Il film
«Scialla!» di Francesco Bruni, premiato alla Mostra di Venezia del 2011, mette a confronto un quindicenne romano disinteressato alla scuola e un ex insegnante di latino che ha abbandonato il mestiere e sopravvive con lezioni private e scritture su commissione.
L’uomo scopre di essere suo padre e se ne trova a carico per alcuni mesi, con la consegna di non rivelarglielo.
Il film è stato letto come commedia; il testo originale sostiene che sia altro, e su questo ha ragione: il materiale è quello del rapporto fra un adolescente in deriva e un adulto che smette di essere assente.
La correzione necessaria
Il testo di riferimento definisce il protagonista «borderline», descrivendolo come una malattia che nasce dall’anima e che lo porterebbe a trascurare la scuola.
Va detto con chiarezza che questo non è corretto, su più piani.
Disinteresse scolastico, insofferenza per le regole e frequentazioni discutibili sono comportamenti comuni in adolescenza e non costituiscono un disturbo. Il disturbo borderline di personalità è definito da criteri specifici (instabilità marcata delle relazioni e dell’immagine di sé, impulsività dannosa, timore intenso dell’abbandono, comportamenti autolesivi ricorrenti) che qui non sono descritti.
La diagnosi in adolescenza è inoltre oggetto di cautela particolare: i tratti di personalità sono in fase di formazione, e attribuire un’etichetta stabile a una configurazione ancora in movimento comporta un rischio documentato di conseguenze durature, sull’immagine di sé e su come si viene trattati.
E non è «una malattia che nasce dall’anima». Le condizioni psichiche si descrivono in termini di funzionamento e di storia, non con formule evocative che le rendono al tempo stesso più misteriose e meno affrontabili.
Cosa il film descrive bene
Il nucleo utile è altrove, e ha un supporto empirico forte.
Le ricerche longitudinali su bambini e adolescenti cresciuti in condizioni di rischio hanno cercato per decenni cosa distinguesse chi ne usciva bene. Il risultato più ricorrente è deludente per chi cerca metodi e prezioso per chi lavora con i ragazzi.
Il fattore più solido è la presenza di almeno una relazione stabile con un adulto competente che si occupi di quel ragazzo. Non necessariamente un genitore: un insegnante, un allenatore, un parente, un vicino.
Le caratteristiche che rendono quella relazione efficace sono identificabili: continuità nel tempo, aspettative esplicite su ciò che il ragazzo può fare, e disponibilità che non dipende dal comportamento, cioè che regge anche quando il ragazzo si comporta male.
Perché l’ultima condizione è decisiva
È il punto che il film coglie e che merita di essere esplicitato.
Un adolescente che ha imparato che gli adulti se ne vanno tende a verificarlo: si comporta in modo tale da provocare l’abbandono, e ottenerlo conferma la previsione.
L’unico modo di interrompere quel circuito è che qualcuno non se ne vada. Non che sia particolarmente abile, comprensivo o preparato: che resti.
È anche il motivo per cui gli interventi brevi con questa fascia di età producono effetti modesti: ciò che conta è la durata, e la durata non si può comprimere.
Sul rendimento scolastico
Il film segue anche il recupero scolastico del ragazzo, e su questo vale la pena aggiungere due elementi.
Il primo è che le aspettative dell’insegnante hanno un effetto misurabile sul rendimento, e che questo effetto è più forte proprio sugli studenti considerati deboli o provenienti da contesti svantaggiati.
Il secondo riguarda il senso di appartenenza scolastica: la percezione di essere accettati e valorizzati nella scuola predice impegno e risultati indipendentemente dalle capacità di partenza.
Ne segue che il disinvestimento scolastico è più spesso una conseguenza dell’esclusione che una sua causa, e che intervenire sulla motivazione senza intervenire su quella percezione produce poco.
Una nota sul linguaggio
Il testo originale lamenta che il gergo giovanile risulti a tratti incomprensibile.
È un’osservazione ricorrente e vale la pena inquadrarla: la differenziazione linguistica adolescenziale ha una funzione, cioè segnare un’appartenenza e uno spazio non condiviso con gli adulti.
Lamentarne l’oscurità significa constatarne il funzionamento. E il tentativo di adottare quel registro da parte di un adulto è di norma controproducente, perché viola proprio il confine che lo rende utile.
Domande frequenti
Il disinteresse per la scuola è un disturbo?
No. Disinvestimento scolastico, insofferenza per le regole e frequentazioni discutibili sono comuni in adolescenza e non costituiscono di per sé una condizione clinica.
Perché si è cauti con la diagnosi di disturbo di personalità in adolescenza?
Perché i tratti sono ancora in formazione, e un’etichetta stabile applicata a una configurazione in movimento ha effetti duraturi sull’immagine di sé e su come la persona viene trattata.
Qual è il fattore protettivo più documentato?
La presenza stabile di almeno un adulto competente che si occupi di quel ragazzo, non necessariamente un genitore. Contano continuità, aspettative esplicite e disponibilità che non dipende dal comportamento.
Perché il disinvestimento scolastico è difficile da invertire?
Perché è più spesso conseguenza della percezione di non essere accettati nella scuola che sua causa: lavorare sulla motivazione senza modificare quella percezione produce poco.