Il libro
Il volume raccoglie i contributi di sette psicoanalisti italiani che utilizzano figure del giallo (investigatori letterari, televisivi e cinematografici) come chiave per riflettere sul proprio metodo di lavoro.
L’idea di fondo è che il racconto del paziente possa essere letto a più livelli, che l’analista si immerga nell’indagine con uno stile che dipende dalla propria persona, e che la conclusione non sia necessariamente rassicurante: spesso restano zone d’ombra.
La prefazione contiene l’osservazione più fine dell’impianto: l’analista può ritrovarsi, nel giro di pochi minuti, nella posizione di chi indaga o in quella di chi è indagato.
Dove il paragone regge
Diversi elementi della somiglianza sono reali.
Entrambe le attività lavorano su indizi anziché su dati diretti: ciò che viene detto per inciso, ciò che manca, ciò che si ripete.
Entrambe procedono per ipotesi successive, con revisioni progressive anziché per deduzione lineare.
In entrambe conta la ricostruzione di una storia: non un elenco di fatti ma una sequenza che li tenga insieme.
E in entrambe lo strumento principale è la persona che indaga: la sua esperienza, le sue reazioni, ciò che coglie e ciò che gli sfugge.
Il punto della prefazione
L’osservazione sull’oscillazione fra indagare ed essere indagati corrisponde a un concetto tecnico preciso: il controtransfert, cioè l’insieme delle reazioni che il paziente suscita nell’analista.
Nella concezione contemporanea non è un’interferenza da eliminare ma uno strumento informativo: ciò che l’analista prova nella relazione dice qualcosa su come quel paziente costruisce i rapporti.
È anche il punto di maggiore vulnerabilità del metodo, e la ragione per cui la supervisione (qualcuno che osserva da fuori il lavoro del terapeuta) non è un accessorio.
Dove il paragone si rompe
Ed è qui che vale la pena essere espliciti, perché è il punto che il libro sfiora e che merita di essere detto per intero.
Il detective ha una verità verificabile. C’è un fatto accaduto, esiste una confessione, un riscontro materiale, un processo. L’ipotesi può essere smentita da qualcosa di esterno a chi l’ha formulata.
L’interpretazione analitica non ha questo appoggio. Il criterio di validazione è che il paziente la riconosca come pertinente, che produca movimento, che apra materiale nuovo.
Sono criteri sensati e utilizzabili, ma non equivalenti a una prova, perché una persona in una relazione asimmetrica, con qualcuno di cui si fida, può riconoscere come vera un’interpretazione plausibile e ben formulata anche quando non lo è.
Il rischio concreto
Non è una questione astratta: il modello investigativo, applicato senza questa consapevolezza, produce due errori documentati.
Il primo è il bias di conferma: formulata un’ipotesi, il materiale successivo tende a essere letto come conferma, e ciò che non torna a essere considerato resistenza, cioè un’ulteriore conferma.
Il secondo, più grave, è la ricostruzione di eventi mai accaduti. La ricerca sulla memoria ha dimostrato che ricordi dettagliati e vissuti come autentici possono essere prodotti da un contesto suggestivo, e che ciò avviene con maggiore facilità proprio quando chi conduce il colloquio è convinto di sapere cosa sta cercando.
È il motivo per cui le tecniche di recupero di ricordi presunti rimossi sono considerate inaffidabili, e per cui un percorso terapeutico non è una fonte di prova sul passato.
Perché il libro è comunque utile
Ridimensionata la metafora, resta un’operazione di valore.
Usare narrazioni condivise per esporre il proprio metodo rende ispezionabile ciò che di norma resta implicito. È una forma di trasparenza professionale poco praticata.
E il riconoscimento che l’epilogo non è sempre risolutivo (che restano zone d’ombra) è un tratto onesto: distingue questo tipo di riflessione dalla divulgazione che promette spiegazioni complete.
Il criterio pratico, per chi legge da fuori: una spiegazione della propria vita che spiega tutto è per questo motivo sospetta. Quelle utili lasciano scoperto qualcosa.
Domande frequenti
In cosa si somigliano analisi e indagine?
Entrambe lavorano su indizi anziché su dati diretti, procedono per ipotesi riviste progressivamente e mirano a ricostruire una storia coerente, usando come strumento principale la persona che indaga.
Cos’è il controtransfert?
L’insieme delle reazioni che il paziente suscita nel terapeuta. Oggi è considerato uno strumento informativo su come quella persona costruisce i rapporti, ed è il motivo per cui la supervisione è necessaria.
Dove il paragone non regge?
Il detective ha una verità verificabile dall’esterno; l’interpretazione analitica no. Il suo criterio è che il paziente la riconosca e che produca movimento: criteri utili, ma non equivalenti a una prova.
Un percorso terapeutico può accertare fatti del passato?
No. Ricordi dettagliati e sentiti come autentici possono essere prodotti da contesti suggestivi, tanto più quando chi conduce è convinto di sapere cosa cerca. La terapia non è una fonte di prova.