Psicologia Clinica e Psicopatologia

Ripartire da zero: Georgia O' Keeffe e D.H Lawrence

Due artisti in crisi si trasferiscono nel deserto e ritrovano la propria voce. È un racconto che si ripete in ogni epoca, e che di solito viene spiegato con la spiritualità del luogo. Esiste però una spiegazione più verificabile, e riguarda l’attenzione. Articolo divulgativo. Le riflessioni proposte non hanno valore clinico. Il testo segnala anche […]

Psicolab — Ripartire da zero: Georgia O' Keeffe e D.H Lawrence
Due artisti in crisi si trasferiscono nel deserto e ritrovano la propria voce. È un racconto che si ripete in ogni epoca, e che di solito viene spiegato con la spiritualità del luogo. Esiste però una spiegazione più verificabile, e riguarda l’attenzione.
Articolo divulgativo. Le riflessioni proposte non hanno valore clinico. Il testo segnala anche dove la rappresentazione delle culture native va maneggiata con cautela.

Le due vicende

La pittrice statunitense trovò nel deserto del Nuovo Messico il luogo in cui la propria ricerca formale (linee essenziali, forme naturali portate all’astrazione) poté svilupparsi pienamente, e vi tornò per decenni.

Lo scrittore inglese vi si era recato anni prima, ufficialmente per ragioni di salute (soffriva di tubercolosi) ma, osserva il testo, con una ricerca di altra natura.

Il punto di contatto tra i due fu una mecenate che ospitava nel proprio ranch artisti e intellettuali, e che rese quel luogo un centro di attrazione per una parte della cultura del Novecento.

Entrambi incontrarono la disapprovazione dei contemporanei, in ragione della carica sensuale delle rispettive opere.

Perché certi luoghi funzionano

Il testo attribuisce l’effetto alla sacralità del luogo e alla sua capacità di catalizzare visioni. Esiste una spiegazione meno suggestiva e sostenuta da ricerca.

La teoria del recupero attentivo distingue due tipi di attenzione: quella diretta, che richiede sforzo per concentrarsi su un compito inibendo le distrazioni, e si esaurisce; e quella involontaria, che si attiva senza sforzo di fronte a stimoli moderatamente interessanti.

Gli ambienti che consentono il recupero hanno alcune caratteristiche identificate:

  • allontanamento dalle richieste abituali;
  • estensione, cioè un ambiente sufficientemente ampio e coerente da poterlo esplorare;
  • fascinazione dolce, stimoli che catturano senza impegnare: nuvole, luce che cambia, orizzonti;
  • compatibilità tra ciò che si desidera fare e ciò che il luogo permette.

Un deserto le possiede tutte in grado estremo. E la ricerca sperimentale documenta effetti misurabili degli ambienti naturali su attenzione, umore e indicatori fisiologici dello stress.

Il fattore decisivo

C’è però un elemento che il testo coglie meglio della teoria, quando parla di un vuoto che vuoto non è.

Ciò che distingue quel tipo di ambiente non è la bellezza, ma la riduzione degli stimoli sociali.

Gran parte del carico attentivo quotidiano non deriva dai compiti ma dalla presenza di altre persone: monitorare le reazioni, regolare il proprio comportamento, anticipare giudizi. È un’attività continua e per lo più non consapevole.

In un luogo dove quel monitoraggio non serve, si libera una quantità di risorse considerevole, ed è probabilmente questo, più della spiritualità del paesaggio, a rendere possibile ciò che entrambi gli artisti descrissero.

Solitudine scelta

Vale la pena aggiungere una distinzione, perché il tema è delicato.

Il ritiro può produrre effetti opposti a seconda di una sola variabile: se sia scelto o subito.

La solitudine scelta, con la possibilità di interromperla, è associata a esiti favorevoli: creatività, regolazione emotiva, chiarimento delle priorità. La solitudine imposta è associata a esiti sfavorevoli su tutti gli indicatori.

La differenza non sta nella quantità di isolamento ma nella reversibilità: sapere di poter tornare cambia l’esperienza di restare.

Ed è utile ricordare che nessuno dei due artisti visse isolato: entrambi si trovavano in un contesto ospitale, dentro una rete di rapporti. Il deserto era intorno, non attorno a loro soli.

Le tesi di Lawrence

Il testo riassume la posizione dello scrittore: la condizione dell’uomo moderno, diviso tra la testa e le emozioni, alienato dalla propria dimensione istintiva, condannato a una vita governata dal bisogno di purezza.

Va detto che si tratta di una posizione letteraria e polemica, non di una descrizione clinica, e il testo la riprende con un linguaggio che merita una precisazione.

Espressioni come «frammentazione psicotica dei sensi» usate in senso figurato per descrivere un malessere culturale confondono un disagio diffuso con un quadro clinico che ha caratteristiche precise e riguarda persone reali.

L’idea espressa (una vita in cui il pensiero controlla l’esperienza fino a impoverirla) si formula senza ricorrere al lessico della psicopatologia.

Va anche osservato che quella diagnosi sull’uomo moderno è ricorrente in ogni epoca: ogni generazione descrive la propria come quella che ha perso il contatto con qualcosa di autentico. È una struttura narrativa più che una constatazione.

Una cautela sulla rappresentazione

Il testo descrive il luogo come «pieno di spirito» e ricco della presenza di una cultura nativa, evocata soprattutto come atmosfera.

È una modalità di rappresentazione che merita una nota critica.

Le comunità native del Sud-Ovest statunitense non erano un elemento del paesaggio: erano (e sono) popolazioni con una storia propria, che in quegli stessi decenni affrontavano espropriazioni, politiche di assimilazione forzata e la sottrazione dei bambini alle famiglie per collocarli in collegi.

Evocarne la spiritualità come sfondo dell’ispirazione di artisti europei e americani riproduce uno schema ricorrente: rendere una cultura una risorsa estetica per altri, cancellandone la condizione storica.

Non toglie nulla al valore delle opere; suggerisce di non confondere l’esperienza di chi arriva con la vita di chi c’era.

Domande frequenti

Perché certi ambienti naturali aiutano a ritrovare lucidità?

Perché consentono il recupero dell’attenzione diretta, che si esaurisce con lo sforzo. Servono allontanamento, ampiezza, stimoli che catturano senza impegnare e compatibilità con ciò che si desidera fare.

Cosa conta di più in un luogo isolato?

La riduzione degli stimoli sociali. Monitorare le reazioni altrui e regolare il proprio comportamento consuma risorse in modo continuo e poco consapevole: dove non serve, si liberano.

Il ritiro fa bene?

Dipende da una sola variabile: se è scelto o subito. Ciò che conta è la reversibilità, sapere di poter tornare cambia l’esperienza di restare.

Perché ogni epoca si descrive come quella che ha perso l’autenticità?

Perché è una struttura narrativa ricorrente più che una constatazione: la diagnosi sull’uomo moderno diviso da sé viene riformulata di generazione in generazione.

L’effetto attribuito alla spiritualità del deserto ha una spiegazione più verificabile: quegli ambienti permettono il recupero dell’attenzione, e soprattutto azzerano il monitoraggio sociale continuo che consuma risorse senza che ce ne accorgiamo. Con una distinzione decisiva: il ritiro produce effetti opposti a seconda che sia scelto o subito, e ciò che conta è poter tornare. Vanno invece guardate con cautela due cose: l’uso del lessico psicopatologico per descrivere un malessere culturale, e la rappresentazione di una cultura nativa come atmosfera ispiratrice, in anni in cui quelle comunità affrontavano espropriazioni e assimilazione forzata.
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