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Quando la notte di Cristina Comencini

Un uomo e una donna che si detestano. Una diffidenza assoluta, che non lascia presagire nulla di buono. Eppure è proprio da lì che nasce il romanzo di Cristina Comencini Quando la notte: una storia a due voci sull’ombra, la fatica di essere madre e la possibilità di riconoscersi nella fragilità dell’altro. Due estranei, due […]

Psicolab — Quando la notte di Cristina Comencini
Un uomo e una donna che si detestano. Una diffidenza assoluta, che non lascia presagire nulla di buono. Eppure è proprio da lì che nasce il romanzo di Cristina Comencini Quando la notte: una storia a due voci sull’ombra, la fatica di essere madre e la possibilità di riconoscersi nella fragilità dell’altro.

Due estranei, due ostilità

Marina e Manfred si incontrano e si giudicano subito. Nei pensieri di lui lei è “la cretina”; in quelli di lei lui è “lo zotico”, ruvido come la sua pelle, monotono come la camicia a scacchi sempre uguale. La diffidenza è totale.

Eppure, nel corso della storia, tra i due nascerà qualcosa: forse amore, forse riconoscenza, forse un sentimento che nasce dalla gratitudine e se ne alimenta. Ciò che accadrà, in ogni caso, sarà un mettersi completamente a nudo, svelando all’altro la parte più intima di sé. Anzi: non poter fare a meno di svelarsi, perché l’altro ha il potere di stanare ciò che nascondiamo con cura.

L’ombra ha bisogno di uno sguardo

È il tema psicologico che attraversa tutto il romanzo. Le zone d’ombra (le parti di noi che abbiamo negato) difficilmente si esplorano in solitudine: hanno bisogno dell’altro per diventare visibili. Ma possono essere intuite solo se, almeno un poco, si sono già annunciate dentro di noi.

Quando Marina conosce Manfred è quasi consapevole della propria incompletezza di madre; lui è stanco di difendersi dalle assenze della vita e forse sa già che il suo distacco emotivo non basta a salvarlo dall’incomprensibilità delle perdite. La forte antipatia iniziale rappresenta, in questa lettura, l’ultima resistenza prima che ciò che è stato trattenuto a lungo trovi finalmente occasione di liberarsi.

Ciò che rende possibile il cambiamento è la capacità (reciproca e misteriosa) di accettare e accogliere le parti rimaste in ombra dell’altro, facendo in modo che l’altro possa a sua volta accoglierle. È, in fondo, l’unico modo per crescere.

Gli abbandoni: reali e immaginati

L’autrice ha parlato di abbandoni fatti, subiti e immaginati. Quelli di Manfred sono reali e dolorosissimi: ha perso la madre da bambino, fuggita dal rifugio di montagna dove viveva con marito e figli, e in una sorta di intollerabile coazione a ripetere ha poi perso anche la moglie e i figli.

Marina, invece, fantastica di lasciare il proprio figlio e andarsene libera per il mondo. Sa che non lo farebbe mai, e allora si accontenta di immaginare il ritorno al lavoro come concreta possibilità di allontanarsi dal bambino di due anni: amatissimo e, suo malgrado, respinto. Il bambino piange notte e giorno, non dorme, e sembra sfidare di continuo il suo desiderio di essere una madre sufficientemente buona.

Nella rabbia di Manfred verso Marina si riaprono le antiche ferite: il pianto del bambino dà voce ai pianti che lui non si è mai concesso, impegnato da sempre a proteggere padre e fratelli.

Ripetere o rompere il copione

Particolarmente interessante, in chiave psicologica, è il destino dei tre fratelli, cresciuti in una famiglia senza donne e guardati con sospetto dal paese. Ciascuno sceglie una strada diversa rispetto al copione familiare.

Il maggiore porta a compimento ciò che i genitori avevano interrotto: eredita il rifugio e lo gestisce con la moglie e (non a caso) tre figli. Come dice il romanzo, ad alcuni prende di ripetere le stesse cose, ad altri di romperle. Il più piccolo, infatti, rompe lo schema passando da un rapporto sentimentale all’altro senza impegnarsi.

Manfred: quello che la psicologia sistemica definirebbe il “paziente designato”: ricalca invece quasi alla perfezione il modello genitoriale: si fa lasciare dalla moglie, alla quale aveva offerto una vita troppo silenziosa e austera, considerando frivolezza ogni suo desiderio e intemperanza ogni sua vitalità. Fino a restare solo, in una profezia che si autoavvera.

La durezza come difesa

Anche il lavoro di Manfred racconta qualcosa di lui: fa la guida alpina, senza convenevoli con i turisti ma con la competenza di chi conosce quelle alture. È il mestiere giusto per chi non ama parlare, una vita dura per chi non vuole sciogliere la durezza dell’anima. Camminare, per lui, è un modo per non pensare e non sentire.

Paradossalmente, il suo comportamento burbero diventa per Marina un giudice più severo di chiunque altro. E mentre lei è finora fuggita dal confronto con i familiari, quello con un estraneo diventa non più rimandabile: le responsabilità materne (e le irresponsabilità) non possono più confondersi. Il disagio, il buio e le paure vanno riconosciuti.

Riconoscersi nell’ombra dell’altro

Ed è solo quando Marina comincia a guardare il proprio buio che diventa capace di ascoltare anche i sussurri di quello di Manfred. È il suo gesto più grande: riconoscere nella propria oscurità quella di lui.

La distanza si azzera solo così: sentendo con ogni fibra la debolezza del passato e del presente dell’altro, e accogliendola nella propria. La vulnerabilità di Marina sta tutta nella sua indicibile fatica di essere madre: una fatica che diventa più sopportabile proprio quando comincia a dirsela, sospendendo quel parlare ossessivo al figlio che Manfred aveva subito smascherato come un tentativo, fallimentare, di rassicurarsi.

La maternità è il tema centrale del romanzo, e forse quello più difficile da commentare: è tra i misteri più insondabili. Come ha scritto Concita De Gregorio, dalle donne passa la vita, dalla pancia, dalla testa, dalle mani, dai ricordi; dalla capacità e dal desiderio di tenere dentro, e a volte dall’impossibilità di farlo. Quel che accade in questo passaggio, aggiunge, non è materia di dibattito. È forse la chiave più giusta per accostarsi a questa storia: con rispetto, e senza pretendere di spiegare tutto.

Domande frequenti

Di cosa parla “Quando la notte”?

È il romanzo di Cristina Comencini che racconta, a due voci, l’incontro tra Marina, giovane madre in vacanza in montagna, e Manfred, guida alpina solitaria. Da una diffidenza assoluta nasce un percorso di reciproco svelamento, che tocca i temi dell’abbandono, dell’ombra e della fatica di essere madre.

Qual è il tema psicologico centrale?

La zona d’ombra: le parti di noi che neghiamo e che difficilmente si esplorano in solitudine, perché hanno bisogno dello sguardo dell’altro per diventare visibili. Il cambiamento avviene quando ciascuno riesce ad accogliere le parti in ombra dell’altro, e attraverso questo le proprie.

Cosa si intende per “copione familiare”?

Il modello appreso nella famiglia d’origine, che i figli possono ripetere o rompere. Nel romanzo i tre fratelli incarnano scelte diverse: chi porta a compimento ciò che i genitori avevano interrotto, chi rifiuta ogni legame stabile, chi ricalca quasi perfettamente lo schema fino a farlo avverare.

Come viene trattata la maternità?

Senza idealizzazioni: attraverso l’indicibile fatica di una madre che ama profondamente il figlio e insieme fantastica di andarsene. È un tema affrontato con delicatezza, che riconosce l’ambivalenza dell’esperienza materna come qualcosa da accogliere, non da giudicare.

Quando la notte di Cristina Comencini racconta a due voci l’incontro tra Marina, giovane madre, e Manfred, guida alpina solitaria: da una diffidenza assoluta nasce un percorso di reciproco svelamento. Il tema centrale è l’ombra: le parti che neghiamo hanno bisogno dello sguardo dell’altro per diventare visibili, ma solo se già si sono annunciate dentro di noi. Il romanzo esplora abbandoni reali e immaginati, e il copione familiare che i tre fratelli ripetono o rompono, con Manfred nel ruolo di “paziente designato”, chiuso in una profezia che si autoavvera. Marina riesce ad ascoltare il buio di lui solo quando guarda il proprio. Al cuore, la fatica di essere madre, affrontata senza idealizzazioni e con rispetto per un’esperienza insondabile.
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