Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

Subconscio: Ristrutturarlo parlando il suo Linguaggio

L’idea di due menti in conflitto (una razionale e una emotiva) è affascinante e in parte fondata. La versione che ne circola, però, forza una distinzione che la ricerca ha reso molto più sfumata. Articolo divulgativo. Per ansia, depressione, trauma o dipendenze esistono trattamenti con evidenze consolidate: il riferimento è uno psicologo. In caso di […]

Subconscio: Ristrutturarlo parlando il suo Linguaggio
L’idea di due menti in conflitto (una razionale e una emotiva) è affascinante e in parte fondata. La versione che ne circola, però, forza una distinzione che la ricerca ha reso molto più sfumata.
Articolo divulgativo. Per ansia, depressione, trauma o dipendenze esistono trattamenti con evidenze consolidate: il riferimento è uno psicologo. In caso di crisi: 112, Telefono Amico 02 2327 2327.

La distinzione, e i suoi limiti

La psicologia ha descritto due modi di elaborare le informazioni: uno rapido, automatico, intuitivo, e uno lento, deliberato, controllato. È il quadro dei cosiddetti due sistemi.

La distinzione è utile e ha supporto: molte decisioni si spiegano come esito della prevalenza del primo modo sul secondo, e diverse illusioni cognitive derivano da risposte automatiche non corrette dalla riflessione.

Va però detto ciò che la versione pop omette. La ricerca più recente ha ridimensionato l’idea di due sistemi separati, con sedi e proprietà distinte: si tratta più probabilmente di un continuum di processi, e i due modi interagiscono costantemente anziché opporsi.

Soprattutto, l’automatico non è irrazionale. L’intuizione è spesso accurata, in particolare in domini in cui si ha esperienza: è conoscenza compressa dall’apprendimento, non un impulso da domare. Contrapporre una parte saggia e una parte sabotatrice è una semplificazione fuorviante.

«Conscio» e «subconscio» non sono due agenti

La terminologia del testo originale merita una correzione.

L’elaborazione non consapevole esiste ed è ampiamente studiata: automatismi, apprendimento implicito, influenze non intenzionali sulle scelte. Ma non è un agente con intenzioni proprie, che parla una lingua e con cui negoziare.

Sono processi, non un secondo soggetto. E l’idea di doverne «parlare il linguaggio» attraverso tecniche speciali attribuisce a meccanismi automatici una volontà che non hanno.

Va aggiunto un dato che ridimensiona l’introspezione: le persone forniscono spiegazioni fluenti delle proprie scelte anche quando quelle spiegazioni non corrispondono alle cause reali. L’accesso ai propri processi è limitato, il che rende poco affidabile qualunque metodo fondato sull’ascolto di sé.

Perché è difficile cambiare, davvero

Le spiegazioni documentate sono più utili perché indicano dove agire.

  • Le abitudini sono risposte automatiche innescate dal contesto: si attivano prima dell’intenzione.
  • La svalutazione del futuro: le ricompense immediate pesano più di quelle differite.
  • Il controllo di sé si consuma nel corso della giornata.
  • Il costo del cambiamento, spesso pratico e sociale più che psicologico.

Ciò che modifica questi processi è verificabile: cambiare il contesto che innesca l’abitudine, ridurre l’attrito dell’azione desiderata, formulare intenzioni di attuazione (quando, dove e come si agirà) e ripetere l’esperienza fino a formare una nuova associazione.

Sul versante emotivo, la strategia con più supporto non è «parlare al subconscio» ma la rivalutazione: modificare il significato attribuito a una situazione. La soppressione delle emozioni è invece fra le strategie con esiti peggiori.

Come valutare le tecniche che promettono di riprogrammare

Il criterio è semplice e generale.

Chiedere se esistono studi controllati che confrontano il metodo con un’alternativa credibile, se è stato replicato da gruppi indipendenti, e cosa lo smentirebbe.

Due segnali di attenzione ricorrono in queste proposte. Il primo: le promesse di trasformazione rapida e definitiva. Il secondo, più insidioso: l’idea che il fallimento dipenda da una resistenza del soggetto, formulazione che rende la tecnica infalsificabile e attribuisce alla persona la colpa dell’insuccesso.

Va infine ricordato ciò che spiega perché queste tecniche convincono: aspettativa, attenzione ricevuta, tempo dedicato a un obiettivo e regressione verso la media producono un miglioramento percepito con qualunque metodo, inclusi quelli senza effetti specifici. Il criterio pratico più utile resta chiedersi cosa è cambiato in termini osservabili da altri a distanza di qualche settimana.

Domande frequenti

Esistono davvero due menti in conflitto?

La distinzione fra elaborazione automatica e deliberata e utile, ma la ricerca recente ha ridimensionato l’idea di due sistemi separati: interagiscono anziche opporsi, e l’automatico non e irrazionale.

Il subconscio parla un suo linguaggio?

L’elaborazione non consapevole e fatta di processi, non di un agente con intenzioni proprie. L’idea di parlarne il linguaggio attribuisce una volonta che non c’e.

Perche e difficile cambiare?

Per abitudini innescate dal contesto, preferenza per le ricompense immediate, autocontrollo che si consuma e costi pratici del cambiamento. Non per un sabotaggio interno.

Come si valutano le tecniche di riprogrammazione?

Chiedendo se esistono studi controllati e replicati e cosa le smentirebbe. Attribuire il fallimento alla resistenza del soggetto e un segnale d’allarme.

La distinzione fra modo automatico e deliberato di pensare e utile, ma non descrive due sistemi separati in conflitto: interagiscono, e l’intuizione e spesso accurata, non irrazionale. Il subconscio non e un agente con un linguaggio proprio: sono processi automatici. La difficolta a cambiare ha spiegazioni documentate e interventi corrispondenti, contesto, attrito, intenzioni di attuazione. E una tecnica che attribuisce il fallimento alla resistenza del soggetto e infalsificabile.
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