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Psicologia + Medicina per l'Umanizzazione delle Cure

«Umanizzazione delle cure» è un’espressione che rischia di indicare buone intenzioni. Ciò che vi corrisponde, quando funziona, sono interventi specifici con effetti misurati: inclusi effetti clinici, non solo di gradimento. Questa pagina prende spunto dalla segnalazione di un convegno svoltosi nel 2012. L’evento è concluso e i riferimenti programmatici citati non sono più attuali. Articolo […]

Psicolab — Psicologia + Medicina per l'Umanizzazione delle Cure
«Umanizzazione delle cure» è un’espressione che rischia di indicare buone intenzioni. Ciò che vi corrisponde, quando funziona, sono interventi specifici con effetti misurati: inclusi effetti clinici, non solo di gradimento.
Questa pagina prende spunto dalla segnalazione di un convegno svoltosi nel 2012. L’evento è concluso e i riferimenti programmatici citati non sono più attuali. Articolo divulgativo.

Di cosa si parla

La psicologia ospedaliera non si occupa principalmente di psicopatologia: interviene sul modo in cui una persona attraversa una malattia e un ricovero, e sul funzionamento di chi la cura.

Ha tre destinatari distinti (il paziente, i familiari, il personale sanitario) e sono attività diverse, che vale la pena separare.

Sul paziente

Alcuni ambiti hanno prove consistenti.

La preparazione psicologica agli interventi: informazioni sulla procedura e sulle sensazioni attese, con tecniche di gestione dell’ansia, è associata a minore ansia preoperatoria, minore richiesta di analgesici e in alcuni studi degenze più brevi. È uno dei risultati più solidi del campo.

Il supporto nelle procedure invasive, con effetti su dolore percepito e tollerabilità.

Gli interventi sull’aderenza: fra chi riceve una prescrizione a lungo termine, una quota rilevante non la segue, e le convinzioni della persona sul trattamento predicono l’aderenza meglio di qualunque caratteristica clinica.

Il supporto in oncologia: migliora in modo documentato la qualità di vita (ragione ampiamente sufficiente) mentre, come già osservato altrove, non prolunga la sopravvivenza.

Il punto sull’informazione

Un risultato che merita di essere isolato: ciò che riduce l’ansia prima di una procedura non è la rassicurazione generica, ma la descrizione di cosa si proverà.

Sapere in anticipo quali sensazioni aspettarsi (non solo cosa verrà fatto) riduce lo scarto fra attesa e realtà, ed è quello scarto a produrre allarme.

È un intervento che costa pochi minuti e che raramente viene eseguito.

Sui familiari

Una parte spesso trascurata, con dati specifici.

I familiari di persone ricoverate in condizioni critiche mostrano tassi elevati di ansia, sintomi depressivi e sintomi post-traumatici, che persistono per mesi dopo la dimissione o il decesso.

Gli interventi con riscontro sono organizzativi più che psicologici: comunicazione strutturata con colloqui programmati anziché occasionali, materiale scritto, e coinvolgimento nelle decisioni.

Il fattore che pesa di più è la percezione di essere stati informati e considerati. Il modo in cui vengono comunicate le notizie difficili è associato agli esiti dei familiari a distanza di mesi.

Sugli operatori

È l’ambito con le implicazioni più rilevanti e il meno presidiato.

L’esaurimento professionale interessa una quota consistente del personale sanitario, ed è associato non solo al benessere di chi lavora ma agli esiti dei pazienti: la letteratura riporta più errori, minore aderenza alle procedure e minore soddisfazione degli assistiti.

La distinzione decisiva riguarda dove si interviene: gli interventi rivolti all’individuo (tecniche di gestione dello stress, consapevolezza) hanno effetti piccoli; quelli sull’organizzazione (carichi, turni, margine decisionale, adeguatezza degli organici) hanno effetti maggiori.

Ne segue una considerazione che vale la pena esplicitare: proporre corsi di gestione dello stress in un contesto sotto organico sposta sull’individuo un problema strutturale, e viene percepito come tale.

Il danno morale

Va aggiunto un elemento distinto dall’esaurimento: la sofferenza di chi sa cosa sarebbe giusto fare e non può farlo per vincoli di risorse o di organizzazione.

È stato descritto come danno morale ed è particolarmente presente nei contesti di scarsità. Non risponde al riposo né alle tecniche di rilassamento, perché non è una questione di energie.

Domande frequenti

Cosa fa la psicologia ospedaliera?

Non si occupa principalmente di psicopatologia: interviene su come una persona attraversa malattia e ricovero, sui familiari e sul funzionamento di chi cura.

Cosa riduce l’ansia prima di un intervento?

Non la rassicurazione generica ma la descrizione di cosa si proverà: sapere quali sensazioni aspettarsi riduce lo scarto fra attesa e realtà, che è ciò che produce allarme.

Cosa aiuta i familiari?

Interventi organizzativi: colloqui programmati anziché occasionali, materiale scritto, coinvolgimento nelle decisioni. Pesa soprattutto la percezione di essere informati e considerati.

Come si riduce l’esaurimento degli operatori?

Gli interventi sull’organizzazione (carichi, turni, margine decisionale, organici) hanno effetti maggiori di quelli rivolti all’individuo, che sono piccoli.

Sotto l’espressione «umanizzazione delle cure» ci sono interventi con effetti misurati: la preparazione psicologica agli interventi riduce ansia e richiesta di analgesici, e ciò che funziona non è rassicurare ma dire cosa si proverà. Per i familiari contano soprattutto misure organizzative (colloqui programmati, coinvolgimento) con effetti che si vedono mesi dopo. E sull’esaurimento del personale vale la distinzione decisiva: gli interventi sull’organizzazione rendono molto più di quelli sull’individuo, e proporre corsi antistress dove manca personale sposta un problema strutturale sulla persona.
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