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1° Pomeriggio InFormazione Dedicato al Coaching

L’elenco delle cose che il coaching promette di fare è quasi sempre troppo lungo: strategia, motivazione, comunicazione, innovazione, creatività. Vale la pena separare ciò che questo strumento fa davvero da ciò che gli viene attribuito perché suona bene. Nota d’archivio. L’incontro descritto si è tenuto nel febbraio 2011 a Livorno: data, sede e modalità di […]

Psicolab — 1° Pomeriggio InFormazione Dedicato al Coaching
L’elenco delle cose che il coaching promette di fare è quasi sempre troppo lungo: strategia, motivazione, comunicazione, innovazione, creatività. Vale la pena separare ciò che questo strumento fa davvero da ciò che gli viene attribuito perché suona bene.
Nota d’archivio. L’incontro descritto si è tenuto nel febbraio 2011 a Livorno: data, sede e modalità di iscrizione non sono più valide. Il testo ne discute i contenuti.

La premessa

L’argomentazione da cui l’iniziativa muoveva è quella oggi più diffusa: in un contesto in cui saperi e specializzazioni si inflazionano rapidamente e la flessibilità al cambiamento diventa condizione per prosperare (talvolta per sopravvivere) la differenza la farebbero le competenze trasversali.

Vengono indicate la capacità di costruire il pensiero, l’analisi e la visione d’insieme, le abilità relazionali e la gestione del conflitto.

Perché la premessa regge, con una correzione

Il ragionamento ha un fondamento reale: una competenza tecnica specifica ha una durata di utilità che si è accorciata, mentre la capacità di apprenderne di nuove no.

Va però corretta l’implicazione che spesso ne discende, cioè che le competenze trasversali possano sostituire quelle tecniche. Non funziona così: la capacità di analisi si esercita su un contenuto, e chi non padroneggia una materia non ha nulla su cui applicarla. Le competenze trasversali moltiplicano una competenza esistente; da sole non producono valore.

Ed è utile ricordare che la retorica delle competenze trasversali ha anche un uso meno nobile: giustificare la richiesta di adattamento continuo scaricandola sulla persona, come se il problema fosse la sua flessibilità e non l’instabilità del contesto.

L’elenco degli usi

Le applicazioni proposte erano nove: definire scelte strategiche, aiutare chi ha responsabilità a gestire i collaboratori, migliorare la prestazione di un gruppo di lavoro, raggiungere obiettivi, sviluppare e motivare le persone, migliorare la comunicazione, trovare soluzioni creative nell’incertezza, sviluppare l’innovazione, costruire una cultura orientata all’autonomia.

Il problema di un elenco così ampio

Un metodo che risolve nove problemi eterogenei di solito ne risolve bene uno, e gli altri li tocca di riflesso.

Conviene distinguere.

Ciò che il coaching fa propriamente è lavorare con una persona su un obiettivo che quella persona può effettivamente perseguire, aiutandola a chiarirlo, a riconoscere ciò che la ostacola e a decidere come procedere. Il meccanismo è noto: chi formula da sé la soluzione ha più probabilità di attuarla di chi la riceve.

Ciò che invece non può fare è modificare condizioni che non dipendono da chi si ha davanti. Le scelte strategiche di un’organizzazione, la comunicazione interna o l’innovazione sono esiti di assetti, incentivi e vincoli: un percorso individuale può al massimo aiutare qualcuno a orientarsi dentro quelle condizioni, non a cambiarle.

Il rischio principale

È l’uso del coaching come risposta individuale a un problema organizzativo.

Lo schema è riconoscibile: un gruppo di lavoro rende poco perché gli obiettivi sono contraddittori, le responsabilità si sovrappongono e le informazioni non circolano. Invece di intervenire su questo, si offre un percorso al responsabile.

L’effetto è duplice: il problema resta e la persona finisce per considerarlo un proprio limite. È il modo più efficace per trasformare una disfunzione strutturale in un senso di inadeguatezza personale.

Il criterio per distinguere un intervento sensato è quindi semplice: verificare che ciò su cui si lavora sia nella disponibilità di chi lo affronta.

Cosa è ragionevole aspettarsi

Ridimensionate le promesse, restano benefici concreti e documentati.

Il più solido riguarda le persone con responsabilità gestionali, per una ragione strutturale: più si sale nella gerarchia, meno riscontri sinceri si ricevono. Chi ha potere decisionale viene informato in modo filtrato, e ha bisogno di uno spazio esterno per verificare le proprie percezioni.

Il secondo riguarda le transizioni di ruolo: passare da esecutore a coordinatore richiede di smettere di fare ciò in cui si era bravi, ed è uno dei passaggi in cui si fallisce più spesso proprio per eccesso di competenza tecnica.

Il terzo è la traduzione di intenzioni generiche in comportamenti verificabili: un lavoro modesto ma raro, perché quasi tutti sanno cosa vorrebbero cambiare e quasi nessuno formula come.

Sulla creatività e l’innovazione

Vanno guardate con più scetticismo. Sono le voci più attraenti di qualunque elenco e le meno sostenute da prove: nelle organizzazioni l’innovazione dipende molto più dal fatto che qualcuno abbia tempo, mandato e possibilità di sbagliare che dalla capacità individuale di generare idee.

Se sbagliare è costoso, nessun percorso formativo produrrà innovazione.

Una nota sulla qualifica

Va ricordato che in Italia il coaching non è una professione regolamentata: non esiste un albo, e le certificazioni provengono da associazioni private con requisiti molto diversi tra loro.

Il confine con l’intervento psicologico è netto e va rispettato: il coaching si rivolge a persone senza quadri clinici e lavora su obiettivi professionali. Quando emergono segnali di sofferenza (ansia persistente, esaurimento, disturbi del sonno o dell’umore) la risposta corretta è l’invio a un professionista sanitario, non la prosecuzione del percorso.

Domande frequenti

Che cosa fa concretamente il coaching?

Lavora con una persona su un obiettivo che quella persona può effettivamente perseguire, aiutandola a chiarirlo e a riconoscere ciò che la ostacola. Funziona perché chi formula da sé una soluzione ha più probabilità di attuarla.

Può risolvere problemi organizzativi?

No. Obiettivi contraddittori, responsabilità sovrapposte o informazioni che non circolano dipendono da assetti e incentivi. Offrire un percorso individuale lascia il problema intatto e lo trasforma in senso di inadeguatezza personale.

Le competenze trasversali sostituiscono quelle tecniche?

No: moltiplicano una competenza esistente. La capacità di analisi si esercita su un contenuto, e chi non padroneggia una materia non ha nulla su cui applicarla.

Il coaching è una professione regolamentata in Italia?

No, non esiste un albo e le certificazioni provengono da associazioni private con requisiti eterogenei. Il confine con l’intervento psicologico va rispettato: davanti a segnali di sofferenza si indirizza a un professionista sanitario.

La premessa regge (la durata di utilità di una competenza tecnica si è accorciata) ma va corretta l’idea che le competenze trasversali sostituiscano quelle tecniche: le moltiplicano, e da sole non producono nulla. Quanto all’elenco delle applicazioni, un metodo che risolve nove problemi eterogenei di solito ne risolve bene uno. Il criterio pratico è verificare che ciò su cui si lavora sia nella disponibilità di chi lo affronta: usare un percorso individuale per rispondere a una disfunzione organizzativa lascia il problema dov’era e trasforma in inadeguatezza personale ciò che è strutturale.
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