Il nome e il criterio
L’espressione «ritardo mentale» è stata abbandonata. Il DSM-5 usa disabilità intellettiva, la classificazione internazionale dell’OMS parla di disturbi dello sviluppo intellettivo.
Non è un cambiamento di etichetta. È cambiato il criterio.
Nella formulazione precedente la gravità era definita dal quoziente intellettivo. Oggi il QI serve a stabilire se la condizione sia presente, mentre la gravità è definita dal funzionamento adattivo: cosa la persona sa fare nella vita quotidiana, con quanto sostegno e in quali contesti.
Il motivo è pratico: due persone con lo stesso punteggio possono avere autonomie molto diverse, e il punteggio non dice quale sostegno serva.
Cosa va scartato del testo originale
Vanno detti esplicitamente alcuni punti, perché non sono solo datati.
Le categorie che descrivevano le persone come «addestrabili» o «non scolarizzabili» sono inaccettabili e in contrasto con l’ordinamento: in Italia il diritto all’istruzione nella classe comune è garantito a tutti, e non esiste alcuna soglia sotto la quale una persona non sia scolarizzabile.
L’equivalenza fra un punteggio e un’«età mentale» è fuorviante: un adolescente con disabilità intellettiva non è un bambino piccolo, ha la propria età, la propria storia e i propri interessi, e trattarlo altrimenti è una forma di infantilizzazione con conseguenze concrete, anche sulla capacità di riconoscere e segnalare abusi.
Va infine sostituito il linguaggio: si dice persona con disabilità intellettiva, non «soggetto affetto da»; e la condizione non è una malattia, è una condizione dello sviluppo.
Cosa la scuola deve fare oggi
Anche l’impianto documentale è cambiato, con il decreto legislativo 66 del 2017 e i successivi provvedimenti attuativi.
Diagnosi funzionale e profilo dinamico funzionale sono stati sostituiti dal Profilo di Funzionamento, documento unico redatto dall’unità di valutazione multidisciplinare con la collaborazione della famiglia e, ove possibile, della scuola.
Il Profilo di Funzionamento è redatto secondo il modello ICF, che descrive il funzionamento come risultato dell’interazione fra le condizioni di salute e i fattori ambientali, cioè considera barriere e facilitatori del contesto, non solo le caratteristiche della persona.
Resta il Piano Educativo Individualizzato, oggi redatto su modello nazionale dal gruppo di lavoro operativo, che comprende docenti, specialisti, famiglia e (punto significativo) lo studente stesso quando possibile.
Il cambiamento di prospettiva
Il passaggio all’ICF ha una conseguenza che vale la pena esplicitare, perché è spesso trattata come formalità.
Se il funzionamento dipende anche dal contesto, allora parte della difficoltà è modificabile agendo sul contesto anziché sulla persona.
Un ambiente prevedibile, istruzioni segmentate, materiali accessibili, tempi adeguati spostano il funzionamento effettivo senza che nulla sia cambiato nelle caratteristiche individuali.
È lo stesso principio già osservato altrove: la stessa persona funziona diversamente in condizioni diverse.
Cosa funziona nell’insegnamento
La parte metodologica del testo originale è largamente valida e vale la pena precisarla.
- L’analisi del compito: scomporre un’attività nelle abilità che richiede, e verificare quali siano già presenti. È il presupposto di tutto il resto.
- L’insegnamento senza errore: fornire l’aiuto prima che l’errore avvenga e ritirarlo gradualmente, anziché lasciare sbagliare e correggere. Produce apprendimenti più rapidi e meno frustrazione.
- Il ritiro programmato dell’aiuto. È il punto critico: l’aiuto non ritirato produce dipendenza, e il piano di riduzione va definito quando l’aiuto viene introdotto, non dopo.
- La generalizzazione: un’abilità appresa in una situazione non si trasferisce automaticamente. Va esercitata in contesti, con materiali e con persone diverse, è l’aspetto più trascurato e quello che determina se un apprendimento sarà utile fuori dall’aula.
Due avvertenze sull’affiancamento
La ricerca sull’assistenza individuale in classe ha prodotto risultati che vale la pena conoscere.
La vicinanza costante di un adulto può ridurre le interazioni con i compagni, l’autonomia e le occasioni di scelta. L’obiettivo dell’affiancamento è renderlo progressivamente non necessario, non renderlo permanente.
E l’insegnamento nella classe comune, con adattamenti, produce esiti migliori (su apprendimento e su relazioni) rispetto alla separazione, sia per gli studenti con disabilità sia per i compagni. È il dato che sostiene l’impianto italiano, che in questo è fra i più avanzati.
Domande frequenti
Si dice ancora ritardo mentale?
No. Il termine corretto è disabilità intellettiva, e la gravità non è più definita dal quoziente intellettivo ma dal funzionamento adattivo, cioè da cosa la persona sa fare e con quale sostegno.
Quali documenti prevede oggi la scuola?
Il Profilo di Funzionamento, redatto secondo il modello ICF, che ha sostituito diagnosi funzionale e profilo dinamico funzionale, e il Piano Educativo Individualizzato su modello nazionale.
Cosa cambia con l’approccio ICF?
Che il funzionamento è considerato il risultato dell’interazione con l’ambiente: parte della difficoltà si riduce modificando il contesto (prevedibilità, materiali, tempi) senza che cambi nulla nella persona.
L’insegnante di sostegno deve stare sempre vicino allo studente?
No. La vicinanza costante riduce interazioni con i compagni, autonomia e occasioni di scelta. L’obiettivo è rendere l’aiuto progressivamente non necessario, con un ritiro pianificato fin dall’inizio.