Psicologia Sociale e del Comportamento

Santa o Fatale? Adamo guarda Eva

Dal dopoguerra a oggi i ruoli di genere sono cambiati profondamente. Alla donna, storicamente confinata in un’unica identità legata alla riproduzione e alla cura domestica, se n’è aggiunta un’altra, sociale e professionale. Ma un’identità in più non è automaticamente una liberazione: è anche un raddoppio di aspettative. È il tema del saggio di Milena Milone […]

Psicolab — Santa o Fatale? Adamo guarda Eva
Dal dopoguerra a oggi i ruoli di genere sono cambiati profondamente. Alla donna, storicamente confinata in un’unica identità legata alla riproduzione e alla cura domestica, se n’è aggiunta un’altra, sociale e professionale. Ma un’identità in più non è automaticamente una liberazione: è anche un raddoppio di aspettative. È il tema del saggio di Milena Milone Santa o Fatale? Adamo guarda Eva.

La difficoltà di guardare dal punto di vista dell’altro

Interpretare il punto di vista altrui è uno degli sforzi più impegnativi che ci si possa proporre. Anche quando l’interesse è autentico e sincero, non è detto che l’analisi riesca: possono sempre intervenire atteggiamenti di parte involontari che alterano la lettura dei fatti.

È la premessa metodologica che l’autrice pone al proprio lavoro. L’obiettivo dichiarato è descrivere nel modo meno parziale possibile quale impatto abbia avuto sugli uomini e sulle donne la trasformazione della società dal dopoguerra a oggi, con particolare riferimento ai ruoli di genere.

Dalla singola identità alla doppia identità

Per molto tempo, osserva l’autrice, la donna ha avuto una sola identità riconosciuta: quella che nel libro viene chiamata “Santa”, ed era tenuta ad assolvere una serie di compiti legati unicamente alla riproduzione e alle mansioni domestiche.

Il cambiamento sociale ha aggiunto a questa una seconda identità, quella che il titolo chiama “Fatale”: fatale perché fatalmente la sdoppia. Non sostituisce la prima, le si affianca. Da qui l’osservazione più acuta del libro: il destino che ne risulta può essere per certi versi più difficile di quello delle generazioni precedenti, perché somma richieste anziché ridistribuirle.

È un fenomeno che la ricerca sul lavoro e sulla famiglia ha ampiamente documentato: l’accesso alla sfera pubblica e professionale non ha comportato, in misura corrispondente, una redistribuzione del carico domestico e di cura. Il risultato è un doppio ruolo, non un ruolo diverso.

Detto questo, l’autrice è netta: non si torna indietro, né lo si vorrebbe.

La legge e la mentalità

C’è poi una distinzione che attraversa tutto il ragionamento: quella tra parità formale e parità sostanziale.

Che la donna godesse, almeno sulla carta, degli stessi diritti dell’uomo era un passaggio necessario. Ma quanto la tradizione ha poi impedito la reale realizzazione di questo adeguamento? La domanda resta centrale, e l’autrice indica come terreno decisivo non tanto la legislazione quanto la mentalità diffusa: è lì che si gioca la differenza tra vivere da cittadine e vivere da suddite.

E gli uomini?

La parte più originale del libro è il tentativo di guardare al cambiamento dal punto di vista maschile: senza per questo giustificarne le resistenze.

Neppure gli uomini, osserva l’autrice, vorrebbero tornare indietro. Eppure molti non appaiono del tutto a proprio agio con questa doppia identità femminile con cui si trovano a condividere gli spazi sociali e domestici. La domanda che il libro pone è diretta: per l’uomo contemporaneo queste due dimensioni coesistono o confliggono?

Il punto, suggerisce l’autrice, è la differenza tra accettare e subire. Sorpresi dall’accelerazione dei cambiamenti, molti uomini sembrano non aver ancora messo a fuoco che l’unico modo per costruire con le proprie compagne un rapporto fatto di amore e solidarietà reciproca passa dall’accogliere pienamente questa complessità, invece di limitarsi a tollerarla.

Un tema che riguarda tutti

L’autrice lascia deliberatamente il tema aperto al dibattito, e indica due ragioni per cui riguarda entrambi i lati.

Riguarda le donne, perché siano sempre più consapevoli di ciò che devono pretendere che cambi: soprattutto nella mentalità comune, prima ancora che nelle norme. E riguarda gli uomini, perché la trasformazione dei ruoli non è un fatto che accade solo alle donne: ridefinisce anche il ruolo maschile, e farlo consapevolmente è diverso dal subirlo.

Vale la pena notare che le categorie usate nel titolo (“Santa” e “Fatale”) sono deliberatamente provocatorie: sono gli stereotipi attraverso cui la cultura ha storicamente rappresentato le donne, non descrizioni della realtà. Nominarli è il primo passo per riconoscerne l’influenza.

Domande frequenti

Qual è la tesi centrale del libro?

Che alla storica identità femminile legata alla riproduzione e alla cura domestica se n’è aggiunta una seconda, sociale e professionale, senza però sostituirla. Ne deriva un raddoppio di richieste che rende il percorso in certi aspetti più complesso di quello delle generazioni precedenti.

Perché si parla di parità formale e sostanziale?

Perché il riconoscimento giuridico dei diritti è condizione necessaria ma non sufficiente: la tradizione e la mentalità diffusa possono continuare a limitare l’effettiva realizzazione della parità anche dove la legge la garantisce.

Che ruolo hanno gli uomini in questo cambiamento?

Un ruolo attivo. Il libro distingue tra accettare e subire il cambiamento: costruire un rapporto di reciprocità richiede di accogliere consapevolmente la complessità dei ruoli femminili contemporanei, riconoscendo che la trasformazione ridefinisce anche il ruolo maschile.

Cosa significano i termini “Santa” e “Fatale”?

Sono gli stereotipi con cui la cultura ha storicamente rappresentato le donne: da un lato la figura legata alla cura e alla riproduzione, dall’altro quella pubblica e desiderante. Non descrivono la realtà, ma le cornici attraverso cui è stata letta.

Nel saggio Santa o Fatale? Adamo guarda Eva, Milena Milone analizza l’impatto della trasformazione dei ruoli di genere dal dopoguerra a oggi. La tesi centrale: alla storica identità femminile legata alla cura domestica se n’è aggiunta una seconda, senza sostituirla, un raddoppio di richieste, non una redistribuzione. Da qui la distinzione tra parità formale e sostanziale: il terreno decisivo non è la legge ma la mentalità diffusa. La parte più originale è il tentativo di leggere il cambiamento anche dal punto di vista maschile, distinguendo tra accettare e subire: costruire reciprocità richiede di accogliere consapevolmente la complessità, riconoscendo che la trasformazione ridefinisce anche il ruolo maschile.
Resta aggiornato. Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere i prossimi approfondimenti via email. Presto saremo anche sui canali social: continua a seguirci.