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Il Premio Bindi per Medici Senza Frontiere

Chi lavora nelle emergenze umanitarie è esposto a ciò che accade agli altri. È una condizione che ha effetti propri, distinti dal trauma diretto, e che negli ultimi decenni è stata studiata abbastanza da poterne parlare con precisione. Questa pagina prende spunto dalla segnalazione di una serata benefica svoltasi a Genova nel febbraio 2012. L’evento […]

Psicolab — Il Premio Bindi per Medici Senza Frontiere
Chi lavora nelle emergenze umanitarie è esposto a ciò che accade agli altri. È una condizione che ha effetti propri, distinti dal trauma diretto, e che negli ultimi decenni è stata studiata abbastanza da poterne parlare con precisione.
Questa pagina prende spunto dalla segnalazione di una serata benefica svoltasi a Genova nel febbraio 2012. L’evento è concluso e i recapiti indicati non sono più validi. Quanto segue tratta il tema in termini generali.

Lo spunto

L’iniziativa era una serata musicale a sostegno di un’organizzazione medico-umanitaria indipendente, attiva dal 1971 e insignita del premio Nobel per la pace nel 1999.

Accanto ai concerti era prevista un’esposizione fotografica dedicata a donne coinvolte in crisi umanitarie.

Vale la pena sviluppare due aspetti che l’iniziativa contiene e che di norma restano impliciti: cosa comporta psicologicamente questo lavoro, e cosa producono le immagini con cui viene raccontato.

Il trauma di chi assiste

Il concetto centrale è quello di trauma vicario: chiamato anche stress traumatico secondario: l’insieme degli effetti prodotti dall’esposizione ripetuta alla sofferenza altrui, in chi non la subisce direttamente.

I sintomi descritti sono in parte sovrapponibili a quelli conseguenti a un’esperienza traumatica diretta: immagini intrusive, evitamento di ciò che le richiama, alterazioni del sonno, ipervigilanza.

La componente più specifica riguarda però il cambiamento delle convinzioni di fondo: sulla sicurezza, sulla prevedibilità del mondo, sulla fiducia negli altri. È un effetto che si accumula lentamente e che spesso viene notato dalle persone vicine prima che dall’interessato.

Tre condizioni da non confondere

Vengono usate come sinonimi e non lo sono.

L’esaurimento professionale deriva dal carico di lavoro e dalle condizioni organizzative: sfinimento, distacco, calo del senso di efficacia. Può capitare in qualunque professione.

La fatica della compassione è la riduzione della capacità di risposta empatica dopo esposizione prolungata: si smette di reagire, non per indifferenza ma per saturazione.

Il danno morale è il più specifico di questo lavoro: deriva dall’aver compiuto, o dal non aver potuto impedire, azioni in contrasto con i propri valori. È la condizione di chi deve decidere chi curare quando le risorse non bastano.

Le tre condizioni hanno cause diverse e non rispondono agli stessi interventi. Il danno morale, in particolare, non si risolve con il riposo, perché non è una questione di energie.

Cosa protegge

La ricerca su questa popolazione indica alcuni fattori con effetto consistente.

  • Il sostegno dei colleghi. È il fattore più forte, e supera per efficacia il sostegno ricevuto al di fuori del contesto lavorativo: la condivisione con chi ha vissuto la stessa cosa non richiede spiegazioni.
  • La preparazione realistica prima della partenza. Aspettative accurate su ciò che si troverà riducono lo scarto che produce disillusione.
  • Il senso di efficacia: percepire che il proprio lavoro produca un risultato, anche parziale. La sua assenza è il predittore più forte di esaurimento.
  • Il riconoscimento organizzativo, che pesa più degli incentivi.

Il rientro

È il momento più critico, e il meno presidiato.

Il rientro comporta una discontinuità brusca: si passa da un contesto in cui ogni gesto ha rilevanza a uno in cui le preoccupazioni ordinarie appaiono sproporzionate.

Ne derivano irritabilità, senso di estraneità e difficoltà a raccontare, che spesso vengono lette come freddezza.

Va inoltre segnalato che il colloquio strutturato immediato con rievocazione dettagliata dell’evento (il modello diffuso negli anni Novanta) non ha mostrato efficacia preventiva e in alcuni studi ha peggiorato gli esiti. Quello che funziona è un sostegno pratico, non forzato, con monitoraggio nel tempo e accesso a un aiuto specialistico per chi ne ha bisogno.

Le immagini della sofferenza

L’esposizione fotografica prevista dall’iniziativa richiama una questione discussa da tempo nel settore.

Le immagini di sofferenza estrema producono un aumento iniziale delle donazioni seguito da evitamento: le persone smettono di guardare. E rappresentare i beneficiari solo come vittime riduce la percezione che l’aiuto produca un cambiamento.

Le linee guida elaborate dalle organizzazioni umanitarie convergono su alcuni criteri: consenso informato di chi è ritratto, restituzione della dignità e della capacità di agire, contesto sufficiente a capire cosa si sta guardando, e cautela particolare con i minori.

La scelta di dedicare un’esposizione a volti anziché a scene va in questa direzione: un volto è una persona identificabile, ed è documentato che una persona muove più di una statistica.

Domande frequenti

Cos’è il trauma vicario?

L’insieme degli effetti prodotti dall’esposizione ripetuta alla sofferenza altrui in chi non la subisce direttamente. Comprende sintomi intrusivi e, in modo più specifico, un cambiamento delle convinzioni su sicurezza e fiducia.

Che differenza c’è con l’esaurimento professionale?

L’esaurimento dipende dal carico e dalle condizioni organizzative; la fatica della compassione dalla saturazione empatica; il danno morale dall’aver agito contro i propri valori. Hanno cause diverse e richiedono risposte diverse.

Cosa protegge chi fa questo lavoro?

Soprattutto il sostegno dei colleghi, che supera quello esterno perché non richiede spiegazioni. Poi aspettative realistiche prima della partenza, senso di efficacia e riconoscimento da parte dell’organizzazione.

Il colloquio immediato dopo un evento critico aiuta?

Il modello con rievocazione dettagliata subito dopo non ha mostrato efficacia preventiva e in alcuni studi ha peggiorato gli esiti. Funziona il sostegno pratico non forzato, con monitoraggio nel tempo.

Chi lavora nelle emergenze è esposto a effetti propri, e conviene distinguerli: l’esaurimento nasce dal carico, la fatica della compassione dalla saturazione, il danno morale dall’aver dovuto agire contro i propri valori, e quest’ultimo non si risolve riposando. Il fattore protettivo più forte è il sostegno dei colleghi, e il momento più critico è il rientro, dove il colloquio immediato con rievocazione dettagliata non aiuta e può peggiorare. Quanto alle immagini: la sofferenza estrema produce evitamento, un volto identificabile no.
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