprio percorso.