Che cos’è la prosopoagnosia
Il nome deriva dal greco prosopon (volto) e gnosis (conoscenza), con la “a” iniziale che indica “mancanza di”: letteralmente, “mancanza di conoscenza dei volti”. È considerata una forma particolare di agnosia, cioè di deficit del riconoscimento.
Il primo caso fu descritto nel 1867 da Quaglino, ma il suo lavoro non ottenne riconoscimento scientifico. Fu il medico tedesco Joachim Bodamer, quasi un secolo dopo, nel 1947, a identificare il disturbo e a capire che si trattava di qualcosa di diverso dalla semplice agnosia. Da allora sono stati descritti molti altri casi. Anche il neurologo e scrittore Oliver Sacks ha affrontato il tema in un celebre racconto, narrando il caso di un suo paziente, un docente di musica che non riconosceva i volti e non riusciva a percepire l’insieme delle cose, cogliendone solo i dettagli.
Come si manifesta
A volte la prosopoagnosia si presenta insieme ad altri deficit, come l’incapacità di riconoscere i luoghi o le espressioni emotive del viso, ma spesso è identificabile soltanto come mancato riconoscimento dell’identità facciale. Per riconoscere chi ha di fronte, la persona è costretta a usare indizi non facciali: i capelli, la postura, i vestiti, la voce. Di solito le altre abilità restano intatte, permettendo di cogliere caratteristiche come genere, età o corporatura.
La gravità varia molto. In alcuni casi la difficoltà emerge solo con persone poco conosciute o incontrate di rado; nei casi più gravi, invece, la persona non riconosce nemmeno chi frequenta ogni giorno, né la propria immagine riflessa allo specchio. Una difficoltà comune è seguire film e programmi televisivi, perché diventa impossibile tenere a mente l’identità dei personaggi. Per tutte queste ragioni la prosopoagnosia comporta notevoli problematiche sociali, che spingono chi ne soffre a sviluppare strategie alternative, come concentrarsi sulla memorizzazione della voce.
Un deficit cosciente, ma non inconscio
Alcuni test hanno rivelato un aspetto sorprendente. Chiedendo di riconoscere volti noti tra volti sconosciuti, le persone senza il disturbo rispondono con precisione, a differenza di chi soffre di prosopoagnosia. Ma se si registra la risposta psicogalvanica involontaria, cioè la variazione automatica e inconsapevole della conduttanza cutanea, si scopre qualcosa di inaspettato: essa aumenta davanti a un volto conosciuto sia nelle persone senza il disturbo, sia in quelle prosopoagnosiche. In altre parole, il problema sembra riguardare la risposta verbale cosciente, mentre a livello inconscio il volto familiare viene comunque “riconosciuto”.
Le diverse origini del disturbo
Le cause della prosopoagnosia non sono uniche, ed è importante distinguerle perché comportano possibilità di recupero diverse.
La prosopoagnosia acquisita è la forma più studiata: deriva da un danno cerebrale insorto in età adulta, in seguito a un trauma cranico, un ictus o una malattia degenerativa. È più conosciuta perché chi ne è colpito, avendo perso improvvisamente una capacità che prima possedeva, diventa consapevole del proprio deficit ed è di solito sotto osservazione medica.
La prosopoagnosia evolutiva, invece, riguarda chi non ha mai sviluppato pienamente la normale capacità di riconoscere i volti: il deficit può avere origine genetica, derivare da un danno cerebrale prenatale o perinatale, o da problemi visivi nell’infanzia. In questi casi la persona spesso non si rende nemmeno conto di riconoscere i volti in modo diverso dagli altri, semplicemente perché non ha mai fatto esperienza di una capacità “normale”. Per questo si distingue anche tra forme genetica, pre-esperienziale e post-esperienziale.
Cosa accade nel cervello
Nelle forme acquisite permanenti, la prosopoagnosia è di solito causata da una lesione cerebrale bilaterale, al confine tra il lobo occipitale e quello temporale. Quando è transitoria, può dipendere da traumi o da problemi di circolazione cerebrale.
Un ictus può interrompere le connessioni tra le diverse aree coinvolte nella visione. Nel cervello, infatti, una zona si occupa degli impulsi visivi e ci fa “vedere”, un’altra riconosce ciò che vediamo, un’altra ancora contiene le istruzioni su come usare gli oggetti. Se queste connessioni si interrompono, possono nascere situazioni sorprendenti: un paziente può vedere una matita senza riconoscerla, ma capirne subito la natura appena la prende in mano, perché il canale tattile è ancora collegato alle “istruzioni” per l’uso.
Qualcosa di analogo avviene con i volti: chi soffre di prosopoagnosia può riconoscere una persona attraverso altri canali, come la voce. In questo caso non usa l’informazione degli occhi da collegare all’immagine del viso, ma quella delle orecchie da collegare alla voce corrispondente.
Il giro fusiforme e la “biblioteca mentale” dei volti
Uno studio condotto con la risonanza magnetica funzionale ha individuato il sistema di riconoscimento dei volti nel giro fusiforme, un’area del cervello che conserva una sorta di “modello standard” di faccia con cui confrontiamo ogni volto nuovo. È come una “biblioteca mentale” che ci permette di riconoscere gli altri. Questo spiega anche perché i volti di persone appartenenti a etnie con cui abbiamo poca familiarità possano inizialmente sembrarci meno distinguibili: corrispondono meno bene al modello immagazzinato nel nostro cervello.
Un disturbo più diffuso di quanto si creda
Nel tempo sono state proposte spiegazioni diverse, tutte concordi nel ritenere che nella prosopoagnosia le normali operazioni di riconoscimento dei volti non funzionino correttamente. Il termine, però, sembra riferirsi a diversi tipi di alterazione, tanto che nessuna singola spiegazione vale per tutti i casi, e la comprensione del disturbo resta ancora limitata, soprattutto per la forma evolutiva.
Secondo il genetista Thomas Grüter, la frequenza di questa condizione nel mondo è molto più alta di quanto si pensi: nel nostro Paese potrebbe riguardare circa un milione e mezzo di persone, senza contare chi diventa prosopoagnosico in età adulta a causa di un danno cerebrale.
Quanto alle cure, l’obiettivo è di solito eliminare la causa: in un disturbo transitorio di origine circolatoria si possono somministrare farmaci per mantenere il sangue più fluido. Purtroppo, quando all’origine c’è un danno cerebrale, allo stato attuale non esistono soluzioni risolutive, e il lavoro si concentra sulle strategie di compenso.
Domande frequenti
Cos’è la prosopoagnosia?
È l’incapacità di riconoscere i volti, una forma particolare di agnosia. Il nome significa letteralmente “mancanza di conoscenza dei volti”. Chi ne soffre riconosce le persone attraverso indizi non facciali come voce, capelli, postura o abbigliamento.
Quali sono le cause?
Nella forma acquisita deriva da un danno cerebrale in età adulta (trauma, ictus, malattia degenerativa). Nella forma evolutiva ha origine più precoce, genetica o legata a danni prenatali, perinatali o dell’infanzia. Distinguere le forme è importante perché cambiano le possibilità di recupero.
Chi ne soffre riconosce davvero “nulla” del volto?
A livello cosciente sì, fatica a identificare i volti. Ma i test mostrano che a livello inconscio, misurato dalla risposta psicogalvanica, il volto familiare produce comunque una reazione: il deficit riguarda la risposta cosciente e verbale più che il riconoscimento profondo.
Si può curare?
Dipende dalla causa. Se il disturbo è transitorio e di origine circolatoria, si può intervenire con farmaci. Se deriva da un danno cerebrale, oggi non esistono soluzioni risolutive: si lavora soprattutto sulle strategie alternative di riconoscimento, come la voce.