Lo spettacolo
Il lavoro chiudeva una trilogia dedicata alla Divina Commedia e traduceva la terza cantica in tredici quadri ispirati alla pittura del Novecento.
La tecnica della compagnia si fonda su dispositivi scenici che sospendono i corpi e su un uso della luce che nasconde i punti di appoggio, producendo l’impressione di assenza di gravità.
Ciò che rende il caso interessante, dal punto di vista percettivo, è che l’effetto non dipende dal nascondere il meccanismo: resta efficace anche quando lo si conosce.
Perché funziona
La percezione non registra il mondo: lo ricostruisce a partire da dati incompleti, applicando assunzioni implicite su come le cose stanno di solito.
Alcune di queste assunzioni sono particolarmente rilevanti in un contesto teatrale.
- La luce viene dall’alto. È l’assunzione che permette di interpretare le ombre come rilievi o cavità, e invertirla capovolge la forma percepita di un oggetto.
- Gli oggetti sono sostenuti. In assenza di un appoggio visibile il sistema percettivo non conclude che l’oggetto galleggia: cerca un supporto, e se non lo trova l’esperienza risulta perturbante.
- Il movimento appartiene alle figure. Quando lo sfondo si muove e la figura è ferma, l’attribuzione può invertirsi: è l’effetto che si prova su un treno fermo accanto a uno in partenza.
- Le parti separate si uniscono secondo criteri di vicinanza, somiglianza e continuità: arti che emergono da superfici diverse vengono assegnati a un unico corpo se il contesto lo suggerisce.
Il punto sull’inconsapevolezza
È l’aspetto più istruttivo.
Le illusioni percettive sono in gran parte impermeabili alla conoscenza: sapere come funziona un’illusione non la fa cessare.
Il motivo è che le elaborazioni percettive avvengono in sistemi che non ricevono il contenuto del ragionamento. La percezione non è una conclusione: è un’ipotesi già formulata quando il pensiero interviene.
Ha una conseguenza che vale oltre il teatro: la sensazione di ovvietà con cui vediamo il mondo non è garanzia di accuratezza. È il prodotto di un processo che non ci mostra il proprio lavoro.
Il corpo e i suoi confini
Un secondo filone riguarda ciò che il teatro fa con i corpi.
La rappresentazione del proprio corpo è meno stabile di quanto sembri: esperimenti classici mostrano che è sufficiente una stimolazione tattile sincronizzata con la vista per far percepire come proprio un arto artificiale.
Ciò significa che il senso di possedere un corpo è continuamente costruito integrando informazioni visive, tattili e propriocettive, e che quando quelle informazioni sono in conflitto il sistema sceglie una soluzione, non si blocca.
È il meccanismo su cui lavorano gli spettacoli che combinano corpi e oggetti fino a rendere ambiguo dove finisca l’uno e cominci l’altro.
Il piacere dell’ambiguità
Resta da spiegare perché tutto questo risulti gradevole anziché fastidioso.
Una spiegazione con riscontro riguarda la fluidità dell’elaborazione: gli stimoli che il sistema percettivo riesce a organizzare con successo producono una risposta positiva, e questo effetto è maggiore quando l’organizzazione richiede un piccolo sforzo.
Uno stimolo troppo semplice non produce nulla; uno impossibile da organizzare produce disagio. Il piacere estetico si colloca dove una configurazione inizialmente ambigua si risolve.
È lo stesso motivo per cui una battuta funziona quando si coglie, e non prima.
Vale infine la pena osservare che il materiale di partenza (la terza cantica) descrive esperienze dichiaratamente irrappresentabili: un testo che ammette di non poter descrivere ciò che racconta è, per un lavoro visivo, il punto di partenza più coerente possibile.
Domande frequenti
Perché un’illusione funziona anche se sappiamo com’è fatta?
Perché le elaborazioni percettive avvengono in sistemi che non ricevono il contenuto del ragionamento: la percezione è un’ipotesi già formulata quando il pensiero interviene.
Quali assunzioni usa il cervello?
Che la luce venga dall’alto, che gli oggetti siano sostenuti, che il movimento appartenga alle figure e non allo sfondo, e che le parti vicine e simili appartengano a un unico oggetto.
Il senso del proprio corpo è stabile?
No. Basta una stimolazione tattile sincronizzata con la vista per far percepire come proprio un arto artificiale: la rappresentazione corporea viene ricostruita continuamente.
Perché l’ambiguità visiva risulta piacevole?
Perché il piacere si colloca dove una configurazione inizialmente ambigua si risolve con un piccolo sforzo: troppo semplice non produce nulla, irrisolvibile produce disagio.