Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

Il Satanismo di Anton Szandor La Vey

Il gruppo più noto tra quelli che si richiamano a Satana non crede che Satana esista. È un fatto documentato e quasi sempre omesso, e senza di esso ogni discorso sul tema resta fuori fuoco. Articolo divulgativo su un testo del 2011. Ne correggiamo alcune affermazioni, in particolare l’assimilazione tra realtà molto diverse. Il testo […]

Psicolab — Il Satanismo di Anton Szandor La Vey
Il gruppo più noto tra quelli che si richiamano a Satana non crede che Satana esista. È un fatto documentato e quasi sempre omesso, e senza di esso ogni discorso sul tema resta fuori fuoco.
Articolo divulgativo su un testo del 2011. Ne correggiamo alcune affermazioni, in particolare l’assimilazione tra realtà molto diverse. Il testo descrive una dottrina e ne discute i contenuti: non ne condivide i presupposti.

Chi era il fondatore

Nato a Chicago nel 1930, dopo lavori in ambienti circensi e di intrattenimento a Los Angeles e San Francisco, cominciò a frequentare a metà degli anni Cinquanta ambienti esoterici e occultisti, fondando un gruppo che nel 1966 si trasformò nella cosiddetta Chiesa di Satana.

Il testo compie un’osservazione importante e la lascia cadere: per anni raccontò ai giornalisti una versione pittoresca della propria vita.

Vale la pena svilupparla, perché è la chiave dell’intera vicenda. Gran parte della biografia diffusa (le presunte frequentazioni celebri, i mestieri avventurosi, i legami con personaggi noti) è stata successivamente ridimensionata dalle verifiche.

Era, in altri termini, un abile costruttore della propria immagine pubblica, e l’organizzazione che fondò va letta anche come operazione mediatica: la copertura giornalistica era parte del progetto, non un suo effetto collaterale.

Il punto centrale, omesso

Il testo definisce il satanismo come culto reso a Satana e ribellione a Dio. La definizione può valere per alcune realtà, ma non per quella di cui parla.

La dottrina di questo autore è esplicitamente ateistica. Satana non vi è un’entità esistente ma un simbolo: rappresenta l’istinto, il desiderio, il rifiuto dell’autorità religiosa. Non si adora nessuno, perché non si ritiene che esista alcunché da adorare.

La distinzione è tutt’altro che accademica. Un gruppo che ritiene di servire un essere sovrannaturale e uno che usa un’immagine come provocazione contro la morale religiosa sono fenomeni diversi per natura, per pratiche e per rischi.

Cosa afferma effettivamente quella dottrina

I principi enunciati nel testo di riferimento (che l’articolo del 2011 riporta integralmente) sono riassumibili così: valorizzazione della soddisfazione dei desideri contro l’astinenza; preferenza per l’esistenza concreta rispetto alle promesse spirituali; rifiuto dell’ipocrisia; benevolenza selettiva anziché amore universale; legittimazione della vendetta contro il precetto del perdono; considerazione dell’essere umano come animale tra gli altri, spesso più crudele; rivendicazione di ciò che le religioni definiscono peccato in quanto fonte di gratificazione.

Si tratta, come si vede, di un rovesciamento punto per punto della morale cristiana: una filosofia dell’egoismo individualistico più che una religione.

Il testo del 2011 lo riconosce quando cita, tra le influenze, un pensiero filosofico novecentesco fondato sull’interesse personale razionale: un riferimento del tutto laico.

Un giudizio necessario

Riconoscere che non si tratta di adorazione del male non equivale ad avallarne i contenuti.

Una dottrina che eleva la vendetta a principio e riserva la considerazione a chi la merita secondo il proprio giudizio è una posizione morale che si può discutere e respingere, e va respinta, perché una comunità fondata su questi criteri è semplicemente una comunità in cui il più forte decide chi merita.

Ma va discussa per ciò che afferma, non per ciò che non afferma.

L’elenco dei gruppi

Il testo riporta oltre quaranta denominazioni di presunti gruppi attivi in Italia, e apre affermando che il fenomeno si stia dilagando.

Questo elenco va guardato con molta cautela.

Le rilevazioni condotte sul tema (comprese quelle di centri di ricerca specializzati nei nuovi movimenti religiosi) indicano numeri di aderenti molto contenuti, nell’ordine delle poche centinaia complessive in Italia.

Molte delle denominazioni che circolano corrispondono a gruppi minuscoli, a esperienze durate pochi mesi, a nomi comparsi una sola volta in una cronaca, o ad appellativi attribuiti dall’esterno.

Un elenco lungo produce l’impressione di un fenomeno esteso senza fornire alcuna informazione sulla sua consistenza reale, ed è precisamente il meccanismo con cui si costruisce un allarme.

La distinzione da tenere ferma

La confusione più dannosa è quella tra due cose completamente diverse.

Da un lato esistono gruppi che si richiamano a un immaginario satanico come posizione filosofica o provocatoria e non commettono reati: rientrano nella libertà di manifestazione del pensiero e di religione.

Dall’altro esistono, in numero molto ridotto, casi di violenza commessa da piccoli gruppi che hanno utilizzato quell’immaginario. Sono fatti gravi, ma vanno spiegati (come mostra la letteratura sulla violenza di gruppo) attraverso l’isolamento, la presenza di una figura dominante, l’escalation graduale e spesso l’uso di sostanze.

Trattare le due categorie come un unico fenomeno produce due errori insieme: criminalizza chi non commette reati e attribuisce a una dottrina la responsabilità di dinamiche che hanno altre cause.

Perché il tema resta interessante

Al netto degli allarmi, la vicenda ha un valore documentale.

Mostra come si costruisce un’identità collettiva per opposizione: la dottrina descritta non ha contenuti propri autonomi, è interamente definita da ciò che nega. Ogni suo principio esiste in funzione della norma che rovescia.

È una struttura ricorrente in molti movimenti, ben oltre l’ambito religioso, e comporta una fragilità precisa: un’identità costruita sull’opposizione dipende dall’esistenza di ciò a cui si oppone, e si indebolisce man mano che l’avversario perde centralità.

Non è un caso che la provocazione anticlericale degli anni Sessanta, in una società largamente secolarizzata, abbia perso quasi tutta la sua carica.

Domande frequenti

Chi segue questa dottrina adora il diavolo?

No. È esplicitamente ateistica: Satana vi è un simbolo dell’istinto e del rifiuto dell’autorità religiosa, non un’entità esistente. Non si adora nessuno.

Il fenomeno è diffuso in Italia?

Le rilevazioni indicano numeri molto contenuti, nell’ordine delle poche centinaia di aderenti complessivi. Gli elenchi di decine di sigle danno l’impressione di un fenomeno esteso senza dire nulla sulla sua consistenza.

Che rapporto c’è con i casi di violenza?

Sono realtà distinte. I fatti gravi commessi da piccoli gruppi si spiegano con isolamento, presenza di una figura dominante ed escalation graduale: l’immaginario fornisce un vocabolario, non il movente.

Perché questa dottrina va comunque discussa criticamente?

Perché eleva la vendetta a principio e riserva la considerazione a chi la merita secondo il proprio giudizio: una comunità fondata su questi criteri è una comunità in cui il più forte decide chi merita.

Il dato che cambia tutto è che la dottrina in questione è ateistica: Satana vi è un simbolo dell’istinto e dell’opposizione alla morale religiosa, non un’entità da servire. Il che non la mette al riparo dalla critica, una filosofia che eleva la vendetta a principio e distribuisce considerazione secondo il proprio giudizio va discussa e respinta per ciò che afferma. Va invece ridimensionato l’elenco di decine di sigle: dà l’impressione di un fenomeno esteso senza dirne la consistenza, che è di poche centinaia di persone. E i pochi casi di violenza vanno spiegati con le dinamiche del piccolo gruppo isolato, non con una dottrina.
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