L’iniziativa
La giornata univa una parte di studio (relazioni su fenomenologia e psichiatria, sul pensiero di autori che hanno legato filosofia e clinica) e l’inaugurazione di una mostra che accostava le opere di un’artista a quelle di otto autori seguiti in un atelier interno a una struttura psichiatrica.
Fra i temi discussi: il superamento della mentalità manicomiale, il diritto a essere curati nell’ambiente meno restrittivo possibile, e la funzione dell’attività artistica come canale di comunicazione con i terapeuti.
Un aggiornamento necessario
La struttura da cui provenivano gli artisti era un ospedale psichiatrico giudiziario. Queste strutture non esistono più: sono state chiuse in seguito alla legge del 2014, e sostituite dalle residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, di dimensioni ridotte e a gestione sanitaria regionale.
È una trasformazione rilevante e sostanzialmente coerente con le posizioni espresse in quella giornata.
Va aggiunta una precisazione su un altro punto: la poesia recitata nel corso dell’incontro, comunemente attribuita a Bertolt Brecht, è in realtà attribuibile al pastore Martin Niemöller. È un errore di attribuzione molto diffuso.
Che cosa mostra un’opera
La questione centrale, per chi si occupa di psicologia, è che cosa si stia guardando.
Su questo esiste una convinzione diffusa e infondata: che un’opera riveli il funzionamento psichico di chi l’ha prodotta.
Le tecniche che interpretano disegni e produzioni grafiche come indicatori di tratti o di disturbi hanno una validità molto bassa: le associazioni fra caratteristiche formali e condizioni psicologiche non reggono alla verifica.
Questo non riduce il valore dell’opera. Riduce la legittimità di leggerla come referto.
Cosa invece è documentato
L’attività artistica strutturata in contesti di cura ha effetti reali, che vale la pena nominare con precisione perché sono diversi da quelli che si presume.
Migliora il benessere soggettivo e la partecipazione, riduce l’isolamento, e offre una forma di espressione a chi ha difficoltà con il canale verbale.
Fornisce inoltre qualcosa di raro in quei contesti: un ambito in cui la persona è competente, produce qualcosa che ha valore per altri e viene riconosciuta per ciò che sa fare anziché per la propria diagnosi.
Non è un effetto secondario. In situazioni in cui l’identità è largamente assorbita dal ruolo di paziente, avere un ruolo alternativo è di per sé un fattore protettivo.
Le questioni aperte
La categoria dell’arte prodotta fuori dai circuiti formativi (l’art brut) ha portato attenzione a opere che sarebbero rimaste invisibili, e questo è un merito. Ma porta con sé alcuni problemi che vanno detti.
Il primo è il consenso. Esporre l’opera di una persona in cura, ricoverata o sottoposta a misura di sicurezza richiede un consenso che in quelle condizioni è strutturalmente asimmetrico. Chi vive in una relazione di dipendenza da un’istituzione ha margini limitati per rifiutare.
Il secondo è l’attribuzione. Nella segnalazione originale gli artisti compaiono in gran parte con il solo nome proprio, mentre le figure professionali sono indicate per esteso con qualifica. È una disparità che riflette una diversa attribuzione di autorialità, e che va notata anche quando risponde a un’esigenza di riservatezza, perché la riservatezza è compatibile con l’anonimato, non con un mezzo nome.
Il terzo è la cornice interpretativa. Presentare un’opera come espressione della condizione psichica di chi la fa significa negarle lo statuto di scelta estetica. L’opera diventa sintomo, e il suo autore resta paziente anche quando espone.
Il criterio pratico
Ne deriva un criterio semplice, applicabile a qualunque iniziativa di questo tipo.
Un’esposizione è rispettosa quando l’autore è indicato come vuole essere indicato, quando può ritirare il consenso senza conseguenze, quando riceve gli eventuali proventi, e quando l’opera è presentata per quello che è anziché per la diagnosi di chi l’ha fatta.
Non sono requisiti severi. Sono quelli che si applicano a chiunque altro esponga.
Domande frequenti
Un’opera rivela il disturbo di chi l’ha prodotta?
No. Le tecniche che leggono caratteristiche formali come indicatori di tratti o disturbi hanno validità molto bassa. Ciò non toglie valore all’opera: toglie legittimità a leggerla come referto.
Che effetti ha l’attività artistica nei contesti di cura?
Migliora benessere e partecipazione, riduce l’isolamento e offre espressione a chi fatica con la parola. Soprattutto fornisce un ambito in cui la persona è competente e riconosciuta per ciò che sa fare.
Gli ospedali psichiatrici giudiziari esistono ancora?
No. Sono stati chiusi in seguito alla legge del 2014 e sostituiti da residenze di piccole dimensioni a gestione sanitaria regionale.
Cosa rende rispettosa una mostra di questo tipo?
Che l’autore sia indicato come desidera, possa ritirare il consenso senza conseguenze, riceva gli eventuali proventi e sia presentato per l’opera e non per la diagnosi.