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Programma Formativo 2011-2012 Scuola S.P.P.I.E. H. Bernheim

Un calendario formativo dice più di quanto sembri: quali temi una scuola considera centrali, quali strumenti dà per acquisiti, che rapporto tiene tra teoria e pratica clinica. Questo del 2011 merita di essere letto per una voce in particolare, la meno appariscente di tutte. Nota d’archivio. Il programma descritto riguarda gli anni 2011-2012: date, costi, […]

Psicolab — Programma Formativo 2011-2012 Scuola S.P.P.I.E. H. Bernheim
Un calendario formativo dice più di quanto sembri: quali temi una scuola considera centrali, quali strumenti dà per acquisiti, che rapporto tiene tra teoria e pratica clinica. Questo del 2011 merita di essere letto per una voce in particolare, la meno appariscente di tutte.
Nota d’archivio. Il programma descritto riguarda gli anni 2011-2012: date, costi, sedi e recapiti non sono più validi. Il testo discute i temi trattati, segnalando dove il livello di prove disponibili richiede cautela.

Il programma

Una scuola di psicoterapia di indirizzo psicosintetico e ipnotico di derivazione ericksoniana rendeva note le proprie iniziative per il biennio.

Il calendario prevedeva quattro giornate seminariali: un incontro di taglio filosofico sull’immaginazione condotto da un docente universitario di estetica; due giornate su temi ipnotici (la terapia centrata sulla resilienza e la costruzione delle metafore) affidate a una docente attiva in associazioni internazionali del settore; e una giornata su uno strumento proiettivo applicato alla diagnosi differenziale del disturbo borderline.

Accanto ai seminari, un corso di perfezionamento in psicologia e psicodiagnostica forense in convenzione con un dipartimento universitario, articolato in dieci moduli mensili per centoquaranta ore complessive, aperto anche a medici, psichiatri, geriatri, neuropsichiatri infantili e avvocati.

Infine, un ciclo di sei incontri di supervisione di gruppo.

La voce più importante

È l’ultima, ed è quella che un elenco di questo tipo tende a mettere in coda.

Il ciclo era descritto come basato sull’esposizione e l’analisi di casi portati dai partecipanti, con l’obiettivo di consolidare le abilità acquisite e affrontare situazioni legate alle condizioni concrete di lavoro di ciascuno.

Perché la supervisione è il punto

Perché è l’unico momento formativo in cui il materiale di lavoro è ciò che si sta realmente facendo, e non ciò che si dovrebbe fare.

La ragione ha a che vedere con una caratteristica strutturale del lavoro clinico: si svolge senza testimoni. Il terapeuta è l’unica fonte di informazione su ciò che accade nella stanza, ed è al tempo stesso la persona meno in grado di valutarlo, perché ne è parte.

Nessun seminario corregge questo. Solo l’esposizione del proprio operato a colleghi consente di vedere ciò che si è smesso di notare: soprattutto gli automatismi acquisiti, che sono invisibili proprio perché funzionano.

La formula collettiva aggiunge un elemento decisivo: mostra che le difficoltà portate non sono personali. Un professionista che le attribuisce a un proprio limite tende a nasconderle, e ciò che si nasconde non si corregge.

La resilienza

Il termine è oggi tanto abusato da aver perso significato, e vale la pena restituirgliene uno.

In ambito clinico non indica la capacità di sopportare, ma il ritorno a un funzionamento adeguato dopo un’avversità significativa. Non è un tratto stabile della persona: dipende in misura rilevante dal contesto, e in particolare dalla presenza di relazioni di sostegno.

Questa precisazione ha una conseguenza importante. Presentare la resilienza come qualità individuale sposta sulla persona la responsabilità di reggere condizioni che potrebbero essere modificate, ed è il modo in cui un concetto clinico utile si trasforma in una richiesta di adattamento.

Le metafore

Il seminario sulla costruzione delle metafore tocca un aspetto tecnico interessante e generalizzabile ben oltre l’ipnosi.

Una metafora terapeutica funziona per una ragione precisa: propone una situazione strutturalmente simile a quella della persona ma non identica, e questo consente di ragionarci senza le difese che si attivano quando si parla direttamente di sé.

Chi non riesce a considerare un’alternativa nella propria situazione può considerarla in una storia, e talvolta, tornando alla propria, la trova disponibile.

Il limite è altrettanto chiaro: una metafora imposta o troppo trasparente produce l’effetto opposto, perché viene percepita come un aggiramento. Il valore dello strumento sta interamente nella sua costruzione.

Una precisazione necessaria sullo strumento proiettivo

La giornata dedicata all’uso di un test proiettivo per la diagnosi differenziale richiede un chiarimento.

Le tecniche proiettive di questo tipo hanno una lunga tradizione clinica, ma la ricerca metodologica ne ha ridimensionato in modo consistente le proprietà: l’accordo tra valutatori diversi e la capacità di distinguere quadri clinici specifici risultano deboli per gran parte degli indici, con eccezioni limitate.

Questo non le rende inutili come strumento di colloquio e osservazione, ma sconsiglia di fondarvi una diagnosi differenziale: tanto più in un ambito, quello forense richiamato dal corso di perfezionamento, dove le conclusioni hanno conseguenze giuridiche sulle persone.

In quel contesto lo standard richiesto agli strumenti è più severo, non meno.

La giornata filosofica

Meno immediata da collocare è l’apertura a un tema di estetica filosofica sull’immaginazione come dimensione autonoma.

La scelta ha una sua coerenza in una scuola che lavora con immagini e stati modificati di coscienza: fornisce una cornice concettuale a ciò che la pratica utilizza quotidianamente senza interrogarlo.

Va però mantenuta una distinzione: una cornice filosofica dà senso a una pratica, non ne dimostra l’efficacia. Sono due piani diversi, e confonderli è un errore ricorrente nelle formazioni cliniche che si appoggiano a un impianto teorico suggestivo.

Come si legge un programma formativo

Restano alcuni criteri utili anche oggi:

  • è previsto uno spazio di supervisione sui casi reali, o solo trasmissione di contenuti?
  • gli strumenti proposti vengono presentati con i loro limiti, o come tecniche risolutive?
  • esistono momenti di confronto tra pari, o l’unico riferimento è il docente?

Una formazione che espone i propri limiti è più affidabile di una che promette padronanza.

Domande frequenti

Perché la supervisione conta più dei seminari?

Perché il lavoro clinico si svolge senza testimoni: chi lo conduce è l’unica fonte di informazione su ciò che accade ed è la persona meno in grado di valutarlo. Solo l’esposizione ai colleghi rende visibili gli automatismi acquisiti.

Cosa significa davvero resilienza?

Il ritorno a un funzionamento adeguato dopo un’avversità significativa, non la capacità di sopportare. Non è un tratto stabile: dipende in larga parte dal contesto e dalle relazioni di sostegno disponibili.

Perché una metafora funziona in terapia?

Perché propone una situazione strutturalmente simile ma non identica, permettendo di ragionare senza le difese che si attivano parlando di sé. Se è imposta o troppo trasparente, però, viene percepita come un aggiramento.

I test proiettivi sono affidabili per una diagnosi?

La ricerca ne ha ridimensionato le proprietà: accordo tra valutatori e capacità di distinguere quadri specifici risultano deboli per gran parte degli indici. Restano utili come strumento di colloquio, non come base di una diagnosi differenziale.

In un programma formativo la voce più preziosa è quasi sempre quella messa in coda: la supervisione di gruppo. È l’unico momento in cui il materiale è ciò che si sta realmente facendo, e serve perché il lavoro clinico si svolge senza testimoni, chi lo conduce non è in grado di valutarlo, essendone parte. Vanno invece guardate con cautela due cose: la resilienza presentata come qualità individuale, che sposta sulla persona il peso di condizioni modificabili, e i test proiettivi usati per la diagnosi differenziale, tanto più in ambito forense, dove le conclusioni hanno conseguenze giuridiche.
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