Psicologia Clinica e Psicopatologia

Ragione senza Sentimento

Un uomo con intelligenza, memoria, linguaggio e ragionamento perfettamente integri, che però non riesce più a scegliere nemmeno una data sull’agenda. Il caso descritto da Antonio Damasio ha rovesciato un’idea antica: che le emozioni disturbino la razionalità. Senza di esse, la razionalità non funziona affatto. Questo articolo ha finalità divulgative e riporta un caso clinico […]

Psicolab — Ragione senza Sentimento
Un uomo con intelligenza, memoria, linguaggio e ragionamento perfettamente integri, che però non riesce più a scegliere nemmeno una data sull’agenda. Il caso descritto da Antonio Damasio ha rovesciato un’idea antica: che le emozioni disturbino la razionalità. Senza di esse, la razionalità non funziona affatto.
Questo articolo ha finalità divulgative e riporta un caso clinico documentato dalla letteratura neuroscientifica. Non fornisce indicazioni diagnostiche: ogni valutazione spetta a professionisti sanitari qualificati.

Ragione e sentimento non sono separabili

La premessa dell’articolo è netta: ragione e sentimento procedono insieme, e nessuna delle due può fare a meno dell’altra.

Ne discende una conseguenza importante: quando la base emotiva è alterata, anche il ragionamento ne risulta compromesso, indipendentemente dal livello di intelligenza.

È un’affermazione che l’intuizione comune tende a rifiutare, perché siamo abituati a considerare le emozioni un disturbo del giudizio. Il caso che segue mostra il contrario.

Il caso

Il paziente noto in letteratura come Elliot era stato operato per un meningioma, un tumore benigno che origina dalle membrane che avvolgono il cervello.

L’intervento comportò l’asportazione di porzioni della regione prefrontale e sopraorbitaria, aree di collegamento tra la corteccia coinvolta nei processi razionali e i sistemi profondi dell’elaborazione emotiva.

Prima della malattia era una persona pienamente realizzata: buon marito e padre, con un impiego stabile in uno studio legale prestigioso, apprezzato per risultati, impegno e applicazione.

Dopo l’operazione

Le sue capacità restarono intatte: movimenti, linguaggio, sensazioni, apprendimento, memoria, intelligenza, ragionamento, perfino il senso dell’umorismo. Tutti i test risultarono normali.

Eppure non era più la stessa persona. Al mattino andava sollecitato per alzarsi. Sul lavoro divenne inaffidabile: poteva perdersi su un dettaglio irrilevante bloccando un intero fascicolo, oppure abbandonare un’attività per un’altra senza portarne a termine nessuna.

L’esempio più eloquente: poteva impiegare un intero pomeriggio a scegliere il criterio con cui ordinare dei documenti (per data, per lunghezza, per pertinenza) mentre il lavoro si fermava.

Perse l’impiego. Seguirono investimenti disastrosi, un secondo matrimonio contro il parere di tutti, la perdita del reddito e la dipendenza economica dal fratello, nonostante gli avvertimenti di familiari e amici, che non capivano come potesse comportarsi in quel modo.

«Il cervello è a posto»

Qui il caso tocca un problema che va oltre la neurologia.

La richiesta di invalidità gli era stata negata: il cervello era in larga parte intatto, dicevano gli accertamenti, e i suoi erano ritenuti “solo problemi psicologici”.

L’articolo coglie il nodo culturale: le malattie del cervello (tumori, ictus, Parkinson) vengono riconosciute come malattie, e a nessuno viene attribuita la colpa di esserne colpito. Le difficoltà che coinvolgono emozioni e comportamento sono invece spesso lette come mancanza di volontà o debolezza caratteriale.

È una distinzione che permane e che aggiunge, a chi già soffre, il peso di essere considerato responsabile della propria condizione.

Cosa scoprì il neurologo

Chiamato dalla famiglia, il neurologo Antonio Damasio ricostruì la situazione e la commissione riconobbe l’invalidità.

La spiegazione fornita fu precisa: la causa dei fallimenti era una condizione neurologica. Le facoltà mentali erano in massima parte integre, ma risultava menomata la capacità di giungere a una decisione.

La formulazione più forte: era stato compromesso il suo libero arbitrio.

Due osservazioni decisive

La prima riguarda l’incapacità di scegliere. Nel fissare l’appuntamento successivo, il paziente si perdeva in interminabili elenchi di vantaggi e svantaggi per ogni possibile data, senza riuscire a optare per una qualsiasi.

La seconda è ancora più significativa: raccontava la propria vicenda come se non riguardasse lui, con freddezza e distacco. L’esposizione fluiva senza sforzo, al punto che, annotò il neurologo, chi ascoltava soffriva più di chi raccontava.

Sottoposto alla visione di immagini fortemente perturbanti, comprendeva perfettamente ciò che vedeva ma non provava alcuna reazione, né positiva né negativa. E lo dichiarava apertamente.

Perché senza emozioni non si decide

La spiegazione proposta dalle neuroscienze è la parte teoricamente più interessante.

La corteccia orbito-frontale è in grado di utilizzare esperienze passate emotivamente significative, memorizzate e richiamate in modo da applicarle con flessibilità alla situazione presente.

In particolare, ha accesso alle rappresentazioni delle risposte corporee associate a situazioni precedenti, e sono quelle risposte a influenzare il modo in cui si reagisce a ciò che sta accadendo ora.

Ne consegue che la memoria emotiva, sotto forma di modificazioni corporee, orienta le decisioni al di là della percezione cosciente. È probabilmente ciò che chiamiamo reazione “viscerale” o istintiva.

Il principio generale che le neuroscienze sottolineano è che l’emozione è coinvolta in tutte le attività umane rilevanti: comprese quelle che in passato erano considerate puramente razionali, come i processi decisionali.

Senza quel segnale, ogni opzione appare equivalente. E scegliere tra opzioni equivalenti, per un numero indefinito di alternative, è impossibile.

Le conseguenze relazionali

Il ragionamento si estende alla vita sociale. Se si perdono le emozioni, si perdono anche le relazioni.

Di fronte a un’ingiustizia occorre reagire; se si promette affetto, occorre mantenere l’impegno. L’emozione funziona in questo senso come un impegno da onorare.

Senza quella dimensione non si riesce ad agire in sintonia con gli altri: non li si comprende e non si viene compresi.

Vale anche il caso opposto, quello di chi ripiega interamente su di sé. Un eccesso di attenzione verso la propria immagine deforma i rapporti, riducendo le persone a strumenti: con un esito che può apparire brillante all’inizio e si rivela poi solitudine.

La mente è un corpo

Ne discende la conclusione più generale: comprendere il funzionamento della mente richiede una visione integrata.

Non basta il ragionamento astratto e slegato dal mondo: servono il corpo e l’ambiente sociale. La mente non è distaccata dall’organismo, e nei rari momenti in cui sembra esserlo, il corpo si riprende rapidamente i propri diritti.

Basta poco perché il pensiero più raffinato si arresti. Un dolore fisico modesto può oscurare qualunque considerazione.

Un’estensione: le decisioni collettive

L’ultima parte estende il ragionamento alle scelte pubbliche, e merita attenzione.

L’irrazionalità, osserva l’articolo, spesso non deriva da mancanza di informazioni. Chi si occupa di analisi elettorale ha notato che il consenso si costruisce meno sulle posizioni programmatiche e più su identificazione e fiducia.

Come ha sostenuto George Lakoff, questo non significa che i temi politici non contino: contano, ma tendono a funzionare come simboli di valori, identità e carattere, più che per il loro contenuto specifico.

La conclusione riconduce tutto al punto di partenza: la ragione dipende dalle emozioni e non ne è indipendente. Lo dimostrano i casi clinici, e lo mostrano anche le persone intorno a noi che, avendo sistemi emotivi diversi dai nostri, prendono decisioni che ci appaiono incomprensibili.

Domande frequenti

Cosa dimostra il caso Elliot?

Che intelligenza, memoria, linguaggio e ragionamento possono restare integri mentre viene compromessa la capacità di decidere. La lesione riguardava le aree di collegamento tra elaborazione razionale ed emotiva.

Perché senza emozioni non si riesce a scegliere?

Perché la memoria emotiva, sotto forma di risposte corporee associate a esperienze passate, orienta le decisioni al di là della coscienza. Senza quel segnale ogni opzione appare equivalente, e scegliere diventa impossibile.

Perché le difficoltà emotive vengono giudicate diversamente dalle malattie neurologiche?

Per una distinzione culturale che permane: tumori e ictus sono riconosciuti come malattie, mentre difficoltà che coinvolgono emozioni e comportamento vengono spesso lette come mancanza di volontà, aggiungendo alla sofferenza il peso della colpa.

Cosa c’entra tutto questo con le scelte collettive?

Che anche in ambito pubblico le decisioni non si fondano principalmente sull’informazione: i temi tendono a funzionare come simboli di valori e identità più che per il loro contenuto specifico.

Il caso descritto da Antonio Damasio riguarda un uomo che, dopo l’asportazione di un tumore benigno nelle aree di collegamento tra corteccia razionale e sistemi emotivi, mantenne intatte intelligenza, memoria e ragionamento ma perse la capacità di decidere: fino a impiegare ore per scegliere un criterio di ordinamento. Raccontava la propria vicenda con totale distacco e non reagiva a immagini fortemente perturbanti. La spiegazione: la memoria emotiva, sotto forma di risposte corporee, orienta le decisioni al di là della coscienza. Senza quel segnale ogni opzione appare equivalente. Ne discende che la ragione dipende dalle emozioni, e che comprendere la mente richiede di considerare corpo e ambiente sociale.
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