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Esporre le opere di persone in cura psichiatrica è una pratica con più di un secolo di storia, un valore reale e alcune questioni irrisolte. La principale riguarda chi decide che cosa quelle opere significhino. Questa pagina riprende la segnalazione di una mostra e di una giornata di studio svoltesi fra il 2011 e il […]

Psicolab — PaesaggidAnima
Esporre le opere di persone in cura psichiatrica è una pratica con più di un secolo di storia, un valore reale e alcune questioni irrisolte. La principale riguarda chi decide che cosa quelle opere significhino.
Questa pagina riprende la segnalazione di una mostra e di una giornata di studio svoltesi fra il 2011 e il 2012. L’iniziativa è conclusa e i recapiti indicati all’epoca non sono più validi. Il quadro normativo citato è nel frattempo profondamente cambiato: si veda oltre.

L’iniziativa

La giornata univa una parte di studio (relazioni su fenomenologia e psichiatria, sul pensiero di autori che hanno legato filosofia e clinica) e l’inaugurazione di una mostra che accostava le opere di un’artista a quelle di otto autori seguiti in un atelier interno a una struttura psichiatrica.

Fra i temi discussi: il superamento della mentalità manicomiale, il diritto a essere curati nell’ambiente meno restrittivo possibile, e la funzione dell’attività artistica come canale di comunicazione con i terapeuti.

Un aggiornamento necessario

La struttura da cui provenivano gli artisti era un ospedale psichiatrico giudiziario. Queste strutture non esistono più: sono state chiuse in seguito alla legge del 2014, e sostituite dalle residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, di dimensioni ridotte e a gestione sanitaria regionale.

È una trasformazione rilevante e sostanzialmente coerente con le posizioni espresse in quella giornata.

Va aggiunta una precisazione su un altro punto: la poesia recitata nel corso dell’incontro, comunemente attribuita a Bertolt Brecht, è in realtà attribuibile al pastore Martin Niemöller. È un errore di attribuzione molto diffuso.

Che cosa mostra un’opera

La questione centrale, per chi si occupa di psicologia, è che cosa si stia guardando.

Su questo esiste una convinzione diffusa e infondata: che un’opera riveli il funzionamento psichico di chi l’ha prodotta.

Le tecniche che interpretano disegni e produzioni grafiche come indicatori di tratti o di disturbi hanno una validità molto bassa: le associazioni fra caratteristiche formali e condizioni psicologiche non reggono alla verifica.

Questo non riduce il valore dell’opera. Riduce la legittimità di leggerla come referto.

Cosa invece è documentato

L’attività artistica strutturata in contesti di cura ha effetti reali, che vale la pena nominare con precisione perché sono diversi da quelli che si presume.

Migliora il benessere soggettivo e la partecipazione, riduce l’isolamento, e offre una forma di espressione a chi ha difficoltà con il canale verbale.

Fornisce inoltre qualcosa di raro in quei contesti: un ambito in cui la persona è competente, produce qualcosa che ha valore per altri e viene riconosciuta per ciò che sa fare anziché per la propria diagnosi.

Non è un effetto secondario. In situazioni in cui l’identità è largamente assorbita dal ruolo di paziente, avere un ruolo alternativo è di per sé un fattore protettivo.

Le questioni aperte

La categoria dell’arte prodotta fuori dai circuiti formativi (l’art brut) ha portato attenzione a opere che sarebbero rimaste invisibili, e questo è un merito. Ma porta con sé alcuni problemi che vanno detti.

Il primo è il consenso. Esporre l’opera di una persona in cura, ricoverata o sottoposta a misura di sicurezza richiede un consenso che in quelle condizioni è strutturalmente asimmetrico. Chi vive in una relazione di dipendenza da un’istituzione ha margini limitati per rifiutare.

Il secondo è l’attribuzione. Nella segnalazione originale gli artisti compaiono in gran parte con il solo nome proprio, mentre le figure professionali sono indicate per esteso con qualifica. È una disparità che riflette una diversa attribuzione di autorialità, e che va notata anche quando risponde a un’esigenza di riservatezza, perché la riservatezza è compatibile con l’anonimato, non con un mezzo nome.

Il terzo è la cornice interpretativa. Presentare un’opera come espressione della condizione psichica di chi la fa significa negarle lo statuto di scelta estetica. L’opera diventa sintomo, e il suo autore resta paziente anche quando espone.

Il criterio pratico

Ne deriva un criterio semplice, applicabile a qualunque iniziativa di questo tipo.

Un’esposizione è rispettosa quando l’autore è indicato come vuole essere indicato, quando può ritirare il consenso senza conseguenze, quando riceve gli eventuali proventi, e quando l’opera è presentata per quello che è anziché per la diagnosi di chi l’ha fatta.

Non sono requisiti severi. Sono quelli che si applicano a chiunque altro esponga.

Domande frequenti

Un’opera rivela il disturbo di chi l’ha prodotta?

No. Le tecniche che leggono caratteristiche formali come indicatori di tratti o disturbi hanno validità molto bassa. Ciò non toglie valore all’opera: toglie legittimità a leggerla come referto.

Che effetti ha l’attività artistica nei contesti di cura?

Migliora benessere e partecipazione, riduce l’isolamento e offre espressione a chi fatica con la parola. Soprattutto fornisce un ambito in cui la persona è competente e riconosciuta per ciò che sa fare.

Gli ospedali psichiatrici giudiziari esistono ancora?

No. Sono stati chiusi in seguito alla legge del 2014 e sostituiti da residenze di piccole dimensioni a gestione sanitaria regionale.

Cosa rende rispettosa una mostra di questo tipo?

Che l’autore sia indicato come desidera, possa ritirare il consenso senza conseguenze, riceva gli eventuali proventi e sia presentato per l’opera e non per la diagnosi.

Esporre opere prodotte in contesti di cura ha un valore reale: offre espressione, riduce l’isolamento e (soprattutto) dà un ruolo in cui la persona è competente anziché paziente. Va però separato da una convinzione infondata: le produzioni grafiche non rivelano il funzionamento psichico, e leggerle come referto non regge. Restano tre questioni aperte, il consenso, che in un’istituzione è strutturalmente asimmetrico; l’attribuzione, quando gli autori compaiono con mezzo nome e i professionisti per esteso; e la cornice, che trasforma una scelta estetica in sintomo.
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