Si avvicina il 25 aprile. SI RICORDANO le eroiche lotte di “cavi tesi tra la bestia e il superuomo” (Nietzsche, Così parlo Zaratustra – Prefazione, 1883-85), di quanti, uomini, donne, giovani, anziani, preti, militari, gruppi di differenti ceti sociali, pur sollecitati da diverse idee politiche e religiose, hanno lasciato riaffiorare nel loro animo le scintille di umanità che l’organizzazione nazifascista, attraverso crudeli e sistematici piani, mirava ad annientare … SI RICORDANO i coraggiosi interventi dei tanti che hanno reagito alla volontà di distruggere l’uomo nell’anima e nel corpo, degradarlo, costringerlo a vivere in condizioni subumane, “trasformarlo in una sorta di sintesi tra nonuomo e sottouomo” (H. Arendt, Le origini, 1951) … SI RICORDANO gli scheletri viventi, che, strisciando come fantasmi, popolavano i lager, senza più dignità e coscienza di sé stessi, “in una forma di vita-nella-morte” (H. Bloom, La saggezza dei libri, 2004) … SI RICORDANO i supplizi sopportati per ore, giorni e anni nel pantano dagli Häftlinge, prigionieri che vagavano strisciando come vermi in mezzo a cadaveri e sterco, gelati, nudi, affamati, larve alla ricerca di un po’ di calore … SI RICORDANO le terrificanti esperienze vissute in un microcosmo in cui per i deportati non esisteva un perché, in cui si entrava per non uscirne, in cui era previsto come unico fine la morte … … SI RICORDANO per far sì che mai il seme maligno di Auschwitz, “negazione drastica dell’esistenza di Dio” (Ferdinando Camon, Lo strano suicidio di Primo Levi, Avvenire, 01/04/2006), possa tornare a germogliare.
I diciassette capitoli di SE QUESTO È UN UOMO, scritti da Primo Levi tra il dicembre 1945 e il gennaio 1947 ad Avigliana-Torino e pubblicati per la prima volta nel 1947 dalla casa editrice De Silva diretta da Franco Antonicelli, rispondono a tali esigenze, diventando specchio rifrangente della drammatica deportazione degli Ebrei italiani ad Auschwitz nel 1944 e della rete inesorabile in cui s’imponeva un regolamento fatto di violenze gratuite e omicidi impuniti. Nel libro si descrive il periodo di prigionia compreso fra due terribili inverni nord europei, durante i quali il narratore vede numerosi suoi compagni morire di stenti a causa delle proibitive condizioni ambientali, del precario stato igienico-sanitario del campo, del lavoro massacrante.
La narrazione si sofferma con straordinaria puntualità sull’abbigliamento e sui riti del campo, tra cui quello delle scarpe, indumento decisivo per la sopravvivenza in quell’ambiente malsano; con altrettanta precisione si spiega anche la gerarchia, si indicano i nomi e le funzioni dei “kommandos”, l’incomprensibile meccanismo di funzionamento del lager. La descrizione del lavoro è minuziosa e si sofferma volutamente sull’insieme di operazioni rese pericolose dalle condizioni fisiche, dal gelo, dal fango … bastava un attimo di distrazione perché la tragedia si compisse.
Lo scrittore, da figura eterodiegetica, analizza l’incubo vissuto con distacco, senza alcun commento contro i suoi persecutori), senza desideri di vendetta e rabbia, con “un’oggettività, che vuole essere scevra dal rancore per non alterare la capacità di giudizio, ma che non va confusa con un perdono facile ed assolutorio” (Sabrina Peron, Dante ad Auschwitz, www.personaedanno.it, 2011). La crudeltà con cui drappelli di uomini che marciavano come burattini infierivano sui prigionieri, li degradavano, li privavano di ogni ragione di vita e la ferocia con cui venivano calpestati i diritti umani sono descritte attraverso una narrazione lucida e asciutta che permette, con un rigore quasi scientifico, di ricostruire la vita dei campi di concentramento; nessuna esplicita riflessione, d’altra parte, potrebbe, nemmeno lontanamente, codificare la sofferenza nello stendere queste pagine.
L’essenzialità del linguaggio e la scrittura rapida, snella ed essenziale sono il mezzo di cui si serve il testimone per delineare in maniera obiettiva e credibile gli eventi e lasciare, poi, ad altri il compito di giudicare, “con uno stile fedele alla forma mentis di Levi, scienziato e chimico attento al giusto dosaggio degli elementi e al rigore del trattamento senza fronzoli dei mezzi linguistici” (Sabrina Peron, Ibidem) . Dietro tale semplicità, che è solo apparente, il dramma personale e storico di Levi è filtrato ripensato e rielaborato attraverso grandi modelli culturali e, in particolare, l’Inferno di Dante.
Senza la solida preparazione acquisita durante gli studi superiori, senza aver coltivato con vera passione lo studio della letteratura, non avrebbe scritto “Se questo è un uomo”, non avrebbe lasciato il capolavoro decisivo e unico nel suo essere testimonianza di quanto è accaduto all’umanità nel secolo scorso, o, più semplicemente, non avrebbe trovato il modo e le parole per poter raccontare pienamente quanto è successo allora tra gli uomini, nel desiderio di evitarne la ripetizione, non avrebbe potuto lasciar il messaggio che potrà evitare al futuro di perdersi ancora nello stesso naufragio spirituale.
Il dovere del recluso N° 174517 è stato quello di sollecitare il lettore a penetrare nel mondo rappresentato, a chiedersi perché le persone si siano comportate in quel modo ad Auschwitz, perché alcuni siano sopravvissuti e altri no, perché “la zona grigia” si sia prestata a lavorare per i Tedeschi controllando gli altri prigionieri nei campi di concentramento, perché … L’autore, miliare figura auto-omodiegetica, non interpreta, eppure la macrostoria entra nella microstoria e consente ai fruitori del messaggio di introiettare assiomi di ampio spessore; la sua documentazione, essendo ad ampio raggio, da un lato, segue la teoria revisionista per far comprendere al popolo tedesco che cosa era stato fatto in proprio nome e fargliene accettare una responsabilità almeno parziale, e, dall’altro, s’impone, con velati imperativi, agli uomini civili affinché prendano atto del serpeggiare nascosto di atteggiamenti criminali “come un sinistro segno di pericolo” (Primo Levi, Se questo è un uomo, Introduzione, 1947), soprattutto perché “la matrice che ha creato questo mostro è ancora feconda” (B. Brecht, Aforismi, 1920-1956) e assume l’aspetto dell’intolleranza, del razzismo, del nazionalismo, della negazione dei diritti fondamentali dell’uomo.
“Nel Nazismo e negli Stati totalitari, infatti, far vivere e far morire si incrociano, così come la biopolitica coincide con la tanatopolitica” (Roberto Esposito, Comunità, immunità, biopolitica, 2010, www.benicomuni.unina.it) e il Lager, come “paradigma biopolitico del moderno” (Guido Panseri, I sommersi e i salvati, 2003, www.liceoberchet.it), si è risvegliato, per esempio, l’11 settembre 2001; il grande attacco al cuore dell’America, a ventuno anni dal crollo dell’URSS, mostra con drammatica evidenza che la fine della Guerra Fredda non ha prodotto quella pace che tanti avevano sognato e che il mondo globale è più violento di quello dominato dalle due superpotenze. La guerra viene combattuta non contro nemici identificati, ma contro avversari che non hanno un volto; non più la distinzione classica amicus-hostis, ma quella fra l’uomo comune e i criminali o gli Stati canaglia.
Silenzio. Regredire nel mondo rappresentato in cui il tempo trascorre in un infinito presente, piatto e senza futuro. Silenzio. Lasciare i fatti parlare da sé. Silenzio. Descrivere in maniera credibile gli eventi. Silenzio. Silenzio. Silenzio. Primo Levi, uno dei venti sopravvissuti fra i 650 che erano arrivati con lui al campo e, come lui stesso ammette, “più per fortuna che per virtù”, si riserva impliciti commenti soltanto nella poesia introduttiva dominata da pregnanti congiuntivi esortativi per riscattare i sommersi senza più storia che dagli occhi non riuscivano a mostrare traccia di pensiero e che avevano inconsciamente imboccato l’unica via loro possibile, quella della perdizione; SHEMÀ è quasi un’invettiva profetica per i lettori di ogni tempo da lui invitati a meditare sulle sue parole e a scolpirle nel loro cuore, a considerare l’abbrutimento di chi ha lavorato nel fango, di chi ha lottato per mezzo pane, di chi è morto per un sì o per un no e i versi diventano ancora più vigorosi se paragonati, contrastivamente, a “chi se ne va sicuro e l’ombra sua non cura” (Montale, Non chiederci la parola, 1923). Tali imperativi scaturiscono spontanei da questo grande classico della letteratura difficilmente collocabile; è un resoconto, un memoriale, un documentario, un romanzo neorealista, un’opera lirica, un trattato di sociologia, un’introspezione dell’animo umano? L’opera, scritta nel 1946 pochi mesi dopo la liberazione dal Lager, dall’ultimo al primo capitolo, è tutto questo e molto di più, è una parenesi universale, secondo cui “esiste un assassinio peggiore dell’uccisione, quello di spegnere in un uomo la vitalità” (Primo Levi, Se questo è un uomo, 1947), in “un mondo in cui ogni umanità è spenta, deserto radicale dello spirito, paradigma assoluto dell’inferno sulla Terra” (Luigi Paini, Il Sole-24 ore, 1997).
Primo Levi, il protagonista di queste incisive lacrime di sangue, prima di essere fatto prigioniero, si era laureato in chimica a pieni voti con lode, con una tesi in fisica, nella città natale, Torino, e, nel 1943, si era unito a una banda partigiana. Il 13 dicembre del 1943, all’età di 24 anni, è stato prima catturato dalla Milizia fascista insieme ad altri combattenti; alla fine del gennaio 1944, poi, è stato tradotto al campo di internamento di Fossoli, in provincia di Modena. Da lì, essendo cittadino italiano di razza ebraica, è arrivato, con un treno speciale, nel quale avevano viaggiato in condizioni pessime, privi di acqua, cibo e vestiti per ripararsi dal freddo, nel campo di Buna-Monowitz, allora conosciuto come Auschvitz III, in cui è rimasto fino all’arrivo delle Forze Alleate nel gennaio del 1945. E’ entrato nel Konzentrations-Zentrum a testa alta, ma si è reso subito conto che la vita in Buna sarebbe stata una guerra. Nei primi tempi ha conservato le energie, riuscendo a svolgere le mansioni a lui assegnate, spingeva vagoni, lavorava di pala, si fiaccava alla pioggia, tremava al vento, ma, col passare del tempo, le forze gli si erano indebolite a causa della pessima alimentazione, il suo ventre era gonfio, le membra stecchite, il viso tumido al mattino e incavato a sera. Dopo quindici giorni dall’ingresso, già aveva la fame cronica sconosciuta agli uomini liberi, “quella che fa sognare di notte e siede in tutte le membra del suo corpo” (Primo Levi, Ibidem).
Dinanzi a quel folle progetto di distruzione, a causa del quale l’uomo non riusciva più a provare pietà, non conosceva più l’amicizia, la ribellione, la speranza, ha, però, dimostrato una grande capacità di adattamento, curandosi solo, assurdamente, di non morire, di mantenere in piedi quel mucchietto di ossa, di non aggiungere sofferenza alla propria condizione, anche seguendo l’esempio di chi, per prima, riusciva a cogliere piccole tecniche di sopravvivenza. La figura di Steinlauf, il cinquantenne sergente dell’esercito austro-ungarico, croce di ferro della guerra 15-18, occupa, per esempio, tutto il terzo capitolo con le sue teorie sull’igiene costante … ”il Lager è una gran macchina per ridurre l’uomo a bestia, bestie non si deve diventare per portare testimonianza … per vivere è importante sforzarsi di salvare almeno la forma della civiltà. Schiavi, votati a morte quasi certa, è vero, ma con la facoltà di negare il proprio consenso. Lavarsi la faccia, anche senza sapone, nell’acqua sporca, non perché così prescrive il regolamento, ma per dignità, camminare diritti, senza strascicare gli zoccoli, non già in omaggio alla disciplina prussiana, ma per non cominciare a morire” (Primo Levi, Ibidem).
Lo hanno sostenuto l’intelligenza, l’istinto, la conoscenza di un po’ di francese e di tedesco, l’astuzia, la determinazione, il coraggio, la disponibilità alla comprensione, l’intuito nel cogliere immediatamente chi bisognasse corrompere, chi evitare, chi impietosire, come non lasciarsi derubare e, “se anzi trovava in giro un cucchiaio, uno spago, un bottone di cui si potesse appropriare senza pericolo di punizione, li intascava e li considerava suoi di pieno diritto”.
L’unico modo per sopravvivere consisteva nel farsi furbi, rubare e barattare ciò che si era trafugato con camicie, coltelli o qualunque altro genere di prima necessità; ciò di cui si aveva bisogno lo si poteva anche comprare, la moneta più diffusa era il proprio rancio, un pezzo di pane raffermo e mezza razione di zuppa acquosa di patate; le stesse Schutz-Staffel, squadre di protezione genericamente chiamate SS, inducevano gli Haftlinge a compiere furti e altri atti illegali, con il preciso intento di annientarli nella loro dimensione di uomini, di ridurli a un primitivo stato di “bestializzazione”, ma nessuno se ne sentiva mortificato perché, al di qua del filo spinato, l’etica del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto la legge iniqua è apertamente in vigore, le regole di fratellanza o di civile convivenza vengono, per cause di forza maggiore, messe a tacere. Un momento di respiro si otteneva quando si veniva ricoverati nel Krankenbau, l’infermeria, un limbo senza il disagio fisico nell’Inferno di Monowitz che serviva per riprendere coscienza della propria identità; pochi vi soggiornavano più di due settimane e nessuno più di due mesi, entro questi termini i prigionieri o venivano curati o mandati alle camere a gas. Su tutto prevaleva l’attesa fiduciosa del Feierabend, che, segnalato da una sirena, garantiva la fine del lavoro giornaliero e la possibilità di rientrare nello Schonungsblock, la baracca di riposo, anche se i deportati erano costretti a scambiare sudore, odore e calore con qualcuno, sotto la stessa coperta in settanta centimetri di larghezza e l’insufficiente quantità di cibo non permetteva di far recuperare le energie consumate durante il lavoro per prepararsi a tener testa alle nuove angherie che sarebbero ricominciate al dispotico Wstawac, Aufstehen che rompeva l’esile carezza del sonno; spesso, così, i reclusi deperivano, si ammalavano e divenivano facile preda delle SS che, passando per le baracche, selezionavano i prigionieri il cui fisico sembrava minato e li mandavano nella camera a gas.
Primo Levi non si è concesso indulgenze, non ha perso tempo a recriminare o ad autocommiserarsi, tutte connotazioni fondamentali per la sopravvivenza nel Lager; soccombere era, infatti, la condizione più semplice, bastava eseguire tutti gli ordini, non mangiare che la propria razione, attenersi alla disciplina del lavoro e del campo … “La lotta per sopravvivere era senza remissione, ognuno era disperatamente, ferocemente solo. Se uno vacillava, non trovava chi gli porgesse una mano, chi stava per cadere, aveva a lato qualcuno che lo avrebbe abbattuto, perché nessuno aveva interesse a che un musulmano di più sopravvivesse. Muslim, nel campo di annientamento, non era più colui che si sottometteva incondizionatamente a un Allah onnipresente, ma un essere informe, testimone integrale di una situazione estrema cui era stata tolta la possibilità di distinguere tra l’uomo e il non-uomo, ogni sua forza era mutilata e annientata” (Guido Panseri, Paradigma biopolitico del moderno in Primo Levi, www.liceoberchet.it, 2003).
Un ruolo decisivo per la salvezza ha avuto, per il “Darwin dei campi della morte” (C. Ozick, Il messaggio d’addio, in AA.VV., 1997), lo studio accurato che, per tutta l’esistenza gli aveva nutrito il pensiero; la scarsezza di mano d’opera dovuta allo sforzo bellico, infatti, gli ha permesso di sostenere l’esame per entrare a far parte del kommando chimico e di impiegarsi in un laboratorio della Buna, una fabbrica per la produzione di gomma sintetica di proprietà del colosso chimico tedesco IG Farben allestita verso la fine della sua prigionia, sebbene nessuno avrebbe potuto riconoscere in quelle mani sporche e piagate o in quei pantaloni da forzato incrostati di fango “il dottore in chimica summa cum laude” (Primo Levi, Ibidem). Non è stata la liberazione definitiva, ma almeno è entrato nel novero degli specialisti che avevano maggiori probabilità di sopravvivenza nel lager, sia perché lavoravano al coperto, sia perché potevano procurarsi oggetti utili al mercato della Borsa. Due dei primi segni del nuovo status sono stati la consegna della biancheria nuova e la rasatura ogni mercoledì, come se il lager si vergognasse dell’abbrutimento cui sottoponeva i suoi schiavi nel momento in cui dovevano collaborare con gli ariani.
Quella del laboratorio era una condizione ideale, seduti, al caldo, invidiati dai compagni di prigionia, ma, soddisfatti i bisogni primari, emergevano con prepotenza quelli secondari, la coscienza di sé, di ciò che si era stati e di ciò che si è diventati. Primo era sporco, puzzava dell’odore dolciastro che pervadeva tutto il campo e che nasceva dalla brodaglia ingurgitata ogni giorno da quando era lì; si vergognava davanti alle ragazze che lavoravano nel laboratorio, lo chiamavano stinkjude e acutizzavano il suo dramma con il loro comportamento frivolo, leggero e tutt’altro che solidale. “Come spiegare a queste leggiadre gallinelle cos’è il lager, chi era il puzzolente ebreo prima di entrarvi, cosa sono le selektje, cosa vuol dire avere fame, cosa vuol dire morire pur restando vivi” (Primo Levi, Ibidem)? Durante quell’esperienza, una parte attiva ha avuto, comunque, il piacere di scoprire come il serbatoio dei ricordi di chimica organica, pur dopo la lunga inerzia, gli abbia permesso di rispondere alle domande con inaspettata docilità.
La sensazione di benessere che gli è penetrata nel cuore lo ha fatto sentire di nuovo come tutti gli altri, anche se solo per poco tempo, spingendolo a reagire, anche mentalmente, ai problemi di sopravvivenza da affrontare fino al gennaio del 1945, immediatamente prima della liberazione; i civili tedeschi, i politici e le SS, nel furore dell’uomo sicuro che si desta da un lungo sogno di dominio e si rende conto della sua rovina, vedendo o credendo di vedere, in ogni viso dei prigionieri, lo scherno della rivincita e la crudele gioia della vendetta, avevano raddoppiato la loro ferocia. L’inferno in terra era sconfitto e frantumato, l’aspetto mostruoso e cadaverico del mausoleo di terrore e morte giaceva in miseri resti fumanti e, contemporaneamente, riaffiorava tra i prigionieri il mai sopito attaccamento alla vita. Primo Levi, colpito dalla scarlattina, intanto, era stato internato, per quaranta giorni, al Ka-Be, ma non era deperito perché il periodo trascorso in laboratorio grazie alle sue competenze professionali, lo avevano temprato.
La cultura salva, sempre, e questa non è stata l’unica occasione in cui si è registrata in queste pagine l’importanza di quel forte bagaglio personale che nessuno, mai, potrà togliere all’uomo. Rappresentativo, sottop tale ottica, è l’undicesimo capitolo incentrato sul Pikolo Jean, un giovane studente venticinquenne che lavorava nel Kommando chimico, addetto alla pulizia della baracca, al lavaggio delle gamelle, al Wäschetauschen, il cambio della biancheria, alla consegna degli attrezzi, al conto delle ore di lavoro nel laboratorio. Era un tipo scaltro, socievole, fisicamente robusto che assolveva anche alla funzione di segretario, contabile e assistente del Kapo infido e odioso che il giovane, con fine intelligenza e capacità, riusciva a domare, al punto che il suo intervento aveva, più di una volta, salvato i condannati dalla frusta. Primo Levi è stato invitato da Jean ad accompagnarlo al ritiro della marmitta del rancio perchè il Pikolo desiderava imparare l’italiano; un’ora buona di cammino verso le cucine nel tiepido sole del giugno polacco discutendo, analizzando, spiegando quanto gli riaffiorava nella mente su qualche verso del XXVI canto dell’Inferno di Dante Alighieri … Troppo remote quelle parole, quegli studi, quelle immagini, il lager aveva tentato di cancellare tutto. In maniera fulminea, però, si è sciolto il canto poetico, pur fra interruzioni e laceranti oblii, “la poesia ha aiutato l’uomo a sopportare la sua croce e a vincere la barbarie” (Ovidio, Tristia, 8, A.C.). Ed ecco l’epifania.
L’autore, nel rileggere mentalmente il passo riferito a Ulisse, ne ha colto, per la prima volta, il significato riposto. “Considerate la vostra semenza … Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza” (Inf., XXVI, vv. 118-120), Questa terzina ha assunto un valore terribilmente attuale per Primo Levi e per Pikolo, perché nel Lager si vive come bruti, la semenza umana è calpestata, la virtù e la conoscenza sono allontanate dal bisogno della sopravvivenza. Le parole di Levi fluivano sempre più spontanee, parevano dipingere la loro voglia di riscatto, ridavano linfa alla loro dignità di uomini e, anche se le stanghe del recipiente della zuppa gravava sulle spalle, li hanno fatti momentaneamente rientrare in possesso della loro dimensione. L’episodio, infatti, suscitando l’ostinato tentativo di ricomporre nella memoria i versi originari, ha consentito a Primo Levi di compiere un nuovo “folle volo” (Inf., XXVI, v. 126) e di ergersi, per un momento, al di sopra della condizione disumana del Lager.
Il naufragio di Ulisse, voluto da un Dio che l’eroe greco non conosceva ma di cui aveva sfidato la volontà andando con la sua nave oltre le colonne d’Ercole, ricorda il destino dei prigionieri per essersi opposti all’ordine fascista in Europa e, in particolare, la sorte degli Ebrei ritenuti, ritenuti pericolosi dai Nazisti per la vivacità intellettuale tanto vicina a quella dell’eroe dantesco. L’arrivo tra la folla sordida dei porta-zuppa ha segnato la reimmersione nel quotidiano inferno concentrazionario, suggellato emblematicamente dal parallelismo fra la ripetizione degli ingredienti della zuppa in varie lingue, che alludeva al ritorno a una condizione animalesca attenta solo ai bisogni primari; ormai, però, il cortocircuito aveva sfiorato la mente e il cuore dell’uomo-Levi e lo scrittore, soffermandosi sull’ultimo verso del canto, “infin che ‘l mar fu sopra noi rinchiuso” (Inf., XXVI, v. 142), ha capito, ha fatto un passo avanti, il lager non lo ha del tutto brutalizzato, sopito, piegato, schiacciato, il suo spirito era ancora vivo, ora sapeva di essere votato a librarsi nel cielo azzurro, in piena libertà.
Non è un caso che Primo Levi abbia richiamato il XXVI dell’Inferno perché i riferimenti alla prima cantica della Divina Commedia sono continuamente presenti in SE QUESTO E’ UN UOMO, basato sulla trasparente metafora lager-inferno. Il viaggio verso Auschwitz è stato un viaggio verso l’inferno. All’arrivo “nella città dolente” (Inf., III, vv. 1) di Auschwitz, è avvenuta la selezione della “perduta gente” (Inf., III, vv. 3); i deportati venivano trasportati con un autocarro da un soldato tedesco chiamato “il nostro Caronte” (Primo Levi, Ibidem), che Levi, spregiativamente, scrive con la C minuscola, viene assimilato al traghettatore delle anime dannate al di là del fiume Acheronte, ma, anzichè gridare “guai a voi, anime prave” (Inf., III, v. 84), chiedeva loro, con un ossimòro assurdamente enigmatico, danaro e orologi. Gli Häftlinge destinati al lavoro “ne l’etterno dolore” (Inf., III, v. 3) dei campi di concentramento erano apostrofati violentemente dal burbero “dimonio” (Primo Levi, Ibidem) con il sottinteso ordine di “lasciare ogni speranza” (Inf., III, v. 6), di cancellare i propri sogni e di abbandonare ogni legame affettivo. Particolare ferocia si manifestava, da parte dei Kapos, verso il muslim, il sommerso, l’ignavo “che vive senza ignavia e senza lode” (Inf., III, vv. 36). Anche l’umiliante nudità assimilava i prigionieri “a quell’anime, ch’eran lasse e nude” (Inf., III, v. 100), così come la loro paura di fronte alle crudeli parole degli aguzzini ridipinge i dannati infernali che “cangiar colore e dibattero i denti, ratto che ‘nteser le parole crude” (Inf., III, vv. 101-102) . Il secondo capitolo del libro è intitolato SUL FONDO e, più volte, in diafora e in poliptoto, ricorrono le espressioni giacere sul fondo, eccomi sul fondo, viaggio verso il fondo, metafora del campo di annientamento e di chi, ridotto a sofferenza e bisogno, perde la capacità di discernimento, richiamando perfettamente la geografia dantesca, secondo cui al centro della Terra, nel fondo, si trova Lucifero, massimo simbolo del male. I prigionieri spingevano vagoni, lavoravano di pala, si fiaccavano alla pioggia, tremavano al vento e, nell’Inferno dantesco, i superbi spingono massi, i golosi sono oppressi da una “piova etterna, maledetta, fredda e greve” (Inf. VI, vv. 7–8), i lussuriosi sono tormentati dalla “bufera infernale” (Inf. V, v. 31) che “voltando e percotendo li molesta” (Inf. V, v. 33). La vita nel Ka-Be è definita una parentesi di relativa pace per carburare le forze proprio come il limbo di Dante è il cerchio dell’inferno dove minore è la sofferenza dei dannati. Il dottor Pannwitz, che ha fatto sostenere l’esame di chimica a Primo Levi, “formidabilmente” (Primo Levi, Ibidem) incuteva paura ed esprimeva il suo giudizio dietro la sua scrivania non a parole ma con segni incomprensibili, così come “Minòs” che “stavvi orribilmente e ringhia” (Inf. V, v. 4) con sottile e perfida deliberazione; Minosse, “conoscitor de le peccata” (Inf., V, vv. 4-6), però, ascolta la confessione, l’esamina e infine giudica dove inviare i dannati, mentre la selezione ad Auschwitz avveniva con una scelta rapida e sommaria, ognuno era giudicato se potesse o no lavorare utilmente per il Reich e, successivamente, è stato adottato il sistema più sbrigativo di aprire entrambe le portiere dei vagoni, senza avvertimenti né istruzioni ai nuovi arrivati. Entravano in campo quelli che il caso faceva scendere da un lato del convoglio, gli altri andavano al gas. … e si potrebbe continuare l’esame di passi perfettamente riconducibili alle due opere, I collegamenti si ritrovano fino alla descrizione degli ultimi dieci giorni di vita nel campo, anche se, ovviamente, se ne devono sottolineare le sostanziali differenze. L’Inferno descritto da primo Levi è realtà storica e ne abbiamo le testimonianze, invece i fatti narrati da Dante sono impossibili da verificare. I deportati chiusi nei campi di concentramento, inoltre, non hanno nessuna colpa, se non quella di essersi opposti al regime ed essere Ebrei, al contrario delle anime dannate di Dante che subiscono le pene per scontare i peccati commessi nella vita terrena, con un “divario tra il rapporto quasi matematico di punizione e colpa nell’Inferno e l’arbitrarietà di Auschwitz” (Sabrina Peron, Ibidem). L’inferno, di Dante, poi, segue un percorso lineare e verticale in cui la giustizia divina è vista negli esiti prodotti dalla sua negazione (Sabrina Peron, Ibidem), invece i campi di concentramento sono il frutto di un megalomane progetto nazista che si materializza immediatamente nella scritta derisoria che sormonta la “porta di schiavitù” (Primo Levi, La Tregua, 1999) … Arbeit Mach Frei, Il lavoro rende liberi, parole che preannunciano “l’ingresso nel mondo del caos e del http:\\/\\/psicolab.neta” (C. Cases, L’ordine delle cose, Primo Levi un’antologia critica, 1997).
Primo Levi, massacrato lentamente e dolorosamente nell’anima e nel corpo, al termine della sua dolorosa avventura, ha avvertito il bisogno impellente e irrinunciabile di trasmetterne i particolari più angosciosi, quelli che “fanno tremare tutte le costole” (Intervista Benigni, 9 nov 2010), a quanti vivono sicuri nelle proprie tiepide case e trovano, tornando a sera, il cibo caldo e visi amici (Primo Levi, Poesia. Se questo è un uomo), non “allo scopo di formulare nuovi capi d’accusa, ma a scopo di liberazione interiore” (Primo Levi, Premessa all’opera), lasciando prevalere, con particolare intensità, l’indignatio, la rabbia sofferente per quanto l’uomo ha osato fare all’Uomo e la notorietà dell’opera dimostra che, almeno in questo senso, la lezione è servita. Ora tocca ai giovani delle nuove generazioni proseguire il lavoro intrapreso, non solo per dovere nei riguardi di chi ha subito lo sterminio sulla propria pelle, ma, soprattutto, per lasciare un mondo migliore ai propri figli. Vai a: Navigazione, cerca
Lo sterminio degli Ebrei è costato all’Italia 7.500 persone (Statistiche dell’ Encyclopaedia Judaica, Jerusalem 1971), molto meno del contributo di Paesi come l’Ungheria, le cui vittime sono state 402.000, addirittura 4.565.000 nell’area polacco-sovietica e 125.000 nella stessa Germania. Il tributo di sangue, qualunque sia stata la sua dimensione, è inaccettabile, non soltanto per le sue dimensioni, per la sua brutalità, per la sua violenza, ma per il fatto stesso che c’è stato, che cioè uno Stato sovrano abbia deliberatamente scelto, deciso e messo in pratica lo sterminio, l’eliminazione fisica di un intero popolo. Non sono solo i morti che pesano, ma tutto l’insieme di vite spezzate, violentate, rovinate, stuprate dall’oltraggio. E Primo Levi? L’undici aprile 1987 è stato trovato morto, all’età di 68 anni, cadendo dalla tromba delle scale della sua casa di Torino … E’ stato, forse, impossibile per lui trovare la pace mentre la sua mente era soffocata dalla propria esperienza terribilmente disumana e disumanizzante? ARBEIT MACHT FREI …
Lo ha ucciso proprio quel lavoro che, secondo quanto recita il cinico postulato all’ingresso del Lager, avrebbe dovuto affrancarlo e renderlo finalmente libero di pensare, di agire, di autodeterminarsi? L’incessante rovello su quel grumo doloroso avrebbe continuato a tormentarlo anche decenni dopo la liberazione? … 11 aprile 1987 … E’ stato realmente un suicidio? Tutta quella fatica per sopravvivere per poi uccidersi? Tra le molte certezze avvalorate, questa rimane un’ipotesi contestata da molti, poiché Primo Levi non aveva mai dichiarato l’intenzione di uccidersi, aveva anzi dei piani in corso per l’immediato futuro e, comunque, difficilmente un ingegnere chimico, con la possibilità di procurarsi numerosi veleni, si sarebbe ammazzato gettandosi dalle scale. Tale gesto volontario non sarebbe stato quasi un affronto a sé stesso e all’umanità, una sconfitta, un fallimento di fronte ai valori in cui egli credeva e in tutto ciò che aveva realizzato nella sua vita di uomo libero? Sarebbe più corretto, semmai, credere alla tragica supposizione di un incidente? Vari punti di vista contribuiscono a creare una prospettiva polifonica, tanti enigmi si accavallano, i misteri s’ingarbugliano … Primo Levi aveva, forse, rivelato pericolosi segreti o disturbato potenziali nemici?
Rita Levi Montalcini e Giovanni Tesio, che avanzano dubbi riguardo al suicidio, affermano di aver parlato con Levi il giorno prima della sua morte e di “averlo trovato di buonumore” (Gianluca Freda, Lo strano suicidio di Primo Levi, www.comedonchisciotte.org); Elio Toaff, rabbino capo di Roma, invece, pur non avendogli mai parlato prima, ha rivelato che Levi lo aveva chiamato al telefono dieci minuti prima di morire, “era depresso perché il volto della madre malata di cancro gli ricordava le facce di quegli uomini in fila dietro i reticolati di Auschwitz” (Elio Toaff, Toaff: Primo Levi mi annunziò il suicidio, archiviostorico.corriere.it)… Ma … se lo scrittore non era religioso, perché rivolgersi al rabbino? “E perché confidare per telefono a uno sconosciuto le sue pene più segrete? E, per giunta, come lo avrebbe contattato nel giorno del Sabato Ebraico, in cui agli osservanti è proibito usare qualunque strumento tecnologico e persino cucinare o accendere la luce elettrica” (Diego Gambetta, Gli ultimi istanti di Primo Levi, www.comedonchisciotte.org)?
Grande rilievo ha la testimonianza contrastiva di Ferdinando Camon, il quale ricorda l’emozione provata nel ricevere, il martedì successivo, la lettera che l’ex deportato gli aveva spedito la mattina stessa del presunto suicidio … Il reporter pensava che tra quelle righe dovesse trovare le origini del gesto estremo, in base alle quali “le spiegazioni non vanno cercate in quel che succede adesso, ma in quel che era successo 45-40 anni prima”, e, invece, leggendola, ha colto “un inno alla vita, un vortice di programmi, speranze, attese, da riempire settimane, mesi e anni” (Ferdinando Camon, Lo strano suicidio di Primo Levi, Avvenire, 01/04/2006). Cosa è successo realmente? Indagini successive potranno dare una risposta definitiva, ma, in ogni caso, Primo Levi resterà vivo e il suo animo continuerà a palpitare per quelle ferite che non si possono mai risanare, a meno che non si riesca a “lavare il vento e ripulire il cielo” (Roberto Escobar, Il Sole-24 Ore, 1997), anche se l’esperienza del lager ha tentato di trasformarlo in polvere prima della morte. Attenendosi alla notizia ancora ufficiale del suicidio, gli è mancata, probabilmente, la forza di guardare oltre il filo spinato del campo di concentramento e di salvarsi dalle prigioni interiori che inaridiscono l’animo umano fino alla dissoluzione … la catarsi in lui non è avvenuta, tanto da poterlo icasticamente rappresentare vittima ritardata della detenzione ad Auschwitz.
È possibile lavare il Vento e Ripulire il cielo
Si avvicina il 25 aprile. SI RICORDANO le eroiche lotte di “cavi tesi tra la bestia e il superuomo” (Nietzsche, Così parlo Zaratustra – Prefazione, 1883-85), di quanti, uomini, donne, giovani, anziani, preti, militari, gruppi di differenti ceti sociali, pur sollecitati da diverse idee politiche e religiose, hanno lasciato riaffiorare nel loro animo le scintille […]
Matilde Perriera Aggiornato il